Il sacerdote esorcista e il suo ministero nella pastorale ordinaria della Chiesa

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Il sacerdote esorcista e il suo ministero nella pastorale ordinaria della Chiesa

Relatore S. Em.za Rev.ma Signor Cardinale Gualtiero Bassetti

Arcivescovo Metropolita di Perugia-Città della Pieve

Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

[…]

È per me motivo di grande gioia trovarmi qui con voi, Esorcisti ed Ausiliari, che provenite da tante parti del mondo per partecipare al Convegno biennale dell’Associazione Internazionale Esorcisti di cui siete Soci.

Il motivo della mia gioia è che tutti voi siete, nella Chiesa e per il mondo, come i giovani, che Giorgio La Pira equiparava alle rondini, perché annunciano la primavera. Sì, voi, come i giovani, siete tutti annunciatori di primavera, anche quelli che per l’età potrebbero dirsi “nonni” come me.

Esistono nel mondo, in ogni Paese e a tutte le latitudini, delle periferie esistenziali dove è sempre inverno. In quei luoghi spirituali l’aria gelida è impregnata di paura; e la paura, unita al senso di abbandono che spesso tormenta chi vi abita, rende ancor più spietato l’inverno.

Le strade di queste periferie sono tristi e non vengono allietate dal canto della tortora, né dal riso dei bambini, né dalla voce dello sposo e della sposa. Le uniche vetrine che si affacciano sulle strade di queste periferie esibiscono tutte la stessa merce, cioè la superstizione, nelle mille e mille forme con cui può essere proposta, offerta o venduta.

Il boss di queste periferie dove è sempre inverno (e se nella lingua italiana togliamo la lettera “v” e la cambiamo con la “f” abbiamo la parola “inferno”), il boss di queste periferie è il Maligno, che, come ci ricorda Papa Francesco, non è «un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea»,[1] ma «un essere personale che ci tormenta» e riguardo al quale Gesù ci ha insegnato a chiedere ogni giorno di essere liberati «perché il suo potere non ci domini».[2]

Nelle periferie esistenziali di cui stiamo parlando, il Maligno spadroneggia con quella che voi, fratelli Esorcisti, chiamate la sua “azione straordinaria” e che prende ora la forma della “vessazione”, ora quella della “ossessione”, ora quella della “possessione”, ora quella della “infestazione”. Ed è proprio per questo genere di azione da lui esercitato che in quelle periferie è sempre inverno!

Ma voi, cari amici, siete come le rondini, perché in quelle periferie voi ci andate e annunciate la primavera, anzi, in un certo qual modo la portate. Se, come insegna Papa Francesco, tutta «la Chiesa deve sentire l’impulso gioioso di diventare fiore di mandorlo, cioè primavera come Gesù, per tutta l’umanità»,[3] voi questo già lo siete e già lo fate. Il vostro ministero vi porta, infatti, a camminare sulla strada della Chiesa, che è «quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” dell’esistenza»,[4] cosa che voi realizzate con l’occuparvi di quei lontani ai quali, per istinto, nessuno desidera stare vicino, anche i buoni.

Cari amici, dovendovi parlare del sacerdote esorcista e del suo ministero nella pastorale ordinaria della Chiesa, nella consapevolezza dei miei limiti in materia, ho rinunciato ad una relazione rigorosamente scientifica e all’uso di un linguaggio specialistico, per offrirvi dei semplici spunti di riflessione, utili, spero, ad incoraggiarvi e a sostenervi nel vostro non facile e, a volte, incompreso ministero.

L’esorcista è un sacerdote che ama

San Paolo, scrivendo ai Corinzi, rivolge l’invito a desiderare intensamente i carismi più grandi. E subito dopo dà la dritta, mostra – lui dice – la via più sublime.[5] E parla della carità!

Sì, fratelli esorcisti, se c’è un carisma che dovete assolutamente desiderare è proprio questo: la carità.

Siamo tutti fragili, e qualcuno di voi, forse, scontrandosi con le difficoltà del suo ministero, potrebbe essere tentato di desiderare dei doni straordinari di discernimento, che magari gli risparmino la fatica dell’osservare, del riflettere e del pregare. Peggio ancora sarebbe se desiderasse doni che gli creino attorno un’aureola di persona straordinaria, di esorcista potente, di personaggio da ammirare.

No, fratelli! La Chiesa questi doni straordinari non li ha mai richiesti ai suoi esorcisti. Certo essa esige che sappiano fare discernimento sulle persone che si affidano a loro, ma questo attraverso la scienza, la prudenza e la preparazione specifica al loro ministero,[6] non appoggiandosi a chissà quali carismi straordinari, che in qualche caso potrebbero essere anche frutto di illusione o di azione diabolica.

La carità, invece, in un sacerdote, al quale il ministero di esorcista viene affidato in modo stabile o «ad actum», non può e non deve mai mancare, perché il ministero esorcistico è, per l’appunto, un servizio di carità da compiere con fiducia e umiltà, sotto la guida del Vescovo della Diocesi.[7]

Questo lo insinua molto bene il Decreto con cui la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha promulgato il nuovo Rituale degli Esorcismi: «Inoltre nella Chiesa sono stati costituiti gli esorcisti perché, imitando la carità di Cristo, liberassero i fedeli posseduti dal Maligno e intimassero a nome di Dio ai demoni di stare lontani e non nuocere alle creature umane.»

La Conferenza Episcopale Italiana, da parte sua, ha fatto eco a questo modo di intendere il vostro ministero, quando, presentando il nuovo Rito degli Esorcismi, ha espresso l’auspicio «che questo nuovo libro liturgico, strumento prezioso per la preghiera e stimolo per una illuminata azione pastorale, possa alimentare una vicinanza piena di carità accanto a molte persone oppresse dalla sofferenza, in modo che sia resa testimonianza alla presenza di Cristo Salvatore che ha vinto ogni potere nemico della vita.»[8]

La carità vi è dunque necessaria più di ogni altra cosa, perché con la scienza, la prudenza e la preparazione specifica al vostro ministero voi fate discernimento sull’azione straordinaria del maligno, ma è con la carità che voi accogliete gli “sconfitti della vita” che bussano alla vostra porta e li accompagnate in modo efficace verso la liberazione!

