L’AZIONE STRAORDINARIA DI SATANA NEL MONDO: ASPETTI TEOLOGICI E MAGISTERIALI

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Relazione di sua Eccellenza Mons. Giovanni Salvatore Rinaldi[1]

L’esistenza degli angeli e la loro identità spirituale nella Scrittura e nel Magistero.

L’angelo quale creatura di Dio, la sua creazione dal nulla, è una verità teologica che appartiene al sicuro deposito della fede: è dunque una verità di fede, che seppur non insegnata direttamente dalla sacra scrittura, è esplicitata sia dalla tradizione che dal magistero ecclesiastico. Sacra scrittura, tradizione e magistero, sono le fonti della teologia.

Gli angeli sono chiamati all’esistenza, come tutte le creature, per partecipare alla comunione di amore con la Santissima Trinità: «Nella sua bontà e con la sua onnipotente virtù, non per aumentare la sua beatitudine né per acquistare perfezione, ma per manifestarla attraverso i beni che concede alle sue creature, questo solo vero Dio ha, con la più libera delle decisioni, insieme, all’inizio dei tempi, creato dal nulla l’una e l’altra creatura, la spirituale e la corporale»[2]. Nella sacra scrittura possiamo intravedere, indirettamente, la creazione degli angeli strettamente unita alla creazione del mondo e degli uomini: «All’inizio Dio creò il cielo e la terra» (Gn 1,1), sia il mondo angelico, il cielo, che quello terrestre, l’uomo e il creato. La verità dell’esistenza degli angeli è una verità autentica, ma periferica, cioè subordinata alla dimensione cristologica e antropologica della vita battesimale, però essa non può essere considerata una verità opinabile[3], in quanto è una verità chiaramente affermata dalla sacra scrittura e dal magistero della Chiesa, anche se le varie opinioni teologiche relative alle modalità dell’ influenza degli angeli nel mondo (il loro influsso in rapporto all’uomo e al creato) sono pur sempre discutibili e aperte al progresso e rinnovamento teologico, purché fedeli al magistero. Il Concilio Lateranense IV del 1215 segna una tappa decisiva sulla questione della creazione degli angeli: «Crediamo fermamente e confessiamo apertamente che uno solo è il vero Dio, eterno e immenso… Unico principio dell’universo creatore di tutte le cose visibili e invisibili, spirituali e materiali che con la sua forza Onnipotente fin dal principio del tempo creò dal nulla l’uno e l’altro ordine di creature: quello spirituale e quello materiale, cioè gli angeli e il mondo terrestre e poi l’uomo»[4].

Nell’Antico Testamento ricorrono molte circostanze in cui l’azione degli angeli è propriamente tale, cioè personale e distinta da Dio: il Signore manda il suo angelo ad Agar per soccorrerla (cf. Gn 16,7); o per fermare la mano di Abramo su Isacco (cf. Gn 22,12). Il profeta Elia, in difficoltà, viene incoraggiato da un angelo: «Tornò per la seconda volta l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse: alzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino» (1Re 19,3). Nell’Esodo l’angelo ha una funzione di rappresentanza di Dio per infondere sicurezza: «Manderò davanti un angelo… ma io non verrò in mezzo a te» (Es 33, 2-3). Nell’Antico Testamento si parla anche di Cherubini che sostengono il trono di Dio o custodiscono l’ingresso dell’Eden (cf. Ez 10, 1) e dei Serafini con sei ali che cantano la gloria del Dio tre volte Santo (cf. Is 6,2). Nelle tradizioni posteriori all’esilio si trovano più frequenti riferimenti agli angeli (Giobbe, Ezechiele, Zaccaria, Tobia, Daniele), per di più appaiono anche dei nomi personalizzati: Raffaele e Gabriele in Tobia, Michele in Daniele. Matura una chiara coscienza che questi messaggeri divini non erano più sentiti come una minaccia per il monoteismo, ma considerati un tramite di conoscenza tra Dio e l’uomo, ovvero dei veri e propri messaggeri.

Il nome Angelo significa messaggero ed esprime una funzione, svolta a nome di Dio e a beneficio dell’uomo; circa l’identità degli angeli si esprimerà il Concilio Lateranense IV che proclamerà questa loro identità come identità puramente spirituale. La rivelazione, infatti, (cf. Ef 6, 15) li disegna come esseri spirituali in contrapposizione all’esistenza materiale: essi appartengono alla creazione invisibile, sono esseri creati, spirituali con pienezza di esistenza, dotati di coscienza soggettiva e di capacità di relazioni interpersonali. Queste creature spirituali sono immortali: l’evangelista Luca (20,36) parlando della condizione dei risorti, non più soggetti alla morte dice: «Perché sono uguali agli angeli». Gli angeli sono puri spiriti, esseri incorporei, sebbene non in senso ostile al corpo, nella loro condizione spirituale e personale agiscono come messaggeri di Dio senza mai essere depersonalizzati: tra i compiti che li contraddistinguono come esseri personali vi è il ruolo di presentare al cospetto di Dio le preghiere degli uomini (cf. Tb 12,12; Ap 5,1). L’angelo è, dunque, una creatura personale, non un simbolo del bene[5]:

«Assieme alla esistenza la fede della Chiesa riconosce certi trattai distintivi della natura degli angeli. Il loro essere puramente spirituale implica prima di tutto la loro non materialità e la loro immortalità … dotati di intelletto e di libera volontà come l’uomo ma in grado a lui superiore, anche se sempre finito, per il limite inerente a tutte le creature. Gli angeli sono quindi esseri personali e, in quanto tali, sono anch’essi a immagine e somiglianza di Dio»[6].

Nel Nuovo Testamento gli angeli operano soprattutto nei momenti in cui l’intervento di Dio va affermato come Mistero e, insieme, come fatto reale: nell’Annunciazione a Maria, nel sogno di Giuseppe e in altri episodi dei cosiddetti vangeli dell’infanzia; così nel racconto della tentazione di Gesù nel deserto, dell’agonia nel Getsemani, della risurrezione. Anche negli Atti degli apostoli gli angeli sono gli strumenti dell’intervento di Dio nella storia della Chiesa primitiva: essi rappresentano il mondo celeste che guida l’uomo e lo sostiene lungo il percorso della vita. Nei testi apocalittici si dà rigoroso rilievo alla partecipazione degli angeli alle vicende finali del mondo: nel giudizio universale separano i peccatori dai buoni, accompagnano il Figlio dell’uomo nella sua venuta (cf. Mt 24,31; 25,31). Nell’Apocalisse essi sono presenti quasi ad ogni pagina. La Lettera agli ebrei sottolinea l’inferiorità degli angeli rispetto a Cristo: «Sono spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza eterna» (1,14). Infine l’adorazione degli angeli è espressamente proibita, sia nell’Apocalisse sia in Paolo: «Noi giudicheremo gli angeli» (1Cor 6,3). In quest’ultimo si allude, probabilmente, ad una possibilità di peccato presente anche in questi esseri di luce. Nel Vaticano II ci sono tre importanti affermazioni sugli angeli:

  1. «Fino a che dunque il Signore verrà nella sua gloria, accompagnato da tutti gli angeli» (LG 49).
  2. «[La Chiesa i defunti] Li ha venerati con particolare affetto insieme con la beata Vergine Maria, e i santi angeli e ha piamente implorato il soccorso della loro intercessione» (LG 50)
  3. «Tutti i fedeli effondano insistenti preghiere alla Madre di Dio e Madre degli uomini, perché, dopo aver assistito con le sue preghiere la Chiesa nascente, anche ora esaltata in cielo sopra tutti i beati e gli angeli, nella comunione dei santi interceda presso il Figlio suo» (LG 69).

Questi tre aspetti dell’angelologia descrivono i tre pilastri della teologia degli angeli:

  1. Gli angeli sono al servizio di Gesù Cristo, è una subordinazione assoluta che portano in se stessi fin dal primo istante della loro esistenza, essi esistono “per”, “in”, “in vista” di Cristo (cf. Ef 1,3-14; Col 1,13-20; Eb 1, 1-4). La loro creazione, infatti, avviene mediante un’azione creatrice di Dio in Cristo: «Tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui niente è stato fatto di ciò che esiste» (Gv 1,3). L’angelologia è subordinata alla cristologia.
  2. L’angelo in rapporto all’uomo esercita un ministero di intercessione: sono guida nel cammino verso la vita eterna, difesa davanti agli assalti diabolici, consolazione davanti alle sofferenze, luce di verità davanti alle scelte della vita quotidiana.
  3. La subordinazione della loro azione nel piano salvifico di Dio rispetto alla Vergine Maria, la quale è invocata dal popolo di Dio anche come Regina degli angeli. Quest’aspetto è considerato da alcuni padri della chiesa quale origine della ribellione angelica: Lucifero non accettò di essere inferiore ad una donna, la cui santità l’aveva resa superiore a lui.

L’influenza dell’angelo nel mondo.

L’angelo è un soldato di Dio che esercita una triplice azione: verso Dio, verso l’uomo e verso il mondo. La prima la possiamo considerare come azione ordinaria dell’angelo, mentre le altre due come azione straordinaria.

  1. L’azione dossologica in rapporto a Dio: rendere gloria alla Santissima Trinità. L’ufficio, l’azione principale degli angeli, è anzitutto un ufficio di lode, che costituisce la liturgia celeste (cf. Ap 5,12). La lode angelica ha per oggetto le due massime manifestazioni agapiche di Dio: la creazione e la redenzione. La lode degli angeli rappresenta la liturgia celeste, alla quale si associa incessantemente la terrena liturgia della chiesa, specialmente nel sacrificio della messa. San Giovanni Paolo II mette in evidenza la presenza degli angeli, il loro ufficio di lode, durante la celebrazione eucaristica: «Prima di dare inizio alla preghiera eucaristica, nel cuore della santa messa si richiamano gli angeli e gli arcangeli per cantare la gloria di Dio tre volte santo»[7].
  2. L’azione soteriologica in rapporto all’uomo. Gli angeli operano per la salvezza dell’uomo: «Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza?» (Eb 1,14). Sulla funzione soteriologica riconosciamo in particolare il ministero degli angeli custodi, opera che inizia dal concepimento e termina con l’ingresso nella vita eterna. Nella funzione soteriologica dobbiamo distinguere un duplice influsso dell’angelo: l’influsso sull’intelletto umano e quello sulla volontà umana. L’angelo rafforza l’intelletto senza infondere lume intellettuale che spetta solo a Dio, avendo un grado di conoscenza superiore, ma può agire direttamente sull’intelletto umano perfezionando la potenza intellettiva dell’uomo. L’influsso angelico sulla volontà umana è una semplice opera di persuasione, in quanto solo Dio può cambiare la volontà, per cui l’angelo può solo influenzarla indirizzandola verso il bene sommo che è Dio.
  3. L’azione economica in rapporto al mondo: riguarda il ruolo degli angeli nell’assistere e custodire il mondo materiale, proteggere la terra, il mare ei loro frutti (cf. Ap 7,11). Quest’aspetto dell’azione straordinaria dell’angelo nel mondo andrebbe ulteriormente approfondito.

Il peccato degli angeli.

L’angelo conosce la realtà che lo circonda per intuizione, l’angelo non ragiona per conoscere, così come avviene in ogni uomo; egli conosce Dio attraverso la perfezione divina che si riflette sulla loro essenza, e in Dio conoscono se stessi, si conoscono gli uni gli altri, tutto conoscono in virtù della loro vita in Dio. La conoscenza angelica, dunque, non è una conoscenza per astrazione e ragionamento, come quella umana, ma è pura conoscenza immediata e intuitiva.

L’angelo è stato creato per e in vista di Cristo, l’esistenza angelica è finalizzata al Cristo, Figlio di Dio, quindi anche gli angeli sono chiamati a partecipare alla vita divina attraverso Gesù Cristo: non possiamo comprendere il peccato degli angeli se non partiamo da questo dato relativo la loro creazione in, per e in vista di Gesù Cristo. San Tommaso d’Aquino nella Summa Teologica (I q. 62, art. 5) afferma che «gli angeli sono stati creati in grazia, ma dovevano ottenere la gloria per mezzo di una loro scelta, cioè di un atto di volontà per Dio». Il dono della natura che essi hanno ricevuto corrisponde al dono dell’amore e dipende solo da Dio senza presupporre nessun merito o disponibilità: Dio dona loro la vita eterna, questo è il dono della natura. Il dono della gloria, invece, è lasciato alla libera decisione dell’angelo, come d’altronde per l’uomo. Dio ha creato l’angelo libero, pertanto anch’egli è posto nella possibilità di venir meno alla richiesta del Bene assoluto; in virtù di questa libertà, solo coloro che liberamente hanno accolto in pienezza la partecipazione alla vita trinitaria hanno beneficiato della grazia santificante, e così hanno meritato il possesso dell’amore beatificante, raggiungendo la felicità beatifica. Lo stesso carattere di immediatezza, tipico della conoscenza angelica è presente anche nella dinamica della libertà dell’angelo: essi non sono esposti al dubbio o a difficoltà inerenti al giudizio-discernimento. L’angelo, quindi, quando ha rifiutato Dio, lo ha fatto liberamente e consapevolmente del danno che stava autoinfliggendosi.

Nel Nuovo Testamento non mancano riferimenti espliciti e chiari sul peccato degli angeli o meglio sulla loro “trasformazione” in diavoli, dati biblici che rivelano la scelta assurda e folle di voler essere dei demòni, cioè degli esseri maledetti, ovvero creature prive della vita soprannaturale, per questo vengono identificati come angeli ribelli che hanno peccato, e che in eterno vivono nella lontananza e nella opposizione a Dio. Essere dei “maledetti” nella concezione biblica significa essere privi della vita soprannaturale: l’angelo al momento del suo peccato spegnerà per sempre la luce di questa vita soprannaturale, pur conservando – mistero divino – i caratteri e i poteri del proprio grado o coro angelico di appartenenza.

2Pt 2,4: «Dio non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li precipitò in abissi tenebrosi, tenendoli prigionieri per il giudizio». L’apostolo Pietro parla espressamente di un peccato degli angeli, e di conseguenza, di un incatenamento nell’abisso infernale, come pena per il loro peccato. Quest’abisso non può essere identificato come gabbia nella quale sono rinchiusi tutti gli angeli ribelli, una parte di loro, infatti, sono “operativi” nel mondo.

Gd 6: «Il Signore tiene in catene eterne, nelle tenebre, per il giudizio del grande giorno, gli angeli che non conservarono il loro grado, ma abbandonarono la propria dimora». San Giuda esprime il simbolismo delle catene, angeli incatenati nelle tenebre, certamente sono incatenati nel senso che loro non possono agire “liberamente”, il loro “campo d’azione” resta sempre subordinato al mistero della permissione divina; sono nelle tenebre, quindi non più nella Luce, in Dio, «perché non conservarono il loro grado»: si intravede una gerarchia angelica.

Il peccato dell’angelo è una rivolta, una ribellione contro Dio, quindi è una vera e propria azione contro la propria natura, perché essi vivono esclusivamente della comunione trinitaria, e ora si ritrovano a “vivere” la piena e assoluta solitudine, perché la loro decisione di essere dei diavoli, cioè degli spiriti oppositori all’uomo per odio contro Dio, non contempla la relazione tra di loro: gli angeli ribelli anche tra loro si odiano a vicenda, tra loro c’è solidarietà nel fare il male, ma non il bene. Jacques Maritain (1882 – 1973) filosofo francese convertitosi al cattolicesimo, considerato come uno dei massimi esponenti del neotomismo, ha ben descritto in un suo lavoro – intitolato Il peccato dell’angelo – , la scelta assurda e folle di questi spiriti pervertiti e pervertitori:

«Il puro spirito sceglie così il male in piena libertà, senza che nessuna luce al mondo possa sviarlo, convincendolo di ignoranza e di errore, mostrandogli che si sbaglia. Infatti è evidentemente un errore il fatto di collocare il proprio bene in ciò che realmente non è il proprio bene – in una cosa amata sregolatamente e senza misura – ma egli lo sa bene quanto voi, e perfino meglio di voi, e nonostante ciò lo compie. Questo errore è appunto la sua colpa, essa non la precede, ed egli la commette consapevolmente e volontariamente. Egli non sbaglia strada prendendo la cattiva strada per la buona, egli sbaglia strada scegliendo in piena cognizione di causa la strada che sa cattiva; in breve, niente l’ha ingannato, il funzionamento naturale della sua intelligenza non si è guastato in niente; egli fa ciò che ha voluto, va dove ha voluto, verso ciò che ha voluto»[8].

Per comprendere, per quanto è possibile, il peccato angelico bisogna considerare anche le caratteristiche della volontà dell’angelo: la volontà dell’angelo non coincide con l’essere buono dell’angelo, questo è solo di Dio. Il suo volere corrisponde alla sua perfezione: scegliere il bene è scegliere Dio, scegliere se stessi è scegliere il male, l’assenza di Dio. L’angelo ha sua libertà di scelta, che è limitata e, quindi, peccabile; nel loro peccato gli angeli ribelli hanno posto nel loro primo atto di libertà, l’amore alla propria esistenza e non l’amore per Dio. Questo peccato è irrevocabile[9], non può essere riscattato per la loro profonda conoscenza di Dio; la loro scelta di rifiutare l’amore di Dio è un atto libero, responsabile e definitivo, col quale essi hanno distrutto definitivamente il loro essere dono nel desiderio di verità e disponibilità all’amore e hanno scelto di non essere quello che sono. L’angelo, la creatura di luce, diventa demonio, la cui caduta dai cieli, immediata e definitiva, è richiamata da Gesù stesso col simbolismo della folgore: «Vedevo satana scendere dal cielo come una folgore» (Lc 10,10). La folgore è un fulmine, la caduta di Satana dal cielo ha avuto la stessa immediatezza e la stessa pericolosità dei fulmini, ovvero sono immediati nell’azione e distruggono tutto ciò che toccano: la conoscenza del demonio era immediata e col suo atto libera di scelta si è distrutto per sempre.

 Il male nel mondo, la sofferenza e la morte, hanno dunque la loro origine dal peccato degli angeli[10], l’uomo, però, poteva proteggersi dalla loro influenza, ma liberamente ha scelto di superare il limite che gli ha imposto Dio, limite che gli stessi angeli ribelli non hanno voluto accettare e che tutt’oggi presumono di spodestare e deridere ogniqualvolta l’uomo sceglie di vivere senza Dio. Ecco dunque che «Tutta intera la storia umana è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo e destinata a durare fino all’ultimo giorno. Inserito in questa battaglia l’uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al Bene» (GS 37).

Gesù e il demonio.

«Per questo si manifestò il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo» (1Gv 3,8b): l’intera missione evangelica di Gesù Cristo è una lotta radicale contro il potere di Satana e degli angeli ribelli pervertiti nel loro orgoglio, senza questa lotta non si comprenderebbe la portata teologica dell’opera salvifica di Cristo, quindi «non si può pensare a una vita spirituale, a una vita cristiana senza resistere alle tentazioni, senza lottare contro il diavolo. E pensare che hanno voluto farci credere che il diavolo fosse un mito, una figura, un’idea del male. Invece il diavolo esiste e noi dobbiamo lottare contro di lui»[11]: non sono pochi gli interventi di Papa Francesco, anzi, contro coloro che negano l’’esistenza e l’attività ordinaria e straordinaria del demonio. L’esistenza dei demòni rientra nell’annuncio del vangelo di Gesù Cristo, seppure, come l’angelo, non in maniera centrale e dominante; il Figlio di Dio, mediante la sua incarnazione, passione morte e risurrezione, ha rivelato all’uomo che la salvezza si ottiene attraverso una conversione che è essenzialmente lotta contro Satana per aderire a Dio. L’offerta della salvezza è per tutti coloro che accettano il messaggio evangelico dell’amore, per mezzo del quale «[gli uomini sono chiamati a convertirsi] dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio e ottengano il perdono del peccato» (At 26,19). Questo “passaggio” può essere considerato la magna carta della demonologia neotestamentaria.

«Il male che è nel mondo è occasione ed effetto di un intervento in noi e nella nostra società di un agente oscuro e nemico, il demonio. Il male non è soltanto una deficienza, ma un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà, misteriosa e paurosa. Esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscerlo esistente, ovvero chi ne fa un principio a sé stante, non avente esso pure, come ogni creatura, origine da Dio, oppure la spiega come una pseudo realtà, una personificazione concettuale e fantastica delle cause ignote dei nostri malanni»[12].

Il beato Paolo VI ha ribadito che teologie che negano l’esistenza personale di Satana non sono teologie cattoliche, in quanto non è più la Scrittura che giudica il mondo, ma il mondo che giudica la Scrittura, così come aveva affermato l’allora cardinale Ratzinger: «L’autorità sulla quale simili specialisti della Bibbia basano il loro giudizio non è la Bibbia stessa, ma la visione del mondo contemporaneo al biblista […]. Checché ne dicano certi teologi superficiali, il diavolo è per la fede cristiana una presenza misteriosa, ma reale, personale, non simbolica: una malefica libertà sovrumana opposta a quella di Dio»[13]. Papa Francesco fin dall’inizio del suo pontificato, nel discorso ai cardinali, ha richiamato all’azione del diavolo nel mondo, tale riferimento, seppur marginale – come giusto che sia –  non mancherà nei suoi discorsi, nelle sue omelie quotidiane, al punto che possiamo ben affermare che Papa Francesco tra i vari rinnovamenti che sta operando, vi è anche quello a cui alludeva Paolo VI, cioè a una visione chiara, non oscurantista, ma basata sulla Scrittura, sulla Tradizione e sul Magistero, per ciò che riguarda l’azione di Satana nel mondo. Papa Francesco non solo richiama i fedeli a non seguire maghi e falsi carismatici[14], ma anche tutti quei biblisti, dotti professori, che negano l’esistenza del diavolo o “squalificano” una giusta e moderata visione e applicazione dello studio della demonologia.  Tutta la vita di Gesù testimonia lo scontro tra le potenze del male contro una realtà che va al di là di ciò che è umano e mondano.

Le tentazioni di Gesù.

Uno dei primi scontri di Gesù contro Satana avviene nella dinamica delle tentazioni. I tre vangeli sinottici raccontano lo svolgimento delle tentazioni di Gesù: il Figlio unigenito di Dio viene condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo. Il demonio è spietato nelle tentazioni, ma ancor di più in quelle che muove verso il Figlio di Dio, la cui malvagità è “vista” è ben descritta nelle visioni della beata Anna Katharina Emmerick: «Ho visto Satana avvicinarsi a Gesù nelle sembianze di un potente angelo. Era vestito come guerriero, così come vedo san Michele quando mi appare; ma, nonostante tanto splendore, c’era sempre sul suo volto qualcosa di cupo e crudele»[15]. La crudeltà di Satana verso Gesù lo porterà alla tentazione delle tentazioni: la morte di croce in offerta a chi non merita.

Le tentazioni di Gesù sono precedute dal raccoglimento nel deserto e questo raccoglimento è anche una lotta interiore contro i travisamenti dell’avversario. Nella tentazione Gesù discende nei pericoli che minacciano l’uomo: Gesù vuole e deve entrare nel dramma dell’esistenza umana, attraversarlo fino in fondo per ritrovare così la pecorella smarrita, caricarsela sulle spalle e ricondurla a casa. Egli deve riprendere tutta la storia a partire dai suoi inizi, da Adamo, percorrerla e soffrirla fino in fondo per poterla trasformare: c’è un mistero che trasforma tutto ciò che tocca, ed è l’amore: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16). Nella Lettera agli Ebrei si pone l’accento sul fatto che la missione di Gesù, la sua solidarietà con tutti noi – prefigurata nel Battesimo – implica che egli si esponga alle minacce e ai pericoli dell’essere rifiutato dall’uomo. Il racconto delle tentazioni appare, come il Battesimo, come una anticipazione in cui si condensa la lotta di tutto il suo cammino. Gesù dopo il Battesimo fu tentato: lo Spirito di Dio che al momento del Battesimo discende e rimane su Gesù, non lo separa dalla storia e dalle sue ambiguità, al contrario colloca Gesù all’interno di una lotta che egli stesso vivrà come “pane quotidiano”.

Ci si potrebbe chiedere: come poté essere tentato Gesù? Fu vera tentazione la sua? C’è una tentazione soggettiva, che parte dal soggetto che è tentato e presuppone in lui, in qualche modo, l’esistenza della concupiscenza e vi è una tentazione oggettiva che parte dall’esterno, da Satana in persona o da una situazione di fatto (l’influenza del mondo) che induce a dubitare su Dio, e quindi a disubbidirgli. La tentazione di Gesù non fu soggettiva perché egli era innocentissimo, fu invece una tentazione oggettiva: ebbe fame e Satana cercò di utilizzare questo aspetto per scuoterlo. Le tentazioni di Gesù sono tentazioni demoniache vere, non fittizie o pedagogiche, egli, Verbo eterno, con l’Incarnazione, diventa vero uomo, che insegna a noi, nella dinamica delle tentazioni, come dovrebbe essere esercitata la libertà umana, cioè quella libertà, che costituita santa, in seguito viene ferita dal peccato originale e intaccata per sempre dalla concupiscenza. Le tre tentazioni di Gesù rivelano la lotta interiore di Gesù per la sua missione, ma anche la domanda su ciò che conta davvero nella vita degli uomini, in esse appare chiaro ed evidente il nocciolo di ogni tentazione: rimuovere Dio, presentandolo come secondario – se non addirittura superfluo e fastidioso –  di fronte a tutto ciò che nella nostra vita sembra essere più urgente. Satana attraverso la sua attività ordinaria presenta il male sotto forma di bene e quando si è “avanti” nella vita spirituale non ci invita direttamente a compiere il male, ma attraverso sottili e ingannevoli ragionamenti, egli «quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna» (Gv 8,44c). Il diavolo è un millantatore, il rito di esorcismo del 1952, attualmente in vigore, lo apostrofa come «fomentatore di vizi, seduttore degli uomini, ingannatore dei popoli» (cf. I esorcismo), egli vuole il consenso libero della nostra volontà ad abbandonare le “illusioni” di una vita santa e impiegare le nostre forze illudendoci di migliorare il mondo attraverso il potere, il pane, il successo.

La prima tentazione consiste nel trasformare in pane le pietre del deserto. Il primo criterio di identificazione del Dio buono e redentore davanti al mondo è quello di dare il pane e mettere fine alla fame di ogni uomo. I problemi sociali non sono forse il primo e autentico criterio al quale deve essere commisurata la Redenzione? Il marxismo ha fatto proprio di questo ideale il cuore della sua promessa di salvezza, e non si dovrà dire la stessa cosa alla Chiesa? Anzitutto il pane, il resto viene dopo. Gesù respinge il tentatore: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4). Il pane è importante, la libertà è più importante, ma la cosa più importante è l’adorazione mai tradita a Dio: laddove Dio è considerato una grandezza secondaria, allora falliscono proprio queste presunte cose più importanti. Il marxismo insegna. Così come gli aiuti dell’Occidente ai paesi in via di sviluppo, basati su principi puramente tecnici, materiali, trascurando Dio: essi pensavano di poter trasformare le pietre in pane, ma hanno dato pietre al posto del pane.

La seconda tentazione è stata messa in relazione con il motivo del “panem et circenses”. Dopo il pane deve essere offerto qualcosa di sensazionale: colui che non vuole permettere a Dio di entrare nel mondo e negli uomini deve offrire il prurito di esperienze eccitanti, il cui brivido sostituisce la commozione religiosa e la reprime. In questa tentazione c’è un dibattito tra due esperti della Scrittura: il diavolo teologo e Gesù obbediente all’amore di Dio. Il diavolo cita il Salmo 91,11: «Dio darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi» (Lc 4,10). Per Soloviev’, nell’opera Racconto dell’Anticristo, l’anticristo riceve la laurea honoris causa in teologia nell’università di Tubinga e diventa grande esperto della Bibbia. Il demonio incarna l’esegesi erudita del suo tempo, che può diventare uno strumento dell’anticristo.

Oggi assistiamo non di rado anche all’interno di alcune correnti teologiche che la Bibbia viene assoggettata alla visione moderna del mondo, in questa prospettiva la Bibbia non parla più del Dio vivente, ma a parlare sono coloro i quali decidono col “proprio personale lume intellettuale” che cosa Dio può fare e che cosa vogliamo e possiamo fare noi. Gesù contraddice Satana: «Non tentare il Signore tuo Dio» (Lc 4,12). Nell’inganno di Satana Dio deve sottoporsi a una prova: se egli non garantisce la protezione promessa nel Salmo 91 allora non è Dio. Quest’inganno è la presunzione di chi vuol fare di Dio un oggetto e imporgli le nostre condizioni, infatti si basa sul presupposto che noi neghiamo Dio in quanto Dio, perché ci proponiamo al di sopra di Lui, perché mettiamo da parte la dimensione dell’amore, dell’ascolto interiore e riconosciamo come reale solo ciò che è nelle nostre mani. Trasportiamo il nostro sguardo dal pinnacolo del tempio alla croce sul Calvario: Cristo non si è gettato dal pinnacolo, non ha messo alla prova Dio, ma è sceso nell’abisso della morte come prova suprema dell’amore di Dio verso gli uomini, ed è caduto, fiducioso, nelle mani benevole del Padre. Questo è il vero senso del Salmo 91: il diritto a quella estrema e illimitata fiducia di chi segue la volontà di Dio e sa che in mezzo a tutti gli orrori che può incontrare non perderà mai l’ultima protezione di Dio.

Nella terza tentazione il demonio offre a Gesù il dominio sul mondo. Non deve essere il Messia il re del mondo? Gesù risorto dirà: «Mi è stato dato ogni potere in Cielo e in terra» (Mt 28,18). Il potere di Gesù è potere autentico, salvifico, è il potere del Cielo, è, in ultima analisi, il potere del servizio, che arriva all’offerta di sé nella morte di croce (cf. Liturgia Solennità Cristo Re dell’universo): senza il Cielo il potere terreno resta sempre ambiguo. Il potere di Gesù risplende nella Risurrezione, ma presuppone la croce, dove muore appeso e deriso dagli uomini, manifestando l’offerta ultima e assoluta di se stesso, del suo mettersi al servizio dell’uomo. Il potere di Cristo cresce e mette radici in chi vive l’umiltà e l’amore.

Nel corso dei secoli questa tentazione diventa visibile quando l’impero cristiano trasformerà la fede in un fatto politico per l’unità dell’impero; questo è un rischio che la fede ha sempre corso, ovvero quello di essere soffocata dall’abbraccio del potere: la fede si mette al servizio del potere. L’alternativa che qui è in gioco appare nel racconto della Passione in cui Pilato fa scegliere tra Gesù e Barabba. Uno dei due verrà liberato. Barabba era una figura messianica, un combattente per la resistenza contro i romani. La scelta è tra due figure messianiche, due forme di messianismo si confrontano: un messia che capeggia una lotta di libertà e di indipendenza e un misterioso Gesù, che annuncia come via alla vita il perdere se stessi. Gli uomini hanno preferito Barabba. Se il tentatore, oggi, ci proponesse di scegliere Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio avrebbe qualche possibilità? «Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8).

Il diavolo non ci propone direttamente di adorare se stesso, non è così rozzo, ma ci propone di deciderci per ciò che è razionale, per la priorità di un mondo pianificato, in cui Dio è solo una questione privata, può avere il suo posto, ma non deve interferire nella vita pubblica. Questa è l’interpretazione “biblica” dell’anticristo di Soloviev’: l’adorazione del benessere, della pianificazione razionale. La terza tentazione si rivela fondamentale: che cosa debba fare un salvatore del mondo. Proprio nel momento in cui Pietro confessa Gesù come Messia, si fa avanti il tentatore che spinge alla comprensione di un messia che opera alla luce del potere mondano, un’azione messianica senza croce. Ma Gesù è duro con Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» (Mt 16,23). La tentazione odierna è di considerare il cristianesimo come una ricetta per il progresso, è riconoscere il comune benessere come il vero scopo di ogni religione, anche quella cristiana.

Che cosa ha portato Gesù se non ha fatto emergere un mondo migliore? Nell’Antico Testamento ci sono due linee di sapienza: l’attesa di un mondo sano in cui «il lupo giace accanto all’agnello» (Is 11, 6), i popoli «forgeranno le loro spade in vomeri» (Is 2,4); e poi la sapienza del Servo di Dio sofferente, di un Messia che salverà attraverso il disprezzo e la sofferenza. Gesù dice a noi quello che ha obiettato a Satana e poi a Pietro: Nessun regno di questo mondo è il regno di Dio, che assicura la salvezza dell’umanità in assoluto. Questo è l’inganno di Satana.

Ma che cosa ha portato Gesù veramente se non ha portato la pace nel mondo, il benessere per tutti? Ha portato Dio! Ora conosciamo il suo volto, ora possiamo invocarlo, ha portato Dio e con lui la verità sulla nostra sorte. Il potere di Dio nel mondo è silenzioso, ma è il potere vero e duraturo, è ciò che permane e salva. I regni del mondo nel frattempo sono tutti crollati. Dalla lotta contro Satana Gesù esce vincitore: alla divinizzazione menzognera del potere e del benessere egli ha contrapposto la natura divina di Dio, quale vero bene dell’uomo e l’amore quale unico processo di trasformazione e di benessere. Il comandamento fondamentale di Israele è anche il comandamento fondamentale dei cristiani: si deve adorare solo Dio. Ed è proprio questo “Si” incondizionato alla prima tavola del dialogo, che include anche il “Si” alla seconda: l’amore per il prossimo.

Gesù esorcista.

Oltre all’annuncio orale del vangelo Gesù operava anche mediante dei segni specifici, segni che lasciano intravedere il suo rapporto speciale con Dio e la sua autorità sul demonio: i segni di misericordia e i segni di potenza. I segni di misericordia sono l’offerta gratuita e misericordiosa del perdono di Dio all’uomo incapace di salvarsi dalla forza del peccato con le sue energie: «Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?» (Lc 7,49). I segni di potenza, invece, sono i miracoli e gli esorcismi: «[Il paralitico] si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: “Non abbiamo mai visto nulla di simile!”» (Mc 2,12); «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!» (Mc 1,27). Sia i segni di misericordia che i segni di potenza sono espressione dell’amore misericordioso di un Dio che salva dal peccato e anche dal Maligno, che è all’origine della prima disgrazia dell’umanità. Il demonio è persona, seppur alla maniera di una non persona, e proprio sull’agire personale di quest’angelo ribelle, Gesù stesso ci invita a chiedere quotidianamente a Dio nella preghiera del Padre nostro la liberazione dai suoi lacci e la tutela dai suoi inganni. Il magistero ecclesiale afferma tutto ciò nella teologia del Padre nostro:

«L’ultima domanda al Padre nostro si trova anche nella preghiera di Gesù: “Non chiedo che Tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal Maligno” (Gv 17,15). Riguarda ognuno di noi personalmente; però siamo sempre “noi” a pregare, in comunione con tutta la Chiesa e per la liberazione dell’intera famiglia umana […]. In questa richiesta, il Male non è un’astrazione; indica invece una persona: Satana, il Maligno, l’angelo che si oppone a Dio. Il “diavolo” (dia-bolos, colui che “si getta di traverso”) è colui che “vuole ostacolare” il Disegno di Dio e la sua “opera di salvezza” compiuta in Cristo. “Omicida fin dal principio”, “menzognero e padre di menzogna” (Gv 8,44), “Satana, che seduce tutta la terra” (Ap 12,9), è a causa sua che il peccato e la morte sono entrati nel mondo, ed è in virtù della sua sconfitta definitiva che tutta la creazione sarà liberata “dalla corruzione del peccato e della morte” (cf. Messale Romano, Preghiera Eucaristica IV). “Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca: chi è nato da Dio preserva se stesso e il Maligno non lo tocca. Noi sappiamo che siamo nati da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del Maligno” (1Gv 5,18-19)»[16].

Gesù vince Satana con la sua morte e resurrezione, pertanto la Redenzione da lui messa in atto è liberazione dell’uomo dai lacci del diavolo, questa vittoria è in un certo qual senso anticipata nella dinamica degli esorcismi. L’esorcismo praticato da Gesù presenta i caratteri tipici di una lotta contro una personalità altra, negativa, crudele e nemica dell’uomo, una lotta che sarà vinta definitivamente nell’avvento del mistero pasquale. La redenzione, però, occorre che deve essere assunta personalmente da ogni uomo mediante la scelta quotidiana di Dio, mediante la conversione del cuore. Il diavolo, pur essendo sconfitto da Cristo continua ad avere una certa influenza sull’uomo, quale creatura libera di scegliere tra lui e Dio.

Gesù affermando di scacciare i demòni in virtù dello Spirito Santo (cf. Mt 12,28) presenta gli esorcismi quale segno dell’avvento del Regno di Dio, quindi anche come prova della sua messianicità. La missione di Cristo è una tremenda lotta contro gli spiriti del male, in effetti tutta la sua vita di Cristo è un costante confronto, battaglia, tra il “forte” Satana, e il “più forte” Gesù. L’evangelista Marco, sottolinea più degli altri i “toni aspri” di questa battaglia. Mediante i racconti della liberazione degli indemoniati l’evangelo ci comunica una visione della storia, quella che si svolge nel mistero della fede: una lotta tra il bene e il male i cui protagonisti sono Dio e il Maligno. Questo contrasto tra Dio e Satana è una contesa in vista della salvezza/perdizione dell’uomo, che in nome della sua libertà può scegliere tra i due contendenti.

La presenza di Satana distrugge, aliena e disgrega l’uomo posseduto. Negli indemoniati l’immagine dell’uomo si è come frantumata ed è diventata irriconoscibile, essi, prigionieri di uno o tanti spiriti del male, sono incapaci di ribellarsi alla forza maligna che li tiene incatenati, incapaci di rispondere liberamente agli appelli di Gesù. In loro Gesù riconosce e combatte una potenza che non è quella dell’uomo, bensì una coscienza altra, personale e crudele: l’angelo che si è ribellato a Dio. Di fronte a Gesù Satana e i suo demòni, spodestati, non hanno potere assoluto sugli uomini, così come vorrebbero, non possono più restare “indisturbati” nei corpi dei posseduti, ma soprattutto intravedono la fine del loro tempo, perciò essi reagiscono furiosi e gridano: «Sei venuto a tormentarci?» (Mt 8,9). Il Nuovo Testamento quando parla di indemoniati riflette la mentalità popolare che attribuisce alcune malattie all’opera del demonio? Oggi disponiamo di più precise conoscenze intorno alle cause naturali di alcune malattie nervose e psichiche che danno luogo a forme simili a quelle descritte dai vangeli ma non possiamo escludere, come testimonia l’esperienza di provati ed esperti esorcisti, la compresenza sia di malattia psichiatrica che di mali malefici, casi del tutto difficili da affrontare, e che andrebbero affidati ai medici e solo per quanto è possibile al ministero di consolazione. Se volessimo vedere in ogni racconto niente altro che il risultato di una cultura prescientifica ci sfuggirebbe qualcosa di essenziale, che non può essere trascurato:

«Questi fatti e queste dichiarazioni – bene inquadrati, ripetuti e concordanti – non sono casuali e non è possibile trattarli come dati favolistici da smitizzare. Altrimenti, bisognerebbe ammettere che in quelle ore critiche la coscienza di Gesù, di cui è attestata la lucidità e la padronanza di sé davanti ai giudici, era in preda a fantasmi illusori, e che la sua parola era priva di ogni fermezza; ciò che contrasterebbe con l’impressione dei primi ascoltatori e dei lettori dei vangeli. Si impone perciò la conclusione: satana, che Gesù aveva affrontato con i suoi esorcismi, che aveva incontrato nel deserto e nella passione, non può essere il semplice prodotto della facoltà umana di favoleggiare e di personificare le idee, oppure un relitto aberrante di un lin­guaggio culturale primitivo»[17]

Il racconto sui demòni e su Satana che tengono legati gli uomini, ricordano in modo significativo «che tutto il mondo giace sotto il potere del maligno» (1Gv 5,19). Gesù rivela questo mistero, lo mette a nudo, lo chiama per nome, perché la sua autorità è più forte dei demòni, il cui potere mette in fuga col solo comando imperativo. Quali sono i casi di malattia descritti nel vangelo a cui Gesù impartisce ordini alle malattie? Gesù interagisce nei esorcismi con un essere personale, nella malattie, invece, si rapporta in maniera del tutto diversa. In virtù dell’ordine imperativo di Gesù l’uomo è liberato, guarito, il Regno viene.

Certo il diavolo può servire da pretesto per scaricare su di lui le nostre colpe, può diventare uno strumento di fuga dalle personali responsabilità, soprattutto nei casi di fedeli vittime della sua azione straordinaria: “ho compiuto questo peccato… perché sono stato istigato (comandato) dal diavolo…”. D’altronde, anche il periodo in cui la credenza nella stregoneria provocava terrore, torture e roghi, l’accusa di possessione diabolica era un mostruoso rigetto su altri di conflitti personali e sociali non risolti.

Lo scientismo avrebbe voluto debellare per sempre a livello razionale un certo modo di concepire il demonio, ma il mistero del male sussiste e il demonio assume di tempo in tempo, un volto diverso e occorre scoprirlo. Gesù liberatore degli indemoniati sollecita a discernere quanto il male del mondo dipende dalla volontà degli uomini, degli egoismi e degli interessi sfrenati, ma mette in guardia dal ridurlo semplicemente a limiti umani. Il Maligno, infatti, ha un forte potere di suggestione sugli uomini, influenzando così le loro scelte, in effetti egli è un essere spirituale e in quanto tale entra nella mente umana per confondere e indirizzare al male in nome di false e contraddittorie ragioni: presenta il male sotto forma di bene. In alcune situazioni di sofferenza non gli risulta difficile confondere la mente degli uomini nel ricercare aiuto presso gli operatori dell’occulto.

Gli esorcismi operati da Gesù segnano la chiara ed evidente sconfitta del demonio, seppur come anticipazione di quella sconfitta totale che avverrà mediante la sua passione, morte e risurrezione.  La vittoria di Gesù si attua nel presente storico: egli vince il Maligno con la potenza dell’obbedienza e dell’amore che raggiunge la sua pienezza sulla Croce. All’indemoniato di oggi non possiamo presentare quale unica fonte di guarigione il sacramentale dell’esorcismo, ma dobbiamo presentargli la testimonianza di Gesù: l’obbedienza, l’accettazione della volontà di Dio, una vita piena di amore verso tutti, consentono di preparare il terreno per la lotta, qualora il caso lo richieda, celebrata nel rito di esorcismo. Il peccato degli scribi è l’incredulità davanti ad una chiara evidenza: «Scaccia i demòni in nome del principe dei demòni» (Mc 3,22): Gesù esorcista ci insegna che il primo esorcismo lo viviamo proprio nell’adempimento della nostra fede: amare Dio e amare il prossimo.

La cultura moderna e il diavolo.

Diverse correnti culturali come l’illuminismo, il positivismo e il secolarismo hanno finito per imporre una soluzione tranquillizzante: il demonio, si dice, è una personificazione simbolica, un mito, uno spauracchio. A partire da queste basi arriviamo all’uomo moderno che manifesta una sospetta allergia a sentir parlare del diavolo come essere personale, ancor di più per ciò che riguarda la sua azione straordinaria nel mondo. Questa “soluzione o prospettiva” è stata assunta come riflessione di progresso anche da alcuni celebri teologi che hanno presentato la dottrina cattolica su angeli e demòni come puro simbolismo figurativo, liquidando il tutto verso due soluzioni: dato culturale d’importazione e personificazione degli attributi di Dio. Bisogna ricordare loro e a chi pensa come loro che la sapienza della Chiesa ci ricorda che lex orandi, lex credendi: dunque, perché l’esistenza e il rinnovamento del rito di esorcismo? Mero retaggio del passato? Intanto, però, nella società si manifesta un fenomeno inquietante: Satana, scacciato dalla porta, è rientrato dalla finestra, cioè scacciato dalla fede è rientrato dalla superstizione. Il mondo moderno, tecnologico e industrializzato pullula di maghi, streghe, stregoni di paese, spiritisti, dicitori di oroscopi, venditori di fatture e d amuleti e di altra gente simile, per di più non sono da escludere per la loro pericolosità le sette sataniche, i cui riti, strani, redditizi e in alcuni casi anche di carattere criminale, operano di preferenza proprio nelle città più industrializzate, nascondendosi dietro i volti di gente benestante e impensabile da classificare come persone adoratrice del diavolo. Nella nostra società si sta verificando qualcosa di simile a quello che l’apostolo Paolo rilevava nei pagani del suo tempo: «Mentre si dichiaravano sapienti, sono divenuti stolti ed hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili […]. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbondanti in balia di un’intelligenza depravata» (Rm 1,21-23). Durante l’impressionante e sconvolgente periodo della seconda guerra mondiale Helmut Thielicke, teologo protestante, rettore dell’università di Amburgo, ha scritto:

«In questi tempi siamo venuti fin troppo in contatto con potenze demoniache … abbiamo provato e visto, più del bisogno uomini e interi gruppi sedotti e guidati da potenze misteriose, abbiamo osservato troppe volte uno spirito estraneo nelle persone trasformate fin nel profondo del loro essere; come le abbia spinte a crudeltà, ebbrezze di potere ed esplosioni di pazzia di cui prima non sarebbero stati capaci … Io dico che ne abbiamo viste troppe, ne siamo stati troppo spaventati, perché si possa continuare a chiedersi senza vergogna, se esista il diavolo».

Nonostante tutto assistiamo ad una lenta ma costante ripresa della riflessione demonologica, dove la domanda sul mistero del male è giunta così, per conto suo, alla stessa conclusione da cui parte la Sacra Scrittura: il mistero del male non si spiega solo con l’uomo, esso “precede l’uomo”, questo, infatti, è il senso della presenza del serpente nel racconto del peccato originale. Il mistero del Male “eccede” l’uomo: c’è un male così impensabile e raffinato che non può essere opera dell’uomo, ma che agisce sull’uomo che rifiuta liberamente la grazia santificante.

Nella sacra scrittura vi sono tutti i caratteri fondamentali per formulare una corretta teologia sui demòni:

  1. l’esistenza personale di potenze spirituali di segno negativo, spiriti ribelli;
  2. essi sono subordinati ad uno spirito capo, che la tradizione dei padri vede in Lucifero, rileggendo in chiave cristiana l’evento della caduta del re di Babilonia (cf. Is 12,14-15).
  3. Questi spiriti pervertiti hanno una interferenza reale con la storia e la vita dell’uomo: azione ordinaria (tentazione) e azione straordinaria (fenomeni diabolico straordinari).
  4. La verità più importante è che tutti questi spiriti del male sono tutti sottomessi alla signoria di Cristo, anche se conservano una certa iniziativa fino alla parusia, quando poi il loro tempo e operato finirà per sempre: «Afferrò il dragone, il serpente antico, cioè il diavolo, Satana e lo incatenò» (Ap 20,21).

“Credere” nell’esistenza personale del diavolo è dottrina cattolica, è una verità di fede, anche se non definita ex professo con un dogma. Quando il beato Paolo VI ha ricordato al popolo cristiano che esiste quest’essere personale, pervertito e pervertitore, spiacevole verità per molti, il mondo ha reagito “stracciandosi le vesti”, scandalizzato. Il mondo “ha riso”: si è trattato di una gaffe.

Papa Francesco, proprio sul tema della possessione diabolica, non ha temuto di “denunciare” i teologi che la mettono in discussione: «Ci sono preti che quando leggono questo brano di Luca [11,14-26] dicono: Gesù ha guarito una persona da una malattia psichica. Certamente è vero che si poteva confondere l’epilessia con la possessione del demonio, ma è anche vero che c’era il demonio. E noi non abbiamo il diritto di rendere la cosa tanto semplice, liquidandola come se si trattasse di malati psichici e non di indemoniati»[18].

Chi nega l’esistenza del demonio o della sua azione straordinaria sull’uomo (infestazioni, vessazioni, ossessioni, possessioni, malefici) non si rende conto che gli permette di “rientrare e coltivare” il suo terreno preferito che è quello del dubbio, della discussione intellettuale, che sospende ogni giudizio, e infine, del silenzio. Charles Pierre Baudelaire, poeta, scrittore e critico letterario, affermò sul demonio una celebre frase che è passata alla storia: «La maggior astuzia del Diavolo è convincerci che non esiste». La più grande vittoria di Satana è proprio questa di farci credere che egli non esiste, e ci è riuscito con molti.

Perché la demonologia è parte integrante, seppur “periferica”, della missione evangelizzatrice della chiesa? Perché la chiesa deve parlare di Satana? Non si può capire cosa significa scegliere Cristo se non si sa tra chi è la scelta, non si sceglie consapevolmente il Regno di Dio se non si prende conoscenza che esiste anche un altro regno alternativo a quello di Cristo, non esiste neutralità: questa è già militanza in uno dei due regni, ovvero quello di Satana. Il Battesimo cristiano nella sua struttura liturgica primitiva era espressione di questa scelta, il battezzando diceva: «Rinuncio a Satana», volgendosi al sole declinante verso l’Occidente; e poi diceva: «Credo in Te o Cristo» volgendosi al sole nascente verso l’Oriente. Tutta la vita cristiana è una scelta. Aver abolito uno dei due poli della scelta, quello negativo del demonio, tradisce nell’uomo secolarizzato di oggi la paura di dover scegliere, quando poi, invece, si cade nell’angoscia più radicale, perché scegliere e scommettere, come diceva Pascal, è necessario.

Conclusione.

Il terreno che abbiamo percorso è insidioso: il demonio può usare a nostro danno sia il troppo silenzio su di lui sia il troppo parlare di lui. In quest’ultimo caso si possono verificare facilmente due inconvenienti: o ci si illude o ci si confonde. Ci si illude se, chiamando in causa Satana per ogni nostra difficoltà o sbaglio, non prendiamo abbastanza sul serio la radice maligna che è in noi (l’egoismo, la concupiscenza, la superbia) e non prendendola sul serio non la mortifichiamo. In questo modo la nostra battaglia contro il demonio è vana: il nemico è da un’altra parte ed agisce indisturbato. In quest’orizzonte rischiamo di combattere contro i mulini a vento. Ci si confonde, se oltre ad attribuire al demonio i nostri sbagli, cominciamo anche ad attribuirgli tutti i fenomeni che avvengono intorno a noi: malattie, disturbi psichici, sofferenze. Non che il demonio non possa fare anche questo ma è pericoloso avventurarsi su questa strada senza un giusto discernimento, poiché si finisce per veder demòni in ogni angolo della nostra vita, quando poi la nostra attenzione dovrebbe essere volta a vedere Gesù in ogni angolo della nostra vita.

La Chiesa è molto saggia in merito alla teologia dei demòni: bisogna saper discernere gli spiriti. Niente esorcismi facili. Il Vangelo ci esorta senza dubbio alla pratica degli esorcismi, scacciare i demoni è una consegna costante fatta ai missionari del Regno, ma positivamente non ritualmente: non si tratta tanto di compiere i riti, quanto opere che mettano in fuga Satana. Cioè predicare e ascoltare la Parola del vangelo, proclamare Cristo come Signore, camminare in novità di vita, rinnovarci profondamente attraverso il sacramento della riconciliazione, come “sorella del Battesimo”, il tutto vissuto in una vera e sincera conversione del cuore. Tutto questo è anche esorcismo, perché fa avanzare il fronte della luce e fa indietreggiare quello delle tenebre e della menzogna, fa precipitare Satana come folgore, fa rovesciare gli idoli dietro ai quali abitualmente si nasconde: la menzogna filosofica, l’idolo del potere politico e militare, l’idolo del sesso e del consumismo, la calunnia e l’invidia.

La vita che riesce a superare la tomba è donata nella Chiesa nel sacramento del battesimo, ma se la vita battesimale viene sepolta e avanza una vita dove amore e perdono sono del tutto assenti, ci ritroviamo di nuovo rinchiusi in una vita psico-somatica, che per mezzo di uno sforzo intellettuale e morale vorrebbe sfondare nello Spirito, ma inutilmente. Lo dice apertamente Cristo a Nicodemo: «Nessuno è salito al cielo. Nessun uomo si è fatto dio, ma Dio si è fatto uomo. Bisogna rinascere dall’alto» (cf. Gv 3,1-21). Rinasciamo ogni qualvolta ci accostiamo con animo pentito al sacramento della riconciliazione, in esso si attua un vero e proprio esorcismo il cui ordine imperativo contro Satana è costituito dal dono gratuito della remissione dei peccati: Gesù paga il nostro “debito” col demonio e noi ci ritroviamo partecipi di quell’amore di Dio, che, unico, è capace di convertire il male nel bene.

Si fa, oggi, discretamente avanti la convinzione che in questa Europa ci vuole qualcuno che cambi il peccato in luce, che ci unisca a Dio, quello vero, non solo quello pensato e oggetto di dibattiti, ma soprattutto quello pregato ed amato, il Dio di Gesù Cristo.

La mia esperienza di vescovo esorcista.

Negli anni del mio episcopato in Acerra (2000-2013) mi sono imbattuto diverse volte nel contrastare il fenomeno dei maghi, dei fattucchieri e dei cartomanti, ricordo di aver negato l’autorizzazione a svolgere l’ufficio di padrino di cresima ad un noto cartomante, che, quotidianamente, esercitava il ruolo di mago in una televisione locale del napoletano. Questa mia ferma decisione suscitò “scintille” nel mago… Un’altra volta fui informato che in una parrocchia della diocesi si svolgevano mensilmente raduni di preghiera dove venivano deturpate azioni liturgico-sacramentali: si propagava l’idea di messe di guarigione, si ricorreva a forme magiche di devozioni specialmente quando il SS. Sacramento veniva portato tra la folla e ognuno toccava l’ostensorio con le mani o con fotografie o oggetti appartenenti ad ammalati o a bisognosi assenti. Venivano anche benedetti elementi naturali (sale, olio, acqua, candele, etc.) che potevano ingenerare il senso di magia. Una volta, sotto mentite spoglie, come un semplice presbitero, mi resi presente tra la folla dei fedeli e potei assistere di persona a questo spettacolo, che rasentava la magia. Dopo aver avvisato il parroco, scrissi al sacerdote che presiedeva quelle celebrazioni – che tra l’altro non apparteneva nemmeno alla diocesi – invitandolo a non presentarsi più in diocesi a tenere quelle riunioni di preghiera.

Nella società c’è una varietà multiforme di persone catturate dalle sette e dagli ingannatori delle sedute spiritiche, soggiogate dai maghi, incastrate in ogni forma di vizio, come gioco, sesso, alcool e droga.

«Il nuovo “Rito degli esorcismi” vede la luce in una situazione culturale segnata da una larga diffusione di pratiche cultuali deviate o apertamente superstiziose. La carenza in molte persone di un’incisiva esperienza di fede e di solide convinzioni religiose, la perdita di alcuni importanti valori cristiani e l’oscurarsi del senso profondo della vita concorrono a creare un clima di incertezza e di precarietà, il quale a sua volta favorisce il ricorso a forme di divinazione, a pratiche religiose venate di superstizione, a espressioni rituali di magia e talora perfino a riti estremamente aberranti, come quelli del culto a Satana […]. D’altra parte in ampi settori della cultura contemporanea viene spesso sottovalutata o negata la presenza e l’azione di Satana nella storia e nella vita personale»[19].

Quest’orizzonte di vita dedito al peccato e alla superstizione mi fece riflettere sul dominio del diavolo nel mondo e mi riportò alla mente il pressante invito che padre Gabriele Amorth faceva ai vescovi di nominare esorcisti nelle loro diocesi, per aiutare e consolare tanta gente che soffre e resta sola nella lotta col demonio, e che  cadono spesso nelle mani dei maghi perché non sanno a chi rivolgersi né tantomeno a chi parlare di un disagio, che il più delle volte resta incompreso, se non viene addirittura deriso. È quanto affermava con estrema decisione lo stesso Amorth:

«Gli esorcisti sono in genere malvisti da buona parte del clero stesso, dal quale sono spesso considerati esaltati. Non sono bene accetti, benché non solo siano membri del clero, ma in linea di principio possono essere considerati quasi migliori. Dico i migliori perché il Diritto Canonico dice che il vescovo, nominando l’esorcista, deve scegliere un sacerdote di preghiera, di cultura, equilibrato»[20].

 

Fu per questo che invitai il giovane sacerdote don Marcello Lanza ad approfondire i suoi studi di teologia in questa direzione ministeriale. Così nel 2011 lo nominai esorcista della diocesi di Acerra, figura che mancava nell’organigramma pastorale della diocesi da decenni. Contemporaneamente emanai le prime norme riguardanti l’esercizio ministeriale di questa delicata attività apostolica, e invitai il popolo di Dio a superare gli estremi della creduloneria, che porta alla magia, e della indifferenza, che può sfociare nella incomprensione. Ricordo con piacere la dedizione con cui don Marcello si dedicava a questo ministero, svolgendolo con competenza e sobrietà, e alimentandola con la preghiera e la sua fede umile e decisa. Un giorno, nel 2013, mi invitò, pressantemente, ad esorcizzare di persona un giovane posseduto dal demonio. In alcune sedute precedenti, don Marcello aveva diagnosticato con molta fatica lo stato di possessione diabolica in questo giovane, che a prima vista ne sembrava esente. Provai una sottile paura ad accettare, anche perché don Marcello mi aveva confidato le difficoltà incontrate da lui e dai suoi ausiliari nella celebrazione dei precedenti esorcismi su questo giovane indemoniato. Ma mi ripresi subito, ricordandomi che il vescovo è l’esorcista ordinario nella propria diocesi. Non potevo sottrarmi. Mi ricordai anche che don Marcello, già precedentemente mi aveva invitato a celebrare questo sacramentale per un adolescente, che accompagnato dai suoi genitori, fu da me esorcizzato nella cappella dell’episcopio. In quella circostanza tutto si svolse con tranquillità, nonostante la mia preoccupazione: avevo chiesto perdono della mia fragilità e rinnovai la fede in Cristo Salvatore. La domenica successiva notai, con gioia, il giovane esorcizzato che partecipava, con i suoi genitori, alla mia celebrazione eucaristica in cattedrale. È sbagliato considerare che un indemoniato non può entrare in chiesa, quell’adolescente era lì, ha partecipato alla santa messa e si è anche comunicato senza alcun problema. Confortato da questa esperienza, mi affidai alla Vergine Maria, madre della Chiesa e accettai di esorcizzare questo giovane che, lo capii subito, era un caso di possessione estrema. Fu una celebrazione combattuta, una vera lotta. Era un giovane trentenne, ben piazzato e robusto: durante lo stato di trance da possessione diabolica sprigionava una forza leonina, un’energia erculea: si rese necessario l’intervento di sei ausiliari che gli bloccarono le mani, le gambe, la testa e il petto. La sedia, ben solida in ferro battuto, a stento resse. Dopo i riti d’inizio previsto nel rito esorcistico, il giovane, o meglio, il demonio che lo possedeva esplose con tutta la sua forza: con gli occhi stravolti, rivoltati in alto, ringhiava e spumeggiava bava dalla bocca e aveva paura di toccare la stola viola che indossavo. All’improvviso gridò, rivolto a me: «Tu, che ci fai qua?». Il diavolo era spaventato e perciò dava energie sempre più forti al giovane posseduto. Ripetei il rito più volte aggiungendo sempre nuove invocazioni al Signore, mentre un certo timore cominciava a serpeggiare nel mio animo. Don Marcello mi assisteva e mi incoraggiava; e mi suggeriva di alzare il tono della voce, mettendoci più imperiosità nei comandi e più fede. Passarono circa due ore in questo “corpo a corpo”. Ad un certo punto del rito imposi al demonio che possedeva il giovane di rivelarmi il suo nome. Rispose: «Sono legione». Durante l’esorcismo, inoltre, il diavolo mi riconobbe come vescovo apostrofandomi «successore degli apostoli». Anche padre Amorth descrive le difficoltà incontrate nella celebrazione degli esorcismi: «Quante volte satana ha resistito ai miei comandi. Cristo è più forte di lui, ma spesso egli riesce a resistergli. Perché Satana, pur esseno assoggettato a Cristo, resta comunque una figura potente». Queste mie esperienze di vescovo esorcista mi hanno aiutato a capire con maggiore intensità che l’indemoniato è un membro della comunità e la sua sofferenza non può provocare una paura superstiziosa, ma deve suscitare un sentimento di amore e compassione per il disagio che un nostro fratelli vive. In questa mia convinzione trovai conforto nell’esperienza di un parroco esorcista[21] che così scrive in una sua relazione tenuta agli esorcisti: «Nella pastorale della parrocchia si sente urgenza di un ministero di consolazione e di accompagnamento per chi è tormentato dal Maligno… Una comunità parrocchiale dovrebbe farsi carico dei propri oppressi dal Maligno, senza considerarli una vergogna o motivo di spavento per i fanciulli, o possibili disturbatori della liturgia: insomma persone da tenere lontane o nascoste come fossero contagiose o indegne della comunità stessa». La chiesa nel Rito degli esorcismi e preghiere per circostanze particolari riconosce i posseduti dal demonio come i più poveri tra i poveri: «Il fedele che chiede l’esorcismo è un membro della comunità, uno dei quei membri che la comunità deve amare di amore preferenziale; infatti egli è il più povero dei poveri, bisognoso di aiuto e di consolazione. Il ministero dell’esorcista, perciò, oltre che di liberazione è anche un ministero di consolazione»[22].

I vescovi italiani riconoscono nella condizione del fedele indemoniato o soggetto ad altri fenomeni diabolici straordinari, una sofferenza, un dolore ed un’afflizione superiore a qualsiasi altra forma di sofferenza. In effetti eccede ogni schema di normalità l’essere costantemente in compagnia di un “ospite” indesiderato che fa sentire la sua presenza nel corpo e, soprattutto nella mente, influenzando con una certa forza il battezzato verso scelte nemiche al bene e alla felicità personale e comunitaria. Satana nella possessione diabolica tende a mantenere il dominio sulla persona e a desiderare la sua rovina, pertanto il battezzato posseduto dal demonio quando bussa alla porta della madre Chiesa e chiede l’esorcismo, è bisognoso di confessione e di consolazione: egli cerca quella pace e serenità che il diavolo gli ha tolto e che la Chiesa madre può restituirgli con la potenza santificatrice dei sacramenti e del sacramentale dell’esorcismo, l’accompagnamento fraterno nel suo cammino di liberazione.

[1] Sua Ecc.za mons. Giovanni Salvatore Rinaldi nasce a Cimitile il 3 maggio 1937, fin dalla fanciullezza entra nel seminario vescovile di Nola e in seguito in quello pontificio regionale di Posillipo, viene ordinato presbitero il 2 luglio 1961. In diocesi svolge vari incarichi: professore di filosofia, e di lingua francese, padre spirituale dei seminaristi, assistente diocesano di Azione Cattolica, parroco di diverse parrocchie, tra cui nella Parrocchia Collegiata Santa Maria delle Grazie in Marigliano. Il 7 dicembre 1999 è nominato vescovo della diocesi di Acerra, incarico che lascerà per essere giunto ai limiti di età nel 2013. Durante il suo episcopato, sensibile ai fedeli sofferenti nello spirito, dopo oltre trent’anni di assenza della figura dell’esorcista, nomina un sacerdote diocesano e riporta in diocesi il ministero degli esorcismi. Nella conferenza episcopale campana ricopre il ruolo di delegato per l’educazione, la scuola e l’università, e attualmente collaboratore della formazione degli esorcisti campani, accanto al responsabile Mons. Beniamino Depalma, arcivescovo emerito della diocesi di Nola. Mons. Rinaldi ha avuto esperienza diretta nel campo degli esorcismi, quando era Ordinario ha infatti più volte celebrato esorcismi sugli indemoniati, conoscendo di persona questa sofferente realtà.

[2] H. Denzinger, Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, a cura di P. Hunermann, EDB, Bologna 1995, 3002 [Denz].

[3] Coloro che affermano che il diavolo è solamente un simbolo del male, adottano tale principio anche per l’angelo, considerandolo simbolo del bene.

[4] Denz 800.

[5] Cf. Pio XII, Humani generis, in Enchiridion delle Encicliche 6. Pio XII 1939-1958, EDB, Bologna 1995, 726.

[6] Giovanni Paolo II, La partecipazione degli angeli nella storia della salvezza, 9/2: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, 28 voll., LEV, Città del Vaticano 1987, 327.

[7] Giovanni Paolo II, La partecipazione degli angeli nella storia della salvezza, 9/2: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, op. cit., 328.

[8] J. Maritain, Il peccato dell’angelo, Città Nuova, Roma 2014, 90.

[9] Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, LEV, Città del Vaticano 21999, 393 [CCC].

[10] Cf. ib., 2851.

[11] Francesco, Omelie del mattino. Nella Cappella della Domus Sanctae Marthae, IV, voll. 7, LEV, Città del Vaticano, 2014, 135-136.

[12] Paolo VI, Liberaci dal male, in Insegnamenti di Paolo VI, voll. V, Tipografia poliglotta vaticana, Città del Vaticano, 1973, 1169.

[13] J. Ratzinger-V. Messori, Rapporto sulla fede. A colloquio con Joseph Ratzinger, Paoline, Milano 1985, 150;145.

[14] Cf. Francesco, Omelie del mattino, VII, op. cit., 137.

[15] Anna Katharina Emmerick, Gesù negli anni della vita pubblica, San Paolo, Cinisello Balsamo 2014, 71.

[16] CCC 2850; 2852.

[17] Congregazione per la Dottrina della Fede, Fede cristiana e demonologia, in EV 5/1355.

[18] Francesco, Omelie del mattino, II, op. cit., 93.

[19] REPCP, Presentazione, 2;4.

[20] G. Amorth, Memorie di un esorcista. La mia vita in lotta contro Satana, Piemme, Milano 2010, 25.

[21] Don Ermes Macchioni, esorcista della Diocesi di Reggio Emilia Guastalla.

[22] REPCP, Presentazione, 16.

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