La forma demoniaca del male. Dalla realtà quotidiana al Magistero della Chiesa.

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La forma demoniaca del male

Dalla realtà quotidiana al Magistero della Chiesa

di don Alberto Cozzi

Ciò a cui mira questa riflessione è un approccio teologico alla questione del «mondo demoniaco». L’intento è proprio quello di studiare qual è la ragione di pertinenza della questione del diavolo per la ricerca teologica: perché, in che prospettiva e in base a cosa la teologia si dovrebbe occupare seriamente del diavolo? Ci si propone quindi di evitare quelle facili scorciatoie che fuggono con falsa eleganza a ogni seria considerazione del problema. Ci riferiamo a quelle «battute di spirito» o risposte diplomatiche che evitano la domanda con affermazioni del tipo: «Non credo nel diavolo, ma in Gesù Cristo, che ha vinto il demonio ossia il male». Il retro-pensiero potrebbe essere che, se è stato vinto, è ormai inutile parlarne. E comunque è sempre meglio tacere. Ma la questione seria rimane: il demoniaco è una forma del male costitutiva del mondo che Gesù abita con la sua azione salvifica? È possibile comprendere il dono di Dio in Cristo senza includere la lotta al diavolo? E tale lotta, in cui si sperimenta la vittoria di Cristo, impegna ancora i suoi discepoli e quindi la Chiesa?

Alla luce di questo livello di assunzione della sfida dobbiamo precisare che il compito della teologia è quello di sostenere criticamente l’operazione della fede che si appropria dell’evangelo nella cultura data. Non si tratta solo di comprendere o spiegare una tradizione ormai consolidata che il soggetto può accettare o rifiutare. La sfida oggi consiste nell’appropriarsi della verità di Gesù Cristo nel nostro contesto storico e culturale[1]. Si intuisce perciò la possibile tensione: da un lato c’è chi sostiene che la teologia deve assumere i contenuti della fede che risultano compatibili con la cultura del tempo, in nome di una sana «inculturazione» o in base alle esigenze del «dialogo»; dall’altro c’è chi raccomanda di tutelare l’integrità del dato di fede tradizionale, evitando semplificazioni compiacenti con la mentalità del mondo. Si delinea così una posizione più progressista o innovativa e una più tradizionalista o integralista. Già in questa tensione il tema della forma demoniaca del male sembra segnata da un insanabile conflitto: la tradizione raccomanda un contenuto di fede che nell’attuale visione della realtà non sarebbe più sostenibile. Dobbiamo rinunciarvi proprio nel nome della nuova evangelizzazione, se vogliamo trovare ancora udienza presso l’opinione pubblica[2]? Ma una simile strategia comunicativa è davvero efficace? Non perde una parte importante del Vangelo e dell’esperienza spirituale di sempre? Si può intuire come il problema che affrontiamo non possa rimanere chiuso in un tipo di argomentazione marginale o «di nicchia». Si tratta di una di quelle questioni che mettono in gioco una visione complessiva del significato del vangelo, del suo rapporto con la cultura e con la tradizione, in particolare con la preghiera della Chiesa. Il teologo si trova quindi da subito preso in una serie di domande e questioni ermeneutiche di un certo spessore e condizionanti la sua esegesi e i suoi procedimenti argomentativi. Queste precisazioni d’apertura dovrebbero far comprendere il tipo di impostazione che proponiamo: partiamo da quell’esperienza che sta alla base del discorso teologico sulla forma demoniaca del male.

  1. Una scelta di impostazione

1.1. La riflessione teologica sul demoniaco parte da una base antropologica precisa, ossia dall’esperienza del male nelle sue varie forme, tra le quali si impone quella di una potenza negativa che rovina la vita sia a livello fisico che morale. Il diavolo appare in questa prospettiva come una possibile identificazione di questa dimensione negativa e una spiegazione della sua origine. Il punto di attacco del cammino di ricerca sul demoniaco non può che essere una fenomenologia dell’esperienza del male nelle sue forme, alla luce della fede nell’avvenimento di Gesù Cristo. Questa impostazione vuole evitare una riduzione della ricerca teologica sul diavolo a quelle forme di «dottrinalismo» che si limitano a cercare e commentare i passi biblici e i pronunciamenti magisteriali che documentano l’esistenza del demonio e la sua azione quali dati di fede a cui aderire[3]. In realtà la fede trova nella Scrittura e nel Magistero utili strumenti di indagine riguardo ad una forma di esperienza del male ancora attuale e viva, che non può essere compresa senza la fede della Chiesa riguardo al diavolo e alla sua azione.

1.2. La sfida per il teologo sta perciò nel mostrare che non si può venire a capo di certi fenomeni ed esperienze del male se non si ipotizza precisamente una figura come quella del diavolo e se non si imposta una lotta al male come resistenza al Maligno e lotta a Satana (con preghiere di guarigione, esorcismi e quant’altro). In questa direzione, peraltro, spinge la testimonianza apostolica sulla vita di Gesù, che lo presenta costantemente impegnato, fin dall’origine del suo ministero, in una strenua lotta col demonio, culminata sulla croce. Il male che Gesù affronta non può pertanto essere inteso «al neutro», ma va compreso al maschile, così che la grande invocazione del cristiano assume proprio il tono della preghiera di liberazione «dal Maligno»:

Nei Principati e Potestà presenti nel Nuovo Testamento (NT) si ravvisa un fenomeno che si impone all’uomo, e propriamente al cristiano, in tutta la sua intensità. Esso viene fissato in un numero rilevante di nomi, che il NT non fa che adottare; e questo mostra che, propriamente parlando, nessuno di questi nomi rende il fatto in maniera adeguata. In fondo si tratta certamente di un fenomeno unico, ma diffuso e tale che a noi si presenta in una gran moltitudine di energie. […] Una più precisa descrizione dei fenomeni singoli, una più netta differenziazione o una sistematizzazione dei singoli nomi e delle singole apparizioni non si trovano in nessun passo del NT; qui non abbiamo dei trattati di angelologia sul tipo di 1 Enoc 6-36, né una demonologia ben sviluppata. … Il NT si interessa della regione delle potenze e dei demoni solo in quanto deve difendere e proteggere contro di essi il mondo. Perciò – se così si può dire – percepisce la natura delle apparizioni demoniache solo nella misura in cui questa si traduce in esperienza di attacco e difesa… Un solo tratto distintivo delle potenze viene fissato con esattezza, ed è là dove i demoni, o spiriti o anche angeli, o principati e potestà, sono le forze innumerevoli di Satana o del demonio, a lui sono sottomesse e ne spiegano tutto il potere[4].

Dunque la prima testimonianza apostolica da un lato non esita ad accogliere i nomi e quindi le esperienze della tradizione giudaica e di altre contemporanee, ma dall’altro non mostra alcun interesse a una teoria o speculazione in rapporto a tali fenomeni[5]. I nomi a volte appaiono interscambiabili e se i vari agiografi hanno preferenze per alcuni, l’impressione è che alla fine tutti rimandino a una figura principale, personale e potente, da cui quei fenomeni provengono. Diventa strategico saper interpretare bene il funzionamento dei vari modi di rappresentare il demoniaco, per non cadere in inutili speculazioni gnostiche o magiche. L’esperienza spirituale di lotta al demonio e di liberazione dal male deve rimanere l’orizzonte del sapere proprio della fede riguardo a queste cose.