Certo, la fede vi è necessaria e più avanti dirò una parola anche su questo, ma non dimentichiamo mai che è la carità che rende grande, operosa ed efficace la fede. Sotto questo aspetto, parafrasando ciò che si legge nella Lettera di Giacomo, si potrebbe affermare che la fede, se non ha la carità, è morta in sé stessa. Uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho la carità; mostrami la tua fede senza la carità, ed io con la mia carità ti mostrerò la mia fede. Tu credi che c’è un Dio solo? Beh, anche i demoni lo credono e tremano![9] Tremano, perché non amano. Tremano, perché non hanno la carità.

Fratelli, se è vero che la carità copre una moltitudine di peccati,[10] è altrettanto certo che la carità scaccia i demoni. È, infatti, la carità che voi vivete nelle relazioni con il vostro Vescovo, con i vostri confratelli, con i vostri pazienti, in una parola, con tutti quelli che incrociate ogni giorno, ciò che vi rende autenticamente forti contro gli spiriti del male quando proferite gli esorcismi.

Al riguardo, non è fuori posto ricordare qui l’insegnamento di San Bernardo, che un Vescovo italiano ha non molto tempo fa citato a un Convegno presbiterale della sua Regione ecclesiastica: «Il demonio teme poco coloro che digiunano, coloro che pregano anche di notte, coloro che sono casti, perché sa bene quanti di questi ne ha portato alla rovina. Ma coloro che sono concordi e che vivono nella casa di Dio, con un cuor solo, uniti a Dio e fra loro nell’amore, questi producono al demonio dolore, timore, rabbia. Questa unità della comunità […] tormenta il nemico […]. Il demonio teme l’amore fra gli uomini. […] Questa è la città forte e inespugnabile».[11]

Credo di non sbagliare se affermo che l’insegnamento di San Bernardo è l’insegnamento principale che viene offerto dai Santi che nella vita hanno lottato in modo singolare contro lo spirito del male. Si pensi, ad esempio, a San Martino di Tours, che nella sua lunga vita si è scontrato col demonio e lo ha vinto, sia quando questi infieriva contro di lui con azioni vessatorie di vario genere, sia quando, come Vescovo, doveva praticare degli esorcismi.

Le fonti storiche che ce lo fanno conoscere, insieme a quelle liturgiche che ne celebrano la memoria, pur soffermandosi su vari aspetti della sua personalità e del suo ministero sono concordi nel presentare la carità come elemento costitutivo e fondante del suo essere e del suo agire.

Di lui, ad esempio, il suo principale testimone, Sulpicio Severo, ricordando il tempo in cui militava nell’esercito ed era ancora catecumeno, scrive: «Non ancora rigenerato in Cristo, egli si comportava bensì come un candidato al battesimo per le opere di carità: assistere i tribolati nelle malattie, soccorrere gli sventurati, nutrire i bisognosi, vestire i nudi, nulla riservare a sé della paga della milizia, fuorché quanto servisse al sostentamento quotidiano. Già da allora egli era un ascoltatore non sordo ai precetti del Vangelo, e non si curava del domani.»[12] E più oltre, quasi riepilogando ciò che del monaco e del Vescovo S. Martino colpiva maggiormente quelli che lo incontravano, afferma: «Nessuno l’ha mai visto in collera, nessuno turbato, nessuno afflitto […]; fu sempre uguale a sé stesso: il volto raggiante d’una letizia per così dire celeste, sembrava estraneo alla natura umana. Giammai null’altro era sulle sue labbra se non il Cristo; giammai null’altro nel suo cuore se non l’amore, se non la pace, se non la misericordia.»[13]

Proprio perché era così radicato e fondato nella carità,[14] San Martino poteva permettersi di operare in tutta sicurezza in circostanze nelle quali, se altri avessero agito nello stesso modo, si sarebbero meritati quanto meno il titolo di temerari. Come nell’episodio in cui, esorcizzando lo schiavo d’un tal Tetradio, l’indemoniato minacciava di morderlo con le fauci spalancate e Martino gli infilò le dita nella bocca dicendogli: “Se hai qualche potere, divorale”, col risultato che il demonio, scostati i denti dalle dita del santo come se avesse ricevuto nella bocca un ferro rovente, fu costretto a fuggire dal corpo che possedeva.[15]

Proprio perché era così radicato e fondato nella carità, San Martino poteva apostrofare il demonio nell’atto di spirare, dicendogli: «Che fai qui, bestia sanguinaria? Non troverai nulla in me, sciagurato! Il seno di Abramo mi accoglie.»[16]

Perciò, fratelli esorcisti, vi raccomando, non io, ma il Signore di essere, nelle vostre Diocesi e nelle vostre comunità, sacerdoti di vera carità. Questo, soprattutto, farà, di ognuno di voi, esorcisti efficaci nell’accompagnamento dei vostri pazienti verso la liberazione, non poteri straordinari che, lo ripeto, potrebbero risultare essere doni medianici e quindi diabolici.

Sapete meglio di me chi era San Benedetto da Norcia e quanto potere avesse sul demonio, secondo ciò che di lui riferisce il suo primo biografo, il Papa e Dottore San Gregorio Magno. Ma non dimenticate mai il commento che lo stesso San Gregorio fa nei suoi Dialoghi quando riferisce dell’ultimo incontro di San Benedetto con sua sorella Santa Scolastica e del miracolo che quest’ultima ottenne dal Signore, affinché Benedetto non la lasciasse e si intrattenesse con lei quella notte, fuori del monastero, a parlare delle cose di Dio. Scrive San Gregorio Magno: «Non fa meraviglia che Scolastica abbia avuto più potere del fratello. Siccome, secondo la parola di Giovanni, “Dio è amore”, fu molto giusto che potesse di più colei che più amò.»

E siccome la carità ha molti modi di esprimersi e molte maniere per essere offesa, mi permetto di richiamare due cose.

La prima rappresenta un leitmotiv del magistero di Papa Francesco, che fin dal principio del suo servizio vi ha insistito e continua ad insistere. Ve la dico, questa cosa, citando la Beata Madre Speranza, che certamente molti di voi conoscono e stimano.

Si racconta che un giorno la madre era stata in Vaticano e stava tornando a casa. Arrivata a Porta Maggiore, il Signore le fece vedere un’immagine. Porta Maggiore, per chi non lo sa, è una delle porte nelle Mura aureliane di Roma e si trova nel punto in cui convergevano otto degli undici acquedotti che portavano l’acqua alla città.

Ebbene, in ognuno degli archi che ancora oggi si vedono, il Signore le mostrò che c’era un diavolo, con le mani in tasca, appoggiato al muro, come uno che non ha niente da fare. Madre Speranza disse a Gesù: “Signore, ma che mi vuoi dire con questo?” E il Signore le disse: “Vedi, qui il diavolo non ha niente da fare perché gli uomini si stanno tentando l’uno con l’altro”.

Poi, fatti pochi passi, arrivò alla Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Sul tetto di questa Basilica il Signore le fece vedere tanti diavoli, che erano indaffaratissimi, e le disse: “Guarda; lì i diavoli hanno tanto da fare perché quelli che stanno dentro questa casa si aiutano, si edificano a vicenda, si vogliono bene, ognuno è custode dell’altro; allora lì il diavolo deve intervenire, per dividere e separare!”

Ma poi Gesù aggiunse una frase che Madre Speranza indicò come una delle più impressionanti ricevute dal Signore. Le disse Gesù: “C’è un vizio infame che rende abominevole la persona che lo fa e questo vizio è la mormorazione.”

Come potrebbe, allora, un sacerdote esorcista o un ausiliare che pratica il terrorismo della chiacchiera pretendere di lottare contro il demonio? Francesco ci ricorda che dietro una chiacchiera c’è la gelosia e c’è l’invidia. E le chiacchiere dividono la comunità, distruggono la comunità. Sono le armi del diavolo[17] non dell’esorcista!

Perciò mi raccomando: obiezione di coscienza di fronte alle parole vane che possono ferire e uccidere.

La seconda cosa, anch’essa pratica, riguarda un aspetto delicato del vostro ministero. Il nuovo Rituale degli Esorcismi, al n. 15, vi invita a distinguere bene tra i casi di reale aggressione diabolica e quelli sono frutto di una falsa opinione per cui qualcuno, anche tra i fedeli, si ritiene oggetto di malefici, sortilegi o maledizioni fatte ricadere da altri su di lui, o sui suoi parenti o sui loro beni.

Io non entro in un argomento che percepisco essere complesso e riguardo al quale riconosco di non avere una preparazione scientifica adeguata, ma come Pastore che vi sta parlando dell’esorcismo in quanto espressione della carità di Cristo, vi devo mettere in guardia dal non offendere la carità, e con essa anche la giustizia, agendo o parlando in modo indebito, sconveniente o contrario al buon senso e ai principi dell’agire morale. Ad esempio, col volere indagare per scoprire chi sono gli autori del presunto maleficio, oppure dando semplicemente corda alle persone che accusano la suocera, la cognata, il vicino di casa, il collega di lavoro, eccetera, di avere loro fatto una fattura.

E questo anche nel caso in cui abbiate tutti gli elementi per giudicare che un maleficio è stato fatto per davvero e Dio abbia permesso che, almeno in parte, fosse efficace. Fate sempre in maniera che i vostri pazienti respingano da sé il pensiero di trovarsi ad essere tribolati perché qualcuno, con l’aiuto del diavolo, ha fatto loro del male. Diversamente verrebbero tentati dal demonio a serbare rancore e forse anche a reagire vendicandosi, e così ai loro malesseri si aggiungerebbero mali più gravi e la loro liberazione ne verrebbe di molto ostacolata.

Ricordatevi che il sapere chi sono gli eventuali autori di malefici non serve alla liberazione, mentre questa conoscenza è usata dal demonio per spingere al male. Voi, invece, come si ricava dal n. 36 del nuovo Rituale degli Esorcismi, dovete accompagnare i vostri pazienti affinché perseverino nella preghiera, attinta soprattutto dalla Sacra Scrittura, frequentino i sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia e pratichino una vita cristiana ricca di opere di carità e di amore fraterno.

Concludo questa parte della mia relazione, citando San Paolo. Nella lettera agli Efesini, l’Apostolo scrive: «Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.»[18] In seguito, egli dà delle indicazioni concrete sulle varie componenti di questa armatura.

Nella lettera ai Colossesi, poi, San Paolo usa ancora, significativamente, lo stesso verbo “rivestitevi”, ma sentite come: «Rivestitevi, dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo.»[19]

La carità, dunque, sia per voi ciò che è stata per tanti e tante che in questo mondo sono stati uomini e donne di Dio e che, dopo aver lottato contro lo spirito del male, ora sono in Dio. Tra questi, mi piace qui ricordare Tarcisio Mezzetti, che non pochi di voi hanno conosciuto.

Non era sacerdote, Tarcisio, ma un laico come tanti, con una moglie, tre figli, un lavoro e le invitabili difficoltà della vita. Ma dopo che il Signore lo ha “ghermito”,[20] non ha fatto altro che annunciare il Vangelo ogni giorno, alla lettera. Debole nel corpo, ma fortissimo nello Spirito, fino all’ultimo ha continuato a scorrazzare per l’Italia e più in là, con la sua bombola di ossigeno, portando a tutti, specialmente ai più sofferenti, il vento di Dio. Tarcisio Mezzetti aveva un dono di paternità sconfinato, trovava tempo e amore da dare a tutti. Quanti seminari di guarigione avrà condotto? Su quante migliaia di persone avrà pregato? Per non parlare del tempo impiegato a scrivere … Col suo esempio Tarcisio ci ha insegnato che si può lottare contro il Male solo dando totalmente la propria vita a Dio, solo aspirando ad essere trasformati in Cristo, solo vivendo l’Eucarestia nell’amore dei fratelli. Sì, perché se anche possedessimo la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessimo la carità, saremmo solo dei nulla.[21] Questo deve dunque essere l’esorcista: un sacerdote che ama.

L’esorcista è un sacerdote che prega

Tuttavia, come già ebbi a dire in altra occasione, la carità non è un ideale o un sentimento affettuoso, ma è un incontro autentico con Dio. È la strada perfetta che porta a Dio. Occorre, dunque, incontrarsi realmente con Cristo, se si vuole bruciare d’amore con Lui e per Lui. Perciò è impossibile essere uomini di carità se non si è uomini di preghiera.

Proprio perché ama e vuole amare, l’esorcista è un sacerdote che prega. Non uno che prega semplicemente per gli altri o che prega sugli altri, ma un prete che prega per davvero, quindi che vuole in qualche modo sentire, vedere, ascoltare il Signore Gesù, il quale a tutti ripete quello che diceva a Sant’Angela da Foligno: «A chiunque mi voglia sentire nell’anima, io non mi sottraggo. A chiunque mi voglia vedere, con massimo piacere mi mostro. Con grandissimo diletto parlo a chiunque voglia rivolgermi la parola.»

Fratelli esorcisti, lasciate che vi dica una cosa. Quando noi vescovi dobbiamo individuare un sacerdote al quale conferire la licenza di proferire esorcismi, la prima cosa di cui ci preoccupiamo è che sia un uomo equilibrato e prudente e, insieme, di profonda vita spirituale. Perché solo così abbiamo fondata speranza che, ricevendo una specifica formazione al vostro ministero, quel sacerdote potrà col tempo diventare un buon esorcista, capace di discernere la reale azione straordinaria del maligno da ciò che è invece frutto di cause naturali e, congiuntamente, accompagnare i fratelli che ne sono vittima verso l’autentica liberazione.

Adatto perciò a voi, parafrasando, quello che Papa Francesco dice a tutti nella sua Esortazione Apostolica Gaudete et exsultate.

Il servizio che l’esorcista presta alla Chiesa e all’umanità è fatto di apertura abituale alla trascendenza, che si esprime nella preghiera e nell’adorazione. L’esorcista è un sacerdote dallo spirito orante, che ha bisogno di comunicare con Dio. È uno che non sopporta di soffocare nell’immanenza chiusa di questo mondo e, in mezzo ai suoi sforzi e al suo donarsi, sospira per Dio, esce da sé nella lode e allarga i propri confini nella contemplazione del Signore.

Non credo al servizio reso da un esorcista che sia senza preghiera, anche se non si tratta necessariamente di lunghi momenti o di sentimenti intensi.

San Giovanni della Croce raccomandava di “procurare di stare sempre alla presenza di Dio, sia essa reale o immaginaria o unitiva, per quanto lo comporti l’attività”. In fondo è il desiderio di Dio che non può fare a meno di manifestarsi in qualche modo attraverso la nostra vita quotidiana. L’esorcista dunque “sia assiduo all’orazione senza tralasciarla neppure in mezzo alle occupazioni esteriori. Sia che mangi o beva, sia che parli o tratti con i secolari o faccia qualche altra cosa, desideri sempre Dio tenendo in Lui l’affetto del cuore”.

Ciò nonostante, perché questo sia possibile, sono necessari anche alcuni momenti dedicati solo a Dio, in solitudine con Lui. Per santa Teresa d’Avila la preghiera è “un intimo rapporto di amicizia, un frequente trattenimento da solo a solo con Colui da cui sappiamo d’essere amati”.

Vorrei insistere sul fatto che questo non è solo per pochi privilegiati, per un padre Candido ad esempio, ma per tutti gli esorcisti, perché abbiamo tutti bisogno di questo silenzio carico di presenza adorata. La preghiera fiduciosa è una risposta del cuore che si apre a Dio a tu per tu, dove si fanno tacere tutte le voci per ascoltare la soave voce del Signore che risuona nel silenzio.[22]

Tra poco, cari fratelli, accennando alla fede dirò anche una parola su alcuni dei suoi contenuti che hanno relazione con la scienza di cui l’esorcista ha bisogno nel suo ministero. Per ora vi ricordo che la vostra scienza non può essere solo il frutto di uno studio libresco, sia pure di cose pertinenti al vostro ministero, ma del vostro incontro con Dio e della vostra apertura al Suo Spirito.

Pregando per davvero, vi disponete infatti a rendere operante in voi il dono – già ricevuto per via sacramentale – della scienza, [23] dono che vi permette di percepire e sentire, attraverso ciò che vi circonda e gli avvenimenti del quotidiano, la presenza ed il linguaggio di Dio. Solo chi vive alla presenza di Dio è in grado di discernere la presenza del Suo avversario. Solo chi intende il linguaggio di Dio è in grado di sbugiardare il linguaggio del menzognero.

Allo stesso tempo il dono della scienza, che, ripeto, diventa operante solo in un cuore che prega per davvero, vi aiuterà a non cadere in alcuni atteggiamenti eccessivi o sbagliati nel vostro ministero. Ne accenno solo a due, ispirandomi a ciò che Papa Francesco disse qualche anno fa parlando, in una Udienza Generale, del dono della scienza.[24]

Il primo è costituito dal rischio di considerarvi padroni del vostro ministero. Il vostro ministero e le persone che si affidano a voi non sono una vostra proprietà, di cui potete spadroneggiare a vostro piacimento. Tutto è un dono, un dono meraviglioso che Dio vi ha dato, perché ne abbiate cura e sempre con grande rispetto e gratitudine.

Il secondo atteggiamento sbagliato è rappresentato dalla tentazione di fermarsi alle creature, come se queste possano offrire la risposta a tutte le nostre attese e alla nostra sete immensa di felicità. La stanchezza, le disillusioni, le contrarietà e tanti altri incidenti di percorso possono acuire questa tentazione, ma perseverando nella preghiera e mediante il dono della scienza, lo Spirito ci aiuta a non cadere in questo sbaglio.

“Perciò – come diceva Sant’Angela da Foligno – se vuoi cominciare a possedere questa luce di Dio, prega;

se sei già impegnato nella salita della perfezione e vuoi che questa luce in te aumenti, prega;

se sei giunto al vertice della perfezione e vuoi ancora luce per poterti in essa mantenere, prega;

se vuoi la fede, prega;

se vuoi la speranza, prega;

se vuoi la carità, prega;

se vuoi la povertà, prega;

se vuoi l’obbedienza, prega;

se vuoi la castità, prega;

se vuoi l’umiltà, prega;

se vuoi la mansuetudine, prega;

se vuoi la fortezza, prega. Qualunque virtù tu desideri, prega.

E prega leggendo nel libro della vita, cioè nella vita del Dio e Uomo Gesù Cristo, che fu tutta povertà, dolore, disprezzo e perfetta obbedienza.

Da quando comincerai a camminare per questa via, che è via di perfezione […] tentazioni da parte dei demoni, del mondo e della carne ti molesteranno in vari modi […]. Ma se vuoi vincere, prega.”[25]

L’esorcista è un sacerdote che crede

Sacerdote che ama e sacerdote che prega, l’esorcista nella pastorale ordinaria della Chiesa si deve porre come uomo di fede, fede che, come spesso ci ricorda Papa Francesco, non si impara sui libri. È un dono che ti dà il Signore.[26] E questo dono implica una risposta personale e non presa a prestito, con un “copia e incolla”.[27]

Tuttavia, cari fratelli, ricordiamoci sempre che se la fede è una risposta personale, ciò non significa che dentro la fede ci mettiamo quello che vogliamo noi, come quando, andando al supermercato, mettiamo nel carrello della spesa quello che ci piace di più scegliendolo tra la merce esposta sui scaffali del centro commerciale. Dio la fede ce la dà attraverso la Chiesa e i contenuti della fede sono quelli ci offre la Chiesa.

Perciò attenzione sempre al marchio di origine, che ci assicura che la fede che abbiamo è quella vera e, di conseguenza, è la fede che salva. Infatti, ha scritto Papa Francesco nella sua prima Enciclica, “la fede, senza verità, non salva, non rende sicuri i nostri passi. Resta una bella fiaba, la proiezione dei nostri desideri di felicità, qualcosa che ci accontenta solo nella misura in cui vogliamo illuderci. Oppure si riduce a un bel sentimento, che consola e riscalda, ma resta soggetto al mutarsi del nostro animo, alla variabilità dei tempi, incapace di sorreggere un cammino costante nella vita.”[28]

Su questo aspetto della fede, come Pastore, sento il dovere di insistere. Il nuovo Rituale degli Esorcismi, al n. 19, prescrive che “l’esorcismo si svolga in modo che manifesti la fede della Chiesa e impedisca di essere interpretato come un atto di magia o di superstizione.” Occorre dunque che la fede dell’esorcista, che ha un ruolo non indifferente nella liberazione dall’azione straordinaria del maligno, sia una fede ricca di contenuti veri e non una fede strampalata, perché una fede strampalata non può che generare prassi bizzarre, sconclusionate e anche dannose.

Un’applicazione pratica ce la porge il compianto Cardinal Suenens,[29] che nel Quarto “Documento di Malines”[30] scriveva per mettere in guardia dai pericoli di una “demonologia” di cui rilevava, con molto acume, la “debolezza dottrinale”. Credo di fare cosa utile riproponendo a voi alcuni passaggi di quel suo libro, del quale l’allora Cardinal Ratzinger raccomandava, nella presentazione dell’edizione italiana, “la lettura, anzi lo studio attento.”[31]

All’inizio del capitolo ottavo di questa sua opera, il Cardinal Suenens fa notare come alcuni ambienti cattolici abbiano subito, campo della demonologia, il contagio d’una letteratura lussureggiante, estranea al cattolicesimo e troppo sicura di sé. Ciò, egli afferma, è dovuto al fatto che nella Chiesa cattolica tale campo è rimasto in gran parte incolto e la nostra pastorale specifica non ha fornito direttive adatte ai nostri tempi.[32]

Proseguendo, egli propone anzitutto qualche citazione estremista, tratta dalla letteratura estranea al cattolicesimo, soprattutto di autori che attribuiscono molte malattie fisiche o psicologiche, se non tutte, a influenze demoniache. Scrive il Cardinale:

«Uno dei “maestri in demonologia” enumera tranquillamente le seguenti malattie, la cui origine, secondo lui, è a volte demoniaca: l’epilessia, l’insonnia, le crisi isteriche, i crampi, l’emicrania, l’asma, la sinusite, i tumori, le ulcere, gli infarti, l’artrite, la paralisi, la sordità, il mutismo, la cecità.

E spinge la precisione fino a dire:

– che il diavolo della paura esce normalmente con una specie di singhiozzo isterico;

– il diavolo della menzogna e dell’odio con un ruggito fragoroso;

– il diavolo della nicotina con un colpo di tosse o con un singhiozzo.

[…] In un’opera dello stesso genere, si trova un elenco di 323 tipi di diavoli, senza pretendere che tale elenco sia esauriente. Vi si legge anche che la schizofrenia è una risultante dovuta a un complesso di 15 diavoli (o più), accompagnati da diavoli di rango inferiore. Vi si dedica un capitolo al raggruppamento dei diavoli, catalogati in una tavola riassuntiva di tre pagine, divisa in 53 colonne.

In un manuale pastorale, molto letto e utilizzato nella pratica, si legge che:

[…] Occorre impegnarsi nel combattimento e non accontentarsi di pregare, perché “Dio ha già risposto alla nostra preghiera dandoci autorità e potere sul Maligno”. È nostro compito, si dice, esercitare tale potere: “Smettiamola di supplicare il cielo per ottenere ciò che abbiamo già ottenuto e cominciamo a servirci dei poteri (di liberazione) che ci sono stati concessi”.»

Il Cardinale Suenens passa poi a considerare la letteratura di origine cattolica, dalla quale rileva, a titolo di esempio, delle affermazioni che, dice, “lasciano perplessi”. Scrive il Cardinale:

«Si dice che i diavoli si agglomerano in gruppi e che tra loro i diavoli dominatori possono utilizzare la voce d’un essere umano, ciò che si verificherebbe in un caso su otto o dieci.

Si dice che se due spiriti dominatori si sono insediati nella stessa persona, i diavoli si battono tra di loro per ottenere il controllo esclusivo e che la lotta è di natura tale da provocare disordini mentali. Se si sentono delle voci, è segno che la lotta è in corso.

Si cita con rispetto, e come degno di particolare attenzione, un autore secondo il quale “gli spiriti operano in gruppi di otto…”.

Si dice che a volte gli spiriti maligni sono raggruppati e incatenati insieme. Il rifiuto del perdono, ad esempio, provocherebbe spesso tale fenomeno.

Gli spiriti più forti cercherebbero d’imprigionare ì più deboli. Quando si scopre, ad esempio, un diavolo “della vendetta”, imprigionato da un altro spirito, lo si può aggirare, se non si riesce a combatterlo frontalmente.

Si dice che occorre diagnosticare bene la natura degli spiriti e scoprire tra loro gli spiriti dominatori.

Gli spiriti inferiori si sacrificheranno sotto il controllo degli spiriti dominanti per nascondere gli altri.

Si dice che in passato i diavoli uscivano tossendo, ma che ora lo facciano più spesso sbadigliando. Se sbadiglia anche l’esorcista, ne è facilitata l’uscita.

Si tratta di specchi e soprammobili orientali che si prestano agli influssi occulti e che occorre eliminare da casa.

Si dice che gli esorcisti rischiano il contagio, a causa del contatto fisico, quando mettono la mano sulla persona da liberare.

Bisogna pregare subito per liberare l’esorcista invasato, appena i suoi assistenti se ne rendono conto.

Ed ecco altri esempi:

– Un predicatore famoso incoraggia a vomitare per aiutare l’espulsione dei diavoli.

– Qualcuno raccomanda di riservare un momento particolare di ogni giornata all’espulsione dei demoni, come parte integrante della vita spirituale complessiva.

Un ecclesiastico, i cui scritti circolano fotocopiati e tradotti in varie lingue, gettando confusione dappertutto, afferma: Per assicurarsi la vittoria, è importante valutare la forza degli spiriti maligni. Questo vuol dire che occorre sapere:

– chi sono,

– con quale frequenza si manifestano;

– poi esaminare la loro forza, se sono vigorosi e pesanti;

– prendere in considerazione anche la loro altezza.

Ho impiegato due anni a liberare una ragazza di 16 anni e alla fine ho scacciato da lei 25 diavoli.

Nel ministero di liberazione, si consiglia di identificare il nemico per nome. Può provocare le convulsioni alla persona, metterla in trance e torturarla in tanti modi; ma finché non è stato identificato, [il demonio] crede che le preghiere non siano dirette contro di lui.

È opportuno anche fare le seguenti domande:

1) Chi siete?

2) Quanti siete?

3) Da quanto tempo vi trovate in questa persona?

4) Dove siete insediati in lei?

5) Che malattia le avete provocato?

Occorre utilizzare con perseveranza l’autorità del Nome di Gesù: “Vi ordino, in Nome di Gesù, di parlare e di dire il vostro nome”.

In certi momenti, faranno solo muovere la lingua e mormorare qualche parola: occorre continuare a insistere finché il diavolo parli chiaramente.

È consigliato guardare per tre volte negli occhi la persona da liberare, chiedendole a sua volta di guardare nei vostri occhi; e alla terza volta dirle di chiudere gli occhi, ordinandole di dormire; parlare poi alla sua anima, dopo averla segnata con il segno della croce.»

Cari amici, all’inizio del mio intervento vi ho detto che dovendovi parlare del sacerdote esorcista e del suo ministero nella pastorale ordinaria della Chiesa, nella consapevolezza dei miei limiti in materia, avrei rinunciato ad una relazione rigorosamente scientifica e all’uso di un linguaggio specialistico, per offrirvi dei semplici spunti di riflessione, utili, spero, ad incoraggiarvi e a sostenervi nel vostro non facile e, a volte, incompreso ministero.

Se perciò quello che ho appena esposto, citando alla lettera il libro del Cardinale Suenens, stimola in voi delle domande, vi chiedo il favore di non porle a me e di approfondire queste questioni tra di voi, che avete una preparazione specifica su questa materia.

Io sono qui a parlarvi non da tecnico, ma da Pastore, e se ho scelto citare alcuni passaggi del libro del Cardinale Suenens è perché «ritengo – per usare ancora le sue parole – che occorra attirare l’attenzione sui precipizi che costeggiano il percorso, per garantire la sicurezza stradale.»

In conclusione, se nella pastorale ordinaria della Chiesa l’esorcista, oltre ad essere un sacerdote che ama e un sacerdote che prega, si deve porre come uomo di fede, va ribadito che in tutte le cose, e in particolare quando si tratta di conoscenza della realtà demoniaca, è necessario attenersi sempre e soltanto alla fede costante e universale della Chiesa, custodita e proposta dal suo Magistero, testimoniata dai Padri, insegnata dai Dottori, vissuta dai Santi. Ciò che contraddice o che stona con la sobrietà di questa fede deve essere decisamente rigettato. Altrimenti si fa del male a sé stessi e si fa del male agli altri, correndo il rischio di alimentare solo una mentalità superstiziosa.

Ed è per queste ragioni che nutro stima e gratitudine verso la vostra Associazione, la quale, soprattutto attraverso la sua Presidenza, si adopera instancabilmente affinché nella Chiesa si affermi una sana prassi esorcistica e vengano evitate quelle stranezze e quelle devianze che possono solo generare abusi e incremento di sofferenza.

Il mio auspicio è che le Conferenze Episcopali e i singoli Vescovi sappiano trarre profitto dalla vostra disponibilità e competenza, soprattutto nel campo della formazione istituzionale e permanente dei ministri dell’esorcismo, e che la vostra Associazione si mantenga sempre fedeli ai principi che le hanno meritato l’apprezzamento e il riconoscimento della Santa Sede.

L’esorcista è un sacerdote gioioso

Avviandomi alla fine di questo intervento, vi propongo una breve novella di Dino Semplici (non conosco l’Autore, ma è riportata in diversi siti Internet). Il titolo è “Il diavolo e la malinconia”.

«Un giorno il diavolo ebbe fame. Prese con sé un sacco e decise di andar per anime.

Naturalmente ambiva un bocconcino prelibato. S’acquattò dunque tra le fronde di un albero di fronte alla finestra di un sant’uomo. E aspettò.

La giornata del sant’uomo trascorreva davvero nitida come il cristallo, fra preghiere, gesti di bontà e sentimenti di prim’ordine. Non una sbavatura. Non un cedimento. Tanto che anche il diavolo lo ammirò.

E il suo appetito crebbe.

Pareva davvero non ci fosse nulla da fare. Ma un giorno, mentre stava scrutando quell’anima tutta bianca, il diavolo notò che anch’essa, come tutte, aveva una piccolissima crepa: verso il tramonto, il sant’uomo s’affacciava alla finestra a guardare il sole sparire: e provava un breve attimo di malinconia.

Al diavolo questo bastò. Concentrò tutti i suoi sforzi verso quell’attimo, lo scavò, lo dilatò e, quando divenne una buca profonda, vi riversò dentro tutti i suoi intrugli più efficaci: prima l’angoscia, poi l’amarezza, infine la disperazione.

Così che non ebbe che allungare la mano per fare un ottimo pranzo.»

Fratelli esorcisti, ve lo chiedo con intima convinzione: coltivate la gioia, ricordandoci tutti quanti che «la nostra non è una gioia che nasce dal possedere tante cose, ma nasce dall’aver incontrato una Persona: Gesù, che è in mezzo a noi; nasce dal sapere che con Lui non siamo mai soli, anche nei momenti difficili, anche quando il cammino della vita si scontra con problemi e ostacoli che sembrano insormontabili, e ce ne sono tanti! E in questo momento viene il nemico, viene il diavolo, mascherato da angelo tante volte, e insidiosamente ci dice la sua parola. Non ascoltatelo! Seguiamo Gesù! Noi accompagniamo, seguiamo Gesù, ma soprattutto sappiamo che Lui ci accompagna e ci carica sulle sue spalle: qui sta la nostra gioia, la speranza che dobbiamo portare in questo nostro mondo. E, per favore, non lasciatevi rubare la speranza! Non lasciate rubare la speranza! Quella che ci dà Gesù.».[33]

Vedete, voi non dovete soltanto lottare contro il diavolo quando, con la permissione di Dio, il nemico si scatena in modo straordinario contro il vostro prossimo. Voi dovete affrontarlo anche nel combattimento con il quale egli cerca di strappare voi stessi da Gesù.

Papa Francesco ce lo ha ricordato quando ci ha detto che «la vita cristiana è un combattimento permanente» e «si richiedono forza e coraggio per resistere», perché «non si tratta solamente di un combattimento contro il mondo e la mentalità mondana, che ci inganna, ci intontisce e ci rende mediocri, senza impegno e senza gioia. Nemmeno si riduce a una lotta contro la propria fragilità e le proprie inclinazioni (ognuno ha la sua: la pigrizia, la lussuria, l’invidia, le gelosie, e così via). È anche una lotta costante contro il diavolo, che è il principe del male.»

Ma il Papa ci assicura che «questa lotta è molto bella, perché ci permette di fare festa ogni volta che il Signore vince nella nostra vita» e che «Gesù stesso festeggia le nostre vittorie», Lui, che «si rallegrava quando i suoi discepoli riuscivano a progredire nell’annuncio del Vangelo, superando l’opposizione del Maligno, ed esultava: “Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore.”»[34]

Ma come riuscire vincitori in questa lotta col Sovrano della malinconia, col Principe della tristezza, col Re della disperazione? I Santi ce lo insegnano e in particolare ce lo ha insegnato San Francesco d’Assisi. Di lui scrive il suo primo biografo, il Beato Tommaso da Celano:

«Questo Santo assicurava che la letizia spirituale è il rimedio più sicuro contro le mille insidie e astuzie del nemico. Diceva infatti: “Il diavolo esulta soprattutto, quando può rapire al servo di Dio il gaudio dello spirito. Egli porta della polvere, che cerca di gettare negli spiragli, per quanto piccoli della coscienza e così insudiciare il candore della mente e la mondezza della vita. Ma – continuava – se la letizia di spirito riempie il cuore, inutilmente il serpente tenta di iniettare il suo veleno mortale. I demoni non possono recare danno al servo di Cristo, quando lo vedono santamente giocondo. Se invece l’animo è malinconico, desolato e piangente, con tutta facilità o viene sopraffatto dalla tristezza o è trasportato alle gioie frivole”. Per questo il Santo cercava di rimanere sempre nel giubilo del cuore, di conservare l’unzione dello spirito e l’olio della letizia. Evitava con la massima cura la malinconia, il peggiore di tutti i mali, tanto che correva il più presto possibile all’orazione, appena ne sentiva qualche cenno nel cuore. “Il servo di Dio – spiegava – quando è turbato, come capita, da qualcosa, deve alzarsi subito per pregare, e perseverare davanti al Padre Sommo sino a che gli restituisca la gioia della sua salvezza. Perché, se permane nella tristezza, crescerà quel male babilonese e, alla fine, genererà nel cuore una ruggine indelebile, se non verrà tolta con le lacrime.»[35]

Ogni giorno, soprattutto in quelli più carichi di fatica e di dolore, vivete nella gioia, cari fratelli, e vincerete il demonio in voi e negli altri.

Conclusione

E permettetemi di concludere questo intervento con parole non mie, ma di Giorgio La Pira: «Anche per noi verrà l’ora in cui ogni fatica sarà finita e sarà per sempre aperta la porta del Paradiso! Il sabato senza vesperi, il giorno senza tramonti; quale gioia e quale soave mestizia insieme: perché fino a quando questo giorno non è arrivato c’è nel cuore una vena di santa amarezza, un senso soavissimo di pianto il quale ci avverte che ancora la Patria non è raggiunta e che bisogna camminare e lavorare ancora! Ma per noi camminare e lavorare per Gesù è grande festa, non è vero? Cosa importa se ci saranno richiesti altri sacrifici: tutta la nostra vita è un unico e perenne sacrificio, e le lagrime stesse hanno per noi un sapore che preannunzia i gusti e le gioie del secolo futuro!

Corriamo dunque, veloci verso il Cielo: scoviamo nel cuore tutte le energie che possiamo e mettiamo queste energie a servizio dell’amore; l’amore è ardente, è deciso, è gioioso, è generoso; l’amore può ogni cosa, è audace; esso tende irresistibilmente a quell’ultimo amplesso che fa della creatura e del Creatore una sola ed inscindibile unità! Unum.

Ecco dove tendiamo; è questa la passione che ci consuma, forze ordinate e forze che tenderebbero al disordine, tutto deve essere impegnato con decisione per il compimento di questa impresa benedetta: al termine del cammino, sulla cima del monte, è tutto il Paradiso che ci attende festante!»[36]

Ricordatemi con viva carità al Signore ed alla Madonna.

[1] PAPA FRANCESCO, Esortazione Apostolica Gaudete et exultate, n. 161.
[2] Ivi, n. 160.
[3] PAPA FRANCESCO, Udienza con il movimento di Comunione e Liberazione (Piazza San Pietro, 7 marzo 2015).
[4] Ibidem.
[5] Cfr. 1 Cor 12, 31.
[6] Cfr. Rito degli esorcismi e preghiere per circostanze particolari, n. 13.
[7] Ibidem.
[8] CEI, Presentazione [al nuovo Rito degli esorcismi e preghiere per circostanze particolari], n. 17.
[9] Cfr. Gc 2, 17-19.
[10] 1 Pt 4, 8b.
[11] Citato in MORFINO MAURO M., Vescovo di Alghero-Bosa, Facciamo come il Signore. Pensare una regola di vita del presbitero, Alghero 2017, pag. 63.
[12] SULPICII SEVERI, De vita Beati Martini. Liber unus, II, col. 161-162.
[13] Ivi, XXVII, col. 176.
[14] Cfr. Ef 3, 17.
[15] Cfr. SULPICII SEVERI, De vita …, XVII, col. 170.
[16] SULPICII SEVERI, Epistola III. Ad Bassulam socrum suam, col. 183.
[17] PAPA FRANCESCO, Omelia in Casa Santa Marta del 23 gennaio 2014.
[18] Ef 6, 11-12.
[19] Col 3, 12-16.
[20] Cfr. Fil 3, 12.
[21] Cfr. 1 Cor 13, 2b.
[22] Cfr. PAPA FRANCESCO, Esortazione Apostolica Gaudete et exultate, nn. 147-149.
[23] Cfr. CATECHISMO CHIESA CATTOLICA, nn. 1303; 1830-1831.
[24] Cfr. PAPA FRANCESCO, Udienza Generale di mercoledì 21 maggio 2014.
[25] ANGELA DA FOLIGNO (Santa), Il Libro. Introduzione, traduzione e note di Salvatore Aliquò. Edizione riveduta e corretta da Sergio Andreoli, Città Nuova Editrice 2009, pag. 185.
[26] Cfr. PAPA FRANCESCO, Omelia in Casa Santa Marta del 14 gennaio 2016.
[27] Cfr. PAPA FRANCESCO, Udienza Generale di mercoledì 18 aprile 2018.
[28] PAPA FRANCESCO, Lettera Enciclica Lumen Fidei, n. 24.
[29] Léon-Joseph Suenens (n. 16 luglio 1904; † 6 maggio 1996), è stato cardinale e arcivescovo belga dell’Arcidiocesi di Malines-Bruxelles e primate del Belgio dal 1961 al 1979. Uomo di grande apertura al dialogo col mondo moderno e impegnato a promuovere la collaborazione con le Chiese protestanti ed ortodosse, fu uno degli artefici di molte delle proposte innovative del Concilio Vaticano II.
[30] Pubblicato in diverse lingue. In italiano: LÉON-JOSEPH SUENENS, Rinnovamento e potenze delle tenebre. Orientamenti teologici e pastorali, Edizioni Paoline 1982.
[31] Ivi, pag. 7.
[32] Per quanto esporrò nei paragrafi seguenti, cfr. Ivi pp. 79-87.
[33] PAPA FRANCESCO, Omelia della Domenica delle Palme, 24 marzo 2013.
[34] Cfr. PAPA FRANCESCO, Esortazione Apostolica Gaudete et exultate, n. 158-159.
[35] Fonti Francescane, n. 709.
[36] GIORGIO LA PIRA, Lettere al Carmelo. Aspettando il sabato senza vespri (lettera non datata).

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