1.3. Alla luce di queste prime considerazioni è opportuno relativizzare la domanda, troppo radicale, se il diavolo esista oppure no. Non è difficile intuire che una simile domanda è ingenua e troppo semplice. Il problema andrebbe infatti sposato più a monte per chiedersi: cosa esiste come angelo o diavolo? Si comprende perciò l’importanza della «rappresentazione» del diavolo. Vi sono infatti rappresentazioni troppo ingenue, infantili, mitologiche o ridicole, che ne escludono una seria considerazione, portando a giudizi del tipo: «Se il diavolo è quella cosa, è bene che non esista e comunque è difficile credere che si debbano sprecare tempo ed energie per lottare con una simile realtà»[6]. Per questo chi si occupa di angelologia o demonologia si preoccupa di precisare con cura cosa dicono la Scrittura e la fede della Chiesa. Si tratta di purificare l’immaginazione.

È nota, del resto, l’oscillazione che negli ultimi tempi ha conosciuto la problematica riguardo all’esistenza o meno del diavolo. Si è passati dallo «sfratto illuminista e razionalista», che ha cercato di liquidare la questione come inutile e comunque irrilevante nel nostro mondo attuale, al superamento della domanda nell’ambito delle correnti della «deminitizzazione»[7]. Non sarebbe solo l’esperienza scientifica e la sua visione della realtà ma la stessa fede in Cristo a propiziare una liquidazione del mondo mitico dell’antichità, animato da forze misteriose e imprevedibili. Cristo non ci libera semplicemente dal demonio. Ci libererebbe anche dal bisogno di credere nella sua esistenza[8]. Ne è derivato un certo orientamento dubitativo dei teologi, secondo i quali non possiamo dire con certezza se e in che misura la Bibbia e la fede della Chiesa affermino l’esistenza del diavolo come creatura spirituale personale[9]. Qualcuno addirittura avanza il sospetto che simili creature angeliche ostruiscano quello spazio aperto alla relazione immediata con Dio, che Cristo è venuto a dischiudere a nostro favore[10]. Per altri, invece, non è possibile fare esperienza della potenza liberatrice e guaritrice del vangelo di Gesù in tutta la sua forza senza considerare l’azione dell’Avversario. È così venuta sfumando la negazione radicale che voleva «liquidare Satana»[11]. In questa oscillazione domina oggi un orientamento affermativo critico, che tiene aperto il discorso come possibile e non insensato, in considerazione degli aspetti ancora oscuri dell’esperienza umana complessiva[12]. Del resto ogni negazione radicale esprime più un disagio culturale che un’istanza pertinente della fede[13]. Di fatto, però, alla fine, questa oscillazione di posizioni è stata spiazzata dal rifiorire di interesse nella cultura postmoderna, per cui si è potuto parlare di un passaggio dal «blackout moderno alla deregulation postmoderna»:

In sostanza la postmodernità offre ad angeli e demoni un habitat di nuovo favorevole, ma non privo di insidie e ambiguità. Viviamo infatti in un tempo assetato di invisibile, ma propenso a mescolare nel suo calderone religione e magia, miracolo e superstizione, soprannaturale e paranormale, il mistero e l’irrazionale, l’esorcista con lo stregone… Così nell’attuale rivival sembra che la raffigurazione dell’angelo conservi ben poco della sua connotazione religiosa originaria … Questi angeli con la minuscola, direi “angeli feriali”, che proteggono l’uomo dai pericoli di un incidente, che lo salvano dalla morte e magari suggeriscono i numeri per vincere una lotteria… paiono molto lontani dalla raffigurazione biblica. […] Osservazioni analoghe possono essere fatte sul revival demoniaco… Il demonio ora in auge è l’esaltazione della ribellione, della trasgressione, dall’autonomia da Dio, del disordine. È in sostanza la semplice proiezione degli istinti distruttivi e delle pulsioni represse dalla religione e dalla cultura[14].

Il magistero della Chiesa ha mantenuto una costante ospitalità al tema, rilanciando periodicamente moniti forti (ma discreti) a non sottovalutare questa dimensione dell’esperienza di fede. Tutti ricordano quando Paolo VI, nell’udienza del 29 giugno 1972, confidava di avere la sensazione che «da qualche fessura sia entrato il fumo di satana nel tempio di Dio», ove per «fumo di satana» intendeva «il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. Aggiungeva nell’udienza del 15 novembre 1972:

Il demonio e l’influenza che può esercitare su ciascun individuo, sulla comunità, sulle società intere o sugli avvenimenti, potrebbero fare l’oggetto di un capitolo importante della dottrina cattolica che bisognerebbe studiare di nuovo. Alcuni credono di trovare una risposta negli studi psicanalitici o ancora nello spiritismo, oggi ahimé! Così diffuso in alcuni paesi. Si teme di ricadere in vecchie teorie manichee o in spaventose divagazioni fantastiche e superstiziose. Si preferisce oggi mostrarsi forti e senza pregiudizi, darsi arie di positivisti, salvo poi a credere a dei capricci magici o popolari gratuiti o, peggio ancora ad aprire la propria anima ad esperienze licenziose dei sensi, alle esperienze nefaste della droga, alle seduzioni ideologiche degli errori di moda oggi. È attraverso queste brecce che il Maligno penetra per alterare la mentalità dell’uomo. […] Noi sappiamo anche che quell’essere tenebroso e conturbante esiste realmente e che con una terribile astuzia agisce ancora. È il nemico occulto che semina errori e disgrazie nella storia umana.

In tal senso si veda il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, Fede cristiana e Demonologia, del 26 giugno 1975. Papa Francesco, col suo stile di predicazione ignaziano, fa talvolta riferimento al Nemico o al Tentatore senza particolari complessi o difficoltà. Così questa presenza dannosa è tornata nei discorsi di fede senza troppo clamore[15].

Partendo da questa base di riferimento raccogliamo alcune dimensioni certe del fenomeno demoniaco, per come la fede in Cristo lo percepisce.

  1. Gesù e l’intensificazione della presenza e dell’azione del diavolo

A differenza delle figure angeliche, si deve dire dei demoni che essi costituiscono un ingrediente ineliminabile della testimonianza apostolica sull’azione salvifica di Gesù. Si tratta quindi di un «personaggio costitutivo» di quel dramma salvifico che raggiunge in Cristo il suo vertice e il suo momento di svolta:

Noi non cessiamo di meravigliarci – e la cosa appare a prima vista strana – nel vedere il gran numero di ossessi che si trovavano allora in Giudea e in Galilea; non è mancato nemmeno chi attribuisse la cosa a un’esagerazione tendenziosa degli evangelisti. Ma questa gran moltitudine trova una spiegazione negli stessi evangelisti, i quali lasciano intendere che all’apparire di Gesù Cristo, l’obbediente, l’essere tirannico prende coscienza di essere scosso e portato in giudizio. Ci basti fare attenzione a una delle narrazioni paradigmatiche, che segnala il modo col quale Gesù vince i demoni. In Mc 1,21-28… È un racconto semplice e popolare; ma ci fa veder chiaro che là dove appare Gesù a insegnare con autorità la «nuova dottrina»… si presenta chi è posseduto dallo spirito immondo. Anche se non viene detto espressamente, è questa parola di Gesù che lo tira in ballo. Ma il demonio che abita in lui capisce subito che la presenza di Gesù lo tormenta, e fiuta immediatamente il pericolo che per lui comporta questo Gesù e lo Spirito del Dio Santo… Il grido dell’indemoniato di Gerasa: «Che vuoi tu da noi, Figlio di Dio? sei venuto a tormentarci prima del tempo?» (Mt 8,29) lascia intendere che il demonio avverte l’eschaton, «ciò che è estremo, ultimo», che in Gesù ha avuto inizio e che segna la fine per lo spirito della tirannia[16].

Di fatto la presenza e l’azione di Gesù hanno scatenato la reazione del Nemico, proprio mentre ne hanno svelato l’identità. Conferma questo dato storico la notazione biblica di un altro teologo:

Il Nuovo Testamento opera rispetto all’Antico Testamento una drastica inversione di rotta: anziché assecondarne il movimento di concentrazione sulla dottrina degli angeli, pone in primo piano la demonologia e sullo sfondo l’angelologia… Diciamo subito che nei Vangeli e in Atti, mentre l’azione degli angeli si polarizza sugli albori e sulla conclusione della comparsa di Gesù sulla terra, quella del diavolo e dei demoni riempie il tempo intermedio del ministero pubblico di Gesù e della missione post-pasquale della Chiesa. Ciò stabilisce una netta distinzione di ambiti cronologici che pare dar voce, per un verso, all’intuizione dello strapotere del bene sul male (l’avvio e la conclusione sono nelle mani di chi sta con Dio), e per l’altro alla percezione della drammatica serietà di un tempo, quale quello presente, ancora sottoposto alla minaccia dei nemici di Dio[17].

L’ammissione dell’esistenza e dell’azione dei demoni è elemento essenziale della comprensione cristiana della salvezza. Anzi è un elemento caratterizzante la novità del suo avvenimento. Gesù comparve sanando e scacciando i demoni (Mc 1,34) e conferì il potere di scacciare demoni agli apostoli, quale segno della venuta del Regno (Mt 10,1). La consegna di tale potere è rinnovata dopo la Pasqua, nella missione che il Risorto affida ai suoi (Mc 16,17). La lotta al diavolo non fu solo parte costitutiva del ministero pre-pasquale di Gesù, ma rimane elemento importante anche dell’esperienza del Risorto. Non è quindi possibile liquidare la pratica esorcistica di Gesù come una concessione alla mentalità del tempo. Si tratta di qualcosa che ha a che fare con l’esperienza cristiana di sempre. Anzi, si può dire che se c’è stato un ampliamento dell’attenzione alla lotta al diavolo nella letteratura apostolica dopo Pasqua (Ef e Col, 1Pt e 2Pt e Apocalisse), ciò è dovuto proprio all’importanza di tale scontro anche nello spazio della vita col Risorto[18].

2.1. Questo dato di base sull’esperienza di Gesù prima e del Risorto poi, è stato commentato con sagacia da un teologo del calibro di H.U. von Balthasar laddove tratta delle dimensioni del dramma salvifico che Gesù ha vissuto. Prendendo le distanze dalle intuizioni (pur interessanti) del teologo calvinista K. Barth, come pure da altre possibili riduzioni, Balthasar delinea la sua posizione:

Il Nemico o avversario o Satana non può essere pensato come una qualità divina negativa o come un principio del male anonimo, prodotto dalla «noluntas Dei», dal non-volere efficiente di Dio (das Nichtige): Tutte e due queste strade offuscano lo sguardo sul cristologico quale appare nella testimonianza biblica: il faccia-a-faccia di Gesù col suo avversario, il quale deriva la sua concretezza non soltanto dal no di Dio e dall’ombra gettata da Gesù. La testimonianza biblica e la sua figurazione infinitamente concreta ha il sovrappeso su ogni speculazione. Il “tu” apostrofato negli esorcismi di Gesù non è assolutamente un puro abstractum, qualora non si ammetta che Gesù era la vittima di una fede popolare primitiva… Con tutto questo noi ci ritroviamo, ci piaccia o non ci piaccia, in una concezione di “spiriti buoni” (angeli) e di “spiriti cattivi” (demoni); questi ultimi però devono essere diventati cattivi mediante una libera decisione (di ribellione a Dio), non potendo in ogni caso essere stati creati cattivi[19].

Il suggerimento che emerge dal testo è quello di non perdere nessun personaggio del dramma salvifico, pena la perdita del senso stesso e delle dimensioni dell’esperienza salvifica. L’azione che si sviluppa con Gesù include il suo «faccia a faccia» col Nemico. Tale scontro dischiude un certo «spazio vitale di esperienza», che non può essere semplificato. Ma per abitare in modo giusto questo spazio di esperienza (o sfera vitale della vita redenta, come direbbe H. Schlier) bisogna aver percepito lo sguardo misericordioso di Dio sulla sua creatura, che la separa dal «male che fa male» e permette di identificare il vero nemico da combattere[20].

2.2. In questa prospettiva ci sembra ancora attuale e utile l’originale posizione di K. Barth sul confronto tra la misericordia di Dio e il Niente (das Nichtige)[21]. L’azione del Dio misericordioso che custodisce e difende la sua creatura assume un carattere agonico, drammatico: la misericordia lotta contro il male che minaccia l’uomo. Anzi, questo male riceve il suo carattere negativo e minaccioso proprio dall’opposizione divina, cioè per il fatto che Dio non lo vuole, lo esclude, lo supera, eppure lo patisce a favore della sua creatura, per vincerlo dall’interno della condizione creaturale (Pasqua). È il mistero del “Niente”. L’espressione tedesca «das Nichtige» implica l’idea di nocività, di attività negativa:

Il Niente è ciò che Dio Creatore non ha né scelto, né voluto, il caos che ha lasciato dietro di sé, secondo Gen 1,2, senza donargli essere e consistenza: esso non ha realtà se non nel carattere negativo che gli è attribuito dalla decisione divina, per la sua esclusione dall’ambito creaturale; se ci è permessa l’espressione, esso esiste per Dio nella mano sinistra, ma, proprio per questo fatto, è a suo modo una potenza vera e anche molto attiva… Si tratta della realtà che non può essere descritta adeguatamente se non in quanto è la possibilità che Dio, nel suo eterno decreto, ha rigettato una volta per tutte, e che non può essere reale e non può avere realtà se non in virtù del No! efficace che Dio le ha opposto. Ma, sotto la potenza di questo No! divino, essa ha ed è una realtà. È il luogo del potere del diavolo, “il padre della menzogna”, del mondo dei demoni, del peccato, del male e della morte: non della morte come conseguenza naturale della vita, ma della morte eterna, la nemica e l’annihilator della vita. Dio regna anche su questo mondo oscuro, poiché è unicamente la sua azione creatrice che gli conferisce una realtà negativa. Da tutta l’eternità Dio ha pronunciato ed eseguito il suo giudizio su di lui. Ma la creatura… è al contrario minacciata dall’impero del nulla, dalla potenza del caos che la assedia, per così dire. Essa non è fatta per distinguersi da questa potenza, né per mantenere questa distinzione. Non può proteggersi da se stessa[22].

Il “Niente” che minaccia la creatura non è il “nulla” dei filosofi, l’ombra delle creature, la notte rispetto al giorno. Non è questo il nemico, il male. Il Niente è ciò che si oppone alla volontà misericordiosa di Dio, ciò che le è estraneo, ovvero “ciò che Dio non vuole” proprio mentre vuole il bene della sua creatura, ciò che Dio ha escluso, e quindi superato, giudicato, lasciato indietro. È ciò che si oppone a Dio e alla sua volontà piena di misericordia, perché escluso, non voluto. Di questo Niente l’uomo deve avere paura, sapendo però che Dio lo vince, anzi lo ha già vinto in Cristo risorto, e vuole renderci partecipi di tale vittoria. La non comprensione del potere maligno del Niente porta alla sua coordinazione col bene: il male esisterebbe in funzione del bene in un’armonia complessiva più grande (è la posizione di certi filosofi della religione come F. Schleiermacher). Ma questo è un errore: il male è ciò che Dio non vuole per la sua creatura e come tale è la potenza del Niente, il negativo, ciò che non deve essere e che Dio vuole assolutamente vincere nella morte e risurrezione di Gesù. Solo chi incontra la misericordia di Dio in Gesù riconosce il vero male nella sua forza «nullificante», proprio mntre scopre la sua dignità di figlio nello sguardo di Dio. Al di fuori di questo incontro, non si riesce a dare il giusto peso e valore al male e al Nemico del genere umano. Proprio la misericordia dà quella tonalità escatologica all’opposizione al male (che non è difetto o limite o errore scusabile, ma è peccato o schiavitù o rischio di dannazione).

  1. Il demonio nell’orizzonte del problema del male

Riprendiamo pertanto la questione del diavolo nella prospettiva dell’esperienza di una forma di «male radicale», che proprio la presenza di Gesù ha in qualche modo scatenato. Da sempre il terreno di coltura della demonologia è stata l’esperienza del male. Un’esperienza complessa e problematica. E il demonio è solo una delle risposte. L’uomo non può sfuggire agli interrogativi che nascono dalla constatazione del male nel mondo e dentro di lui.

3.1. La rappresentazione di queste creature spirituali ha subito notevoli variazioni nelle diverse epoche culturali e nei vari sistemi di pensiero: in una visione apocalittica dell’esperienza salvifica domina una certa figura di angelo-demonio che è diversa da quella inclusa in una mentalità più cosmologica e centrata sugli ordini gerarchici del reale; la concettualizzazione metafisica di una «sostanza spirituale pura» è diversa dall’attuale visione evolutiva della realtà materiale e spirituale. A questo livello del discorso lo studio del tema deve essere meno preoccupato della compatibilità logica o della coerenza delle singole rappresentazioni, quanto piuttosto del loro funzionamento, della logica che le struttura e del contributo che può offrire alla lettura dell’esperienza salvifica[23]. Di fronte a questa complessità di discorsi e linguaggi è bene ricordare sempre che la fede è meno preoccupata della natura del diavolo (cos’è?) quanto invece di riconoscerne l’azione (come opera? Come si conosce?). Le domande sulla natura e forma sono funzionali all’adeguato riconoscimento dell’azione e quindi all’esperienza. Si tratta di studiare se e in che misura la comprensione che la fede ha del diavolo aiuti a decifrare alcune esperienze del male e della salvezza, interpretandone adeguatamente proprio la connotazione demoniaca. In questa prospettiva è significativo il fatto che certe rappresentazioni del diavolo impediscono di leggere sensatamente l’esperienza in quanto creano tensioni insolubili con la libertà e responsabilità dell’uomo piuttosto che con la misericordia di Dio[24].

La soluzione di tali tensioni però non implica la pura e semplice negazione del diavolo e della sua azione, quanto piuttosto una revisione della sua rappresentazione, nella misura in cui questa si mostra inadeguata a sillabare l’esperienza. Un criterio irrinunciabile per valutare questa proporzione tra rappresentazione e azione redentrice è costituito dal nesso inscindibile tra «lex orandi» e «lex credendi». Ogni autentica appropriazione degli articoli del credo deve sempre essere confrontata con la preghiera della Chiesa (e quindi coi sacramenti e i sacramentali). Ogni sana teologia aiuta a pensare correttamente ciò che la Chiesa crede e quindi ciò che prega. Non si limita a semplificare e togliere, soprattutto se il criterio di selezione dei contenuti di fede fosse l’indice di gradimento della mentalità mondana. Certo, ciò non toglie che di certe cose è bene parlare nei luoghi e modi giusti. Non si deve trovare la forma demoniaca del male ovunque, terrorizzando bambini inermi e digiuni da certe cose fin dai primi anni del catechismo. Viene il momento, in un sano cammino spirituale, in cui è bene fare discernimento sulle forme del male, per poterlo combattere con più efficacia. Ma su questo non pare che manchino alla Chiesa attuale avvertenze prudenziali e lontane da forme di fanatismo. Del resto il lavoro degli esorcisti è animato da criteri di grande buon senso e da norme procedurali estremamente ragionevoli e ben ponderate.

3.2. L’esperienza del male è caratterizzata anzitutto dalla confusione e quindi dalla fatica a capire, a spiegare o comunque a dare un significato a ciò che si sta sperimentando. Fa parte di questa modalità dell’esperienza del male la fatica a dare un nome al diavolo/demonio/principe di questo mondo, insomma al Nemico o Avversario di Dio e dell’uomo. Perciò un’indicazione preziosa della tradizione spirituale (monastica) per la lotta al diavolo è quella di cercare il nome del demone che ci assale, in modo da smascherarlo. Non è sempre possibile farlo subito, mentre ci assale. Ma è utile cercare di ricostruire l’origine di certi pensieri, così da smascherarne la natura e il fine. Questa ricerca dell’origine o dei motivi dei pensieri negativi è ciò che la tradizione chiama la ricerca del nome:

Domandare il nome del demone mette in evidenza che non ci si lascia semplicemente trascinare da un pensiero, ma che si possiede un proprio punto di vista, a partire dal quale si può giudicare ciò che si riversa su noi… [è bene] giudicare i pensieri davanti al tribunale del proprio cuore e metterli alla prova sottoponendoli a una contestazione. Se fuggono di fronte a essa, significa che sono demoniaci; se invece resistono, allora sono buoni… Se un pensiero sopravvive anche di fronte a resistenze, difficoltà e sofferenze previste, allora deve venire da Dio. In caso contrario, ciò significa che un demone voleva turbarci… Non appena abbiamo dato il giusto nome a un pensiero, una passione, un sentimento, un’intenzione, abbiamo già preso distanza da esso così da giudicarne la natura[25].

Questa fatica a comprendere e a dare un nome si manifesta nella pluralità di linguaggi e rappresentazioni che accompagnano l’unica grande esperienza del male. La tentazione è quella di semplificare il più possibile i termini del problema, le figure e i nomi, riconducendo tutto a un neutro «principio del male» che possa contenere tutto. Ma è sufficiente? La capacità di dare il nome giusto permette di cogliere il tipo di rapporto che certe esperienze o situazioni o pensieri intrattengono con Dio e con l’uomo nel grande dramma della storia della salvezza, facendo spazio all’azione liberatrice di Cristo, che sempre sostiene la lotta spirituale dei suoi discepoli.

3.3. In questa prospettiva va compresa e valutata la scelta di collocare il diavolo sullo sfondo di una dottrina della creazione, così come emerge al Lateranense IV:

Noi crediamo fermamente e professiamo con semplicità… un principio unico dell’universo, creatore di tutte le cose visibili e invisibili, spirituali e corporee: con la sua onnipotenza all’inizio del tempo egli creò insieme dal nulla l’una e l’altra creatura, la spirituale e la corporea, cioè gli angeli e il mondo, poi la creatura umana, che appartiene in qualche modo all’una e all’altra, composta di spirito e corpo. Perché il diavolo e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma sono diventati cattivi da se stessi, per propria iniziativa; quanto all’uomo, egli ha peccato per istigazione del diavolo (Lateranense IV: COD, n. 800).

L’azione di Dio all’origine contiene un dramma di caduta e peccato che turba la situazione del creato in cui l’uomo è posto. La realtà non offre un ambiente neutro, pacificato, senza venti o tempeste che spingono o respingono… Ma non si tratta neppure di affrontare una divinità malvagia o un principio eterno del male. Si possono già identificare le tensioni che, in sede di rappresentazione, caratterizzano il principio del male demoniaco. Le analizziamo attraverso un testo attribuito a Eusebio di Vercelli, nel quale si leggono tre anatematismi interessanti:

Se qualcuno professa che l’angelo apostata è in una natura, che non è opera di Dio, ma che egli esiste da se stesso, giungendo fino ad attribuirgli di trovare in se stesso il proprio principio, sia anatema.

Se qualcuno professa che l’angelo apostata è stato fatto da Dio con una natura cattiva, e non dice che egli ha concepito il male da se stesso per suo proprio volere, sia anatema.

Se qualcuno professa che l’angelo di satana ha fatto il mondo – non sia mai! – e non avrà dichiarato che ogni peccato è invenzione sua, sia anatema (De Trinitate VI, 17, 1-3: PL: 62,280-281).

La tensione che si crea è evidente: da un lato il diavolo è responsabile del male senza però poter diventare un anti-dio, pur possedendo un potere reale sul male/morte/peccato, da comporre con la provvidenza onnipotente di Dio. D’altro lato il diavolo è responsabile del male dell’uomo (il peccato), senza però poterlo deresponsabilizzare completamente. In verità ogni esperienza del male rimanda ad un’alterità misteriosa che l’uomo non controlla totalmente (l’uomo è artefice ma anche sempre vittima del male, anche di quello che compie). Oltre a queste tensioni si pone il problema se il diavolo, in quanto origine del male, sia una realtà unica, solitaria e potente o una molteplicità di enti o creature malvagie. Anche la rappresentazione paolina di «principati e potestà» lascia aperta la questione. Ne deriva anche il problema se tale principio del male sia una realtà personale o anonima/neutra. La soluzione cristiana è ancora una volta paradossale: da un lato si afferma che si tratta di una creatura spirituale libera e personale, decaduta per sua libera colpa. D’altra parte si sottolinea come tale creatura sia una non-persona, uno spirito spersonalizzato: «Qui si chiarifica una particolarità tutta specifica del demoniaco, cioè la sua assenza di fisionomia, la sua anonimità. Quando si chiede se il diavolo sia persona, si dovrebbe giustamente rispondere che egli è la non-persona, la disgregazione, la dissoluzione dell’essere persona e perciò costituisce la sua peculiarità il fatto di presentarsi senza faccia, il fatto che l’inconoscibilità sia la sua forza vera e propria»[26].

3.4. Una conferma di queste tensioni la si può trovare nella grande visione paolina delle potestà-potenze (soprattutto in Efesini e Colossesi), uno dei modi con cui Paolo e la sua scuola designano le potenze demoniache:

Da un lato… le potenze del NT sono una sorta di esseri personali, come risulta dagli stessi nomi ben definiti che esse portano… Ma che significa «essere personale»? Significa, se vediamo bene, che le potenze sono esseri che sono percepiti dall’intelligenza e dalla volontà come interlocutori, che ci si presentano come un interlocutore intenzionale, razionale e dotato di volontà. Va detto che non sempre si presentano come individui, ma come esemplari di una specie… come esemplari del principio diabolico… Questo ci porta già all’altro aspetto del fenomeno. Le nostre potenze non sono solo una sorta di esseri personali, o, per essere più chiari, non sono esemplari di una specie di esseri dotati di intelligenza e volontà ai quali possiamo rivolgerci, ma sono anche esseri dotati di potere… Non sono qualcuno o qualcosa che possegga quelle doti, ma esistono come potenze, potere, forza ecc., e, se portano quei nomi, è perché come tali manifestano se stesse e la propria natura… Come si vede, le nostre potenze non si limitano ad avere potere, ma sono potere esse stesse e in ogni caso esistono come potere… Per indicare la loro natura si deve dire che esse sono un’intelligente volontà di potenza che tende ad attuarsi… Per designare questo fenomeno di una manifestazione molteplice di una potenza invisibile e personale che si annuncia al di là di questo ordine visibile il NT non ha che il nome di «spirito»… Se ci domandiamo in quale maniera queste potenze posseggano questa loro natura, la prima e generica risposta è questa: esse la posseggono impadronendosi del mondo e dell’uomo, per mostrare in essi e per mezzo di essi la loro natura di potenze[27].

Ne deriva che certi elementi della natura (le costellazioni e il loro influsso) o certe situazioni e istituzioni (l’Impero in Ap 13) si presentano come l’ambiente, il mezzo e gli strumenti di tali potenze demoniache. È quanto emerge da alcune esperienze di Paolo (1Ts 2,18; Rm 8,35-38) e soprattutto nelle visioni dell’Apocalisse:

Possiamo dunque vedere come, secondo il NT, la natura di Satana e dei suoi ministri, cioè le molteplici manifestazioni e disseminazioni dello spirito del maligno – che è intelligenza e volontà di potenza – si manifesta nel dominio che essi assumono del mondo e degli uomini in tutti i campi e in tutti gli strati, facendone i portatori e i mezzi del loro potere. Nel mondo non vi è nulla che sia completamente e per sempre al sicuro della loro potenza[28].

In quanto potenze e potestà i demoni hanno consistenza per noi proprio nel potere che esercitano su di noi, sulle nostre istituzioni o su elementi cosmici che ci toccano, ma di cui non abbiamo completo dominio. È l’azione degli spiriti che «si concretizzano» nel potere che esercitano e proprio lì vanno intercettati e combattuti.

3.5. Queste ultime osservazioni ci ricordano che non dobbiamo né possiamo «andare a combattere il diavolo nell’al di là»… nel «suo mondo». Ci chiedono piuttosto di affrontarlo nel nostro, coi piedi ben piantati nella realtà. Nessuno può o deve fare una «crociata contro Satana». L’elemento demoniaco del male non spinge a battaglie cosmiche al di sopra delle nostre possibilità. Ciò però non toglie la dimensione escatologica del combattimento col Nemico che Gesù ha inaugurato e di cui testimoniano le visioni dell’Apocalisse. È un’ulteriore tensione da tenere presente. Da un lato la lotta al Maligno si gioca nel nostro mondo, come influsso indiretto (e raramente diretto nelle possessioni, infestazioni, vessazioni). Dall’altro la lotta al Maligno ha un tono escatologico, ossia definitivo e radicale, che accentua il carattere drammatico della vita cristiana. È una battaglia ogni volta decisiva. Lo è proprio perché la forma demoniaca del male ha una connotazione ultima e definitiva, che lascia presentire una condanna inderogabile, di cui però non sappiamo molto. Si tratta di confrontarsi con una forma di male che contiene una disperazione, una rassegnazione e una rabbia, che possono essere comprese solo alla luce di un rifiuto definitivo e irrevocabile dell’amore di Dio, con tutte le sue drammatiche conseguenze. Da qui il suo carattere radicale, cioè senza mezze misure o compromessi accomodanti[29]. Non si tratta di teorizzare un «male assoluto», ma di prendere atto di una possibilità della libertà, che col suo rifiuto dell’amore di Dio può entrare nel campo dell’indurimento del cuore che si allontana da Dio fino in fondo, ovvero fino alla fine. E forse proprio in questa «tonalità radicale», in questa atmosfera di «anti-relazione» che giunge all’odio di Dio, si può riconoscere uno dei tratti qualificanti della forma demoniaca del male. Perché odiare Dio con tanta forza? Eppure c’è una forma della «città dell’uomo» che giunge all’amore di sé fino al disprezzo di Dio. Risuona in questa possibilità il veleno del serpente antico. Questa connotazione escatologica della forma demoniaca del male spiega la serietà dell’impegno della Chiesa in un tipo di lotta che chiede grazie speciali e gesti particolari, nonché una preghiera costante per la «perseveranza finale» e la liberazione dal Maligno.

  1. Approccio fenomenologico: le forme dell’azione demoniaca

Su questo sfondo cerchiamo di caratterizzare l’esperienza del male demoniaco. Le due forme principali di esperienza del demoniaco sono la possessione e la tentazione. La prima fa appello ad un potere esterno all’uomo e che si impone a lui involontariamente, facendogli violenza. La seconda rimanda all’esperienza del male morale e quindi chiama in causa la scelta dell’uomo. Nel primo caso il diavolo fa il male, mentre nel secondo induce al male. La prima è la forma straordinaria, mentre la seconda è ordinaria. Articolando, in prima approssimazione, queste due forme dell’esperienza diabolica, possiamo dividere in quattro ambiti la presenza e l’azione del diavolo.

4.1. La Possessione

Rispetto a questa forma estrema di esperienza del demoniaco ci limitiamo a due sottolineature. La prima riguarda la fatica della diagnosi e la seconda l’intuizione riguardo all’«atmosfera spirituale» o «tonalità umana» che caratterizza l’esperienza demoniaca del male[30].

  1. La fatica della diagnosi va collegata all’atteggiamento del Nemico che tende a nascondersi nelle cose, situazioni o anche nell’uomo, per esercitare meglio il suo potere, comunicando la sua percezione della realtà:

Penetrando in tal modo nel mondo e nell’uomo, per servirsene nell’esercizio del loro potere, queste potenze vi si occultano pure; o, se si vuole, quando le si incontra – esse e il loro potere, negli uomini e per mezzo di essi, come pure in determinati elementi e istituzioni – si nota pure vi si appiattiscono dentro, così che una loro nota essenziale è quella di non tradire la loro presenza (Ap 2,13)… Per una vista corta esse [le potenze] non sono che elementi naturali; ma ciò equivale a una limitazione della realtà, poiché questa, nella sua totale entità – cioè nella sua realtà storica concreta – comporta, dietro a ciò che si vede, l’esistenza degli elementi che rispondono all’appello di Dio o a quello del demonio. Ma questo appello, questo spirito, è nascosto nelle cose. Questa proprietà delle potenze di essere nascoste… spicca ancor più chiaramente in quanto l’uomo non percepisce la ragione della loro presenza. Nessuno sa il motivo per cui aggrediscono questo o quell’uomo, opprimono l’uno o l’altro aspetto della vita umana, o per cui invadono un tempo più che un altro… Sotto la grande e misteriosa tenda che lo spirito stende sul mondo c’è tutto un andirivieni, un’incessante inquietudine, e tutto, illuminazione illusoria e improvvisi offuscamenti, sorprendenti usurpazioni e strani sviamenti, tutto cela lo spirito allo sguardo dell’uomo, impedendogli di individuarlo, e serve solo a mostrare il predominio di uno spirito trascendente, su cui l’uomo non ha alcun potere[31].

Questo nascondersi delle potenze del Nemico nelle cose o nelle persone sembra avere come scopo la comunicazione della loro visione della realtà, della loro luce o aura di influenza:

Ecco il modo e la maniera concreta con cui esse attuano la loro essenza: esse fanno apparire e presentano nella propria luce e alla propria maniera il mondo e la realtà concretamente esistente di cui si impossessano. La loro natura consiste in questo: che uomini, elementi, situazioni e istituzioni della storia, come pure le realtà spirituali di tutto ciò, in breve tutti i fattori cosmici e umani di cui esse si impadroniscono, possono comparire nella luce che esse conferiscono loro. Hanno questo di essenziale: che interpretano il mondo e l’esistenza umana a loro immagine… Tale interpretazione dà ad esempio agli idoli il fascino di esseri supremi – sebbene in realtà essi non siano nulla… Sempre la stessa interpretazione fa sì che le costellazioni appaiano come delle divinità o angeli e accampino delle pretese con cui attirano a sé gli uomini…Finalmente, questa interpretazione induce il singolo a vedere se stesso e il proprio mondo in una falsa luce, nella quale trova la rovina… Sotto l’azione delle potenze, il mondo e l’esistenza appaiono essenzialmente nella prospettiva della morte, giacché, impadronendosene, esse li avviano alla morte. Sono dunque esseri di morte, che per essi si fa presente nel mondo[32].

  1. Ne deriva che molti sintomi del demoniaco possano essere intesi come semplici fenomeni naturali o come dinamiche tipiche dell’esperienza religiosa universale. In effetti le possessioni si presentano come un dato dell’esperienza religiosa con valenza differenziata. Esistono varie forme di possessione. Questo dato è significativo in quanto conferma che non si tratta di un fenomeno indotto dalle credenze cristiane, bensì di un dato dell’esperienza religiosa universale, che la fede cristiana interpreta in una certa prospettiva e all’interno di una certa prassi (di liberazione). Possiamo distinguere queste diverse forme di possessione: la possessione rituale e/o personale; la possessione spiritica e/o demoniaca; la possessione terapeutica o di protesta; il medium e gli stati di trance; lo sciamano e gli spiriti guida.

La possessione nel contesto dei rituali voo-doo assume una funzione catartica e di alleviamento delle tensioni psichiche oltre che di difesa psicologica per far fronte alle frustrazioni e ai conflitti, malgrado disturbi che ad essa si accompagnano (emicrania, insonnia, disturbi digestivi, difficoltà di relazioni sociali). […] La possessione rituale dei popoli somali dell’Africa nord-occidentale assolve funzione di protesta socialmente accettata nel caso di frustrazioni amorose… Nello sciamanesimo la possessione risulta spogliata dei caratteri negativi che la nostra società contemporanea è solita attribuirgli. Essa infatti assume un ruolo fondamentale nell’ambito della carriera dello sciamano; dimostrando di avere la capacità di controllare tale evento, riesce ad ottenere un controllo su quegli spiriti i quali, prima della possessione, una volta assoggettati al suo volere, lo accompagneranno come spiriti guida nella sua futura professione, finalizzata appunto a controllare le forze soprannaturali a beneficio della comunità».

  1. Il Conflitto delle interpretazioni: il difficile discernimento tra psichiatria e parapsicologia. Già i differenti significati che possono assumere le possessioni aprono a diverse interpretazioni degli indizi. Il conflitto delle interpretazioni diventa più forte nel confronto con la psicologia. Un esempio: un segno importante di possessione demoniaca è l’avversione al sacro e la bestemmia. Ma questo comportamento può essere letto anche alla luce di fenomeni compulsivi-coercitivi oppure come forme di trasgressioni e ribellioni (rock satanico).

Verifichiamo questa diversa lettura dei sintomi. G. Amorth racconta tre casi significativi. «Suor Angela, quando venne da me, benché giovane era già ridotta in condizioni pietose: quasi non riusciva a parlare, tanto meno a pregare. Soffriva evidentemente in tutto il corpo, non c’era parte in lei che non dimostrasse sofferenza. Le rintronavano in testa continue bestemmie e spesso si udivano rumori strani, che anche le altre suore sentivano. All’inizio di tutti i guai c’era stata la maledizione di un sacerdote indegno…». Ma forse C. Balducci annoterebbe: «L’atto compulsivo è quello che più di ogni altro si presta a simulare la fenomenologia psichica della possessione. Idee e azioni che si presentano col carattere dell’incoercibilità al paziente possono rafforzare in lui la credenza di essere posseduto. L’impulso a bestemmiare in chiesa o l’essere costretti a uscirne quando si è al suo interno, la spinta ad aggredire le persone, a compiere azioni malvagie o atti ritenuti peccaminosi o impuri. Il non riuscire a pregare senza avere pensieri osceni verso le figure sacre, sono tutti fattori che possono concorrere a far sì che l’individuo, peraltro consapevole dell’estraneità di tali sentimenti che egli cerca di combattere per scacciare da sé, possa effettivamente credere di essere vittima del demonio» (citato in M. Sodi, Tra maleficio, patologie…, 39). Più difficile è il discernimento sugli altri due casi citati da Amorth: «Due genitori dubitavano che un loro figlio fosse posseduto dal demonio. A causa di certe stranezze che faceva, di certe contrarietà alle immagini sacre. Un giorno che erano a tavola, chiaccheravano e mangiavano, il padre mentalmente ha cominciato a dire”Ave, o Maria…”; dopo le prime parole, di scatto, il giovanotto è saltato: papà, smettila! Senza che il padre avesse aperto bocca». L’ultimo caso: «Una mamma era affranta per le stranezze che notava in un suo figlio: in certi momenti si arrabbiava con urla pazzesche, bestemmiava e poi, quando ritornava calmo non ricordava nulla di questo suo comportamento. Non pregava e mai avrebbe accettato di farsi benedire da un sacerdote. Un giorno, mentre il figlio era al lavoro e, come al solito era uscito indossando la sua tuta da meccanico, la madre fece benedire i vestiti con l’apposita preghiera del rituale. Di ritorno dal lavoro il figlio si tolse la tuta e si rivestì senza nulla sospettare. Dopo pochi secondi si tolse i vestiti con furia, quasi se li strappò di dosso e si rimise la tuta da lavoro senza dire nulla. Non ci fu verso che indossasse più quei vestiti benedetti, distinguendoli bene dagli altri del suo guardaroba».

  1. Balducci sostiene però che «la presenza in uno stesso individuo della fenomenologia psichica e parapsicologica è già di per sé un indizio di possessione diabolica», e, rimandano al Rituale romano del 1614 (nell’edizione valida fino al 1952), offre un criterio utile:

Concludendo, una presentazione del criterio diagnostico sulla falsariga del Rituale potrebbe essere formulata nella seguente maniera: Non si creda con facilità alla possessione, potendo un tale stato essere simulato e da anomalie di ordine psichico e da possibilità di ordine cosiddetto paranormale. La presenza nello stesso individuo della duplice fenomenologia (orientata, come è ovvio, a una forte avversione al sacro) rappresenta già un forte indizio di possessione; la certezza apparirà dalla tonalità particolare delle suddette manifestazioni, nell’attuarsi cioè in maniera indipendente da quelle modalità che ne condizionano il verificarsi naturale. Questa certezza potrà avere una ulteriore conferma nella presenza di altri fenomeni, difficilmente riconducibili all’ordine psichico e paranormale[33].

Invece G. Amorth ritiene impossibile giungere a una diagnosi certa se non si è tentato qualche esorcismo, poiché è nella reazione all’esorcismo che si può smascherare, peraltro con fatica, la presenza del demonio.

  1. L’idea di una «tonalità particolare di certe manifestazioni» è interessante nella misura in cui corrisponde all’idea delle «potenze dell’aria» presente nel NT (Ef 2,2 e 6,12). Le immagini della lotta contro tali potenze lascia intendere che si tratta meno di cose del mondo quanto piuttosto di una sorta di «atmosfera spirituale particolare», che si insinua tra le cose e distorce la realtà ingannando, mentendo e tentando:

Ma che cos’è l’aria per Paolo? … qui intende l’aria come «lo spirito che ora sta all’opera nei figli della disobbedienza», cioè gli uomini che hanno rifiutato il vangelo (Ef 2,2)… È lo spirito universale dell’incredulità o della disobbedienza, che si è impadronito di essi. Con una formula cristallizzata: è il complesso dell’aria, abitata dagli spiriti, che esercita un’influenza sugli uomini; l’atmosfera popolata dagli spiriti, nella quale vivono gli uomini che la respirano e se ne lasciano determinare nel pensiero, nella volontà e nell’azione. Da essa, che ne è il dominio, e per mezzo di essa, lo spirito esercita la propria signoria sugli uomini. E se in essi entra e afferma il suo potere, lo fa attraverso l’atmosfera spirituale che è la sua dimensione, la dimensione della sua potenza, mediante la quale si impone agli uomini e penetra in essi. Aprendosi a questa atmosfera gli uomini se ne fanno portatori e, a loro volta, contribuiscono a diffonderla[34].

Quest’idea di «atmosfera spirituale» è interessante anche sul versante positivo, per immaginare l’azione della Chiesa come spazio di atmosfera spirituale sana e sanante:

Questi innumerevoli uomini pii, noti e sconosciuti, grandi e piccoli, creano non solo in se stessi e per se stessi, ma anche per gli altri e per il mondo, dei cuori, degli ambienti, dei tempi e delle sfere in cui viene posto termine al dominio del demonio e ha inizio il Regno di Dio: regno di giustizia, di verità e di pace nello Spirito Santo[35].

4.2. Il Maleficio e l’occultismo: dalla patologia alla causa scatenante

La ricerca dell’origine della presenza e dell’azione straordinaria del Maligno, rimanda al mondo dell’occulto e in particolare al maleficio (stregoneria) e all’occultismo (negromanzia, spiritismo, divinazione). Potremmo parlare di una specie di «porta privilegiata» di accesso del demoniaco nel nostro mondo di esperienza e in particolare nella vita delle persone[36].

(1) Il Maleficio e la magia. È indubbiamente la forma più dannosa di pratica magica, soprattutto per la sua connessione con forme di odio, rivalità, cattiveria. Già a questo livello si tratta di una pratica che esprime sentimenti e valori antievangelici e quindi demoniaci[37]. La presenza di influssi malefici (prodotti da fatture o da maledizioni) è ritenuta essere la causa più frequente di possessione. Molti segnalano (soprattutto per esperienza) che in molti casi di possessione ci sia all’origine di tutto un maleficio subìto o procurato:

Sono quattro i metodi grazie ai quali il demonio entra nelle anime. Due rarissimi. Uno riguarda i santi. C’è un’iniziativa del demonio per tentare una persona che vede santa, e per cercare di farla rinunciare alle vie di Dio. Rarissimo. Altro caso rarissimo è quello di un complesso di peccati gravissimi in cui uno si indurisce in maniera irreversibile… Il caso più frequente, di gran lunga, e lo metto la novanta per cento, è quello del maleficio. Avviene quando qualcuno subisce un male causato dal demonio o provocato da qualche persona che si è rivolta a satana, o ha agito con perfidia satanica. Il resto – dieci, quindici per cento, non sono stato esatto nelle cifre, riguarda persone che hanno fatto pratiche di occultismo. Ossia: sedute spiritiche, partecipazione a sette sataniche, e magari hanno frequentato maghi e cartomanti. Sono queste le forme oggi più diffuse. Pensi che in Italia ci sono almeno ottocento sètte sataniche… La maggior parte dei malefici non ha effetto; soprattutto perché la persona è ben corazzata dalla preghiera e dalla frequenza alla Chiesa; quando uno vive unito a Dio è difficilissimo che un maleficio lo colpisca. Se uno è in stato di peccato mortale, è più facile che il maleficio raggiunga il suo scopo[38].

Ma il Nuovo Rituale sconsiglia l’esorcismo in caso di sospetto maleficio. Eppure il maleficio è ritenuto la causa più diffusa di possessioni. Come conciliare le due cose? È evidente che non si deve esorcizzare ogni volta che c’è un sospetto di maleficio. Né è ritenuto valido il ricorso a «guaritori»:

Il Rituale per prima cosa, al n. 8 delle norme, mette in guardia affinché, in caso di maleficio, la persona non venga indirizzata a maghi, o a streghe o ad altri, che non siano ministri della Chiesa; e che l’interessato non ricorra a nessuna forma di superstizione o ad altri mezzi illeciti. Che l’ammonimento sia necessario ce lo dice l’esperienza. I maghi sono molti, mentre gli esorcisti sono pochissimi. E addirittura un esperto come mons. Corrado Balducci in tutti e tre i suoi libri consiglia, come rimedio al maleficio, il ricorso a un mago, anche se si prevede che farà un altro maleficio (vedi ad esempio «Il Diavolo», p. 326). È un errore imperdonabile in un autore tanto meritevole in altre parti dei suoi volumi. Parlando di lui con d. Pellegrino Ernetto ci siamo trovati d’accordo nel condannare la pertinacia con cui mons. Balducci insiste nel consigliare il ricorso ai maghi. Ci aspettavamo una correzione nella nuova edizione del suo libro «Il Diavolo», e vi abbiamo trovato, invece, una maggiore insistenza. Si vede la sua scarsa sensibilità pastorale, che lo pone decisamente contro la dottrina della Chiesa e la prassi ecclesiastica di tutti i tempi nel dare tale consiglio[39].

Il testo incriminato di Balducci è il seguente:

Dopo aver senza alcun esito consultato, a seconda del tipo di disturbi, o il medico o il neurologo o lo psicologo o lo psichiatra, si provi ad avvicinare un sensitivo o chi viene indicato comunemente ancora come mago, purché persona seria, onesta, e di cui ci si possa fidare. Nel caso esista un maleficio, gli si può chiedere come rimediarvi o di provvedere lui stesso, qualora lo faccia, o almeno lo possa fare, in modo lecito; e ciò, al limite, anche se si prevedesse che lo farà con un nuovo maleficio, purché tale previsione non renda illecito il ricorso. Altro, infatti, è servirsi del peccato altrui per uno scopo buono e altro è cooperare al peccato di un altro… Si possono presentare situazioni in cui certi segni di maleficio potrebbero o notarsi con facilità o venir scoperti da un’indagine sommaria, effettuata nella stanza o nell’abitazione del paziente. In tali casi riuscirà inutile pensare a medici o specialisti e converrà avvicinare subito un sensitivo o il cosiddetto mago. Esistono a volte nei paesi (nelle città è più difficile venirne a conoscenza) delle persone semplici, una specie di guaritori con metodi tradizionali, che sanno come togliere il maleficio… Sempre nell’ipotesi demoniaca la distruzione dei segni di maleficio non comporta un atto di culto al demonio…»[40].

La posizione di Balducci può forse essere giustificata con l’idea che la lotta al demonio sia un potere accordato a tutta la comunità, che presenta spesso doni carismatici donati a singoli «guaritori». In tal senso la soluzione proposta da Balducci rimanda meno a questioni dottrinali quanto piuttosto al problema pastorale di discernere in quali casi e a quali condizioni un guaritore «di paese» possa essere riconosciuto come uno strumento della Chiesa, a servizio della liberazione da malefici e da altri effetti del demonio[41]. Di fatto lo sviluppo di gruppi di preghiera carismatici ha spostato il problema sul valore e sulla liceità delle preghiera di liberazione praticata in questi gruppi. L’elemento importante è l’attenzione al bisogno delle persone. In caso di maleficio non si devono abbandonare i fratelli bisognosi alle loro eventuali frustrazioni, sofferenze e superstizioni. Un possibile rimedio sembra essere offerto proprio dal ricorso a preghiere di liberazione, che come tali non sono riservate ai sacerdoti, ma sono un dono carismatico dello Spirito per il bene dei fratelli. Ma qual è la posizione della Chiesa di fronte ai «guaritori», sensitivi o carismatici?

(2) Spunti di discernimento. Certe figure di «guaritori» dotati di poteri paranormali possono essere riconosciuti come strumento dell’azione dello Spirito per la lotta ai demoni? A quali condizioni questi personaggi possono essere utilizzati da fedeli afflitti da malefici o altre sofferenze causate da fenomeni occulti? Quali criteri garantiscono che i loro poteri siano doni dello Spirito e non inganni del demonio? La maggiore difficoltà in questo discernimento appare oggi il giudizio negativo della Chiesa – a partire dagli stessi esorcisti – su ogni forma di pratica occultistica e di magia[42]. Il mondo della magia è sospettato di essere un mondo di imbroglioni, nel migliore dei casi, o di servi più o meno consapevoli del demonio (nel senso che mentre pensano di sfruttare poteri donati dall’al di là, questi personaggi sono in verità usati dal demonio per i suoi fini). Al di là dell’intenzione con cui è praticata, ogni forma di arte magica legata all’occulto espone al pericoloso influsso dei demoni[43]. Si tratta di un mondo fatto da maghi, cartomanti, spiritisti, medium, operatori dell’occulto in genere che si diffonde sempre di più[44]. Il sospetto è che molti di questi personaggi operino «con l’aiuto di Satana». In verità si sa che il demonio non è vincolato al volere dell’uomo, neppure attraverso pratiche magiche o riti dell’occulto. Piuttosto è il diavolo a servirsi dell’uomo e delle sue superstizioni (benché molti pretendano di avere ricevuto certi poteri da Satana o mediante patti formulati e firmati o in occasione di sedute spiritiche o in seguito a particolari esperienze). Resta forte il sospetto che certe pratiche magiche espongano le persone all’influsso del Maligno, soprattutto se la magia è fondata sul culto a Satana o su patti col demonio. È significativo infatti che da un lato la magia-stregoneria si basi su valori contrari al Vangelo (ricchezza, potere, dominio, sregolatezza e trasgressione, relazioni basate su odio, invidia, vendetta; sfruttamento del bisogno degli altri per il proprio tornaconto; distacco dalla pratica di fede) e d’altro lato che lo stile di vita degli operatori dell’occulto presenti le stesse caratteristiche di tristezza, depressione, chiusura su di sé e separazione dagli altri, che segnano la vita dei posseduti o vessati dal demonio[45].

(3) Possiamo ricavare da questi interventi una regola minimale: il mondo della magia vive di una logica «antievangelica» che si trova in contrasto con le beatitudini e con le virtù della fede in Dio e nella sua Provvidenza. Pertanto ci vuole una grande prudenza e occorre diffidare dell’origine dei doni preternaturali messi a servizio di simili valori antievangelici. Si tratta infatti di strumenti messi a servizio di una logica di vita incompatibile con la verità sull’uomo portata da Gesù Cristo.

Interessante in questa direzione la nota pastorale della Conferenza Episcopale Toscana, A proposito di magia e demonologia (1 giugno 1994)[46]. La magia viene intesa biblicamente come un atto di apostasia dal Signore. Significativa la notazione al n. 11: «[I cristiani devono essere] cauti nel giudicare la magia come un effetto diretto – sempre e in ogni circostanza – del demonio. Dal punto di vista teologico, peraltro, non si può razionalisticamente ricondurre la realtà delle pratiche magiche solo a un fenomeno psichico deviante o a un semplice atto peccaminoso dell’uomo. In tali pratiche non si può escludere un’azione o dipendenza da satana». Lo stesso giudizio prudenziale riguarda l’efficacia demoniaca del maleficio: «La risposta è certamente difficile per i singoli casi, ma non si può escludere… una qualche partecipazione del gesto malefico al mondo demoniaco e viceversa» (n. 13). La lettura di questi documenti aiuta a comprendere l’incompatibilità tra fede e magia: «Magia e stregoneria sono di per sé peccato grave… Esse disconoscono la provvidenza, la bontà di Dio Padre, l’amore infinito con cui, in Cristo, ci è stato rivelato tutto ciò che è necessario per la nostra salvezza e la nostra felicità»[47]. Ma molto più interessante è la ricostruzione della mentalità che sta dietro a questo mondo magico, una mentalità che appare, nei suoi tratti peculiari, molto distante dai valori evangelici. Così la logica del «tutto e subito» inscritta nelle pratiche magiche, la paura del futuro inteso come minaccia più che come luogo di esperienza della fedeltà provvidente di Dio, implicata nella cartomanzia o nella lettura della mano, il desiderio di possedere tanti beni e di controllate le altre persone, espresso nella spasmodica ricerca di vincete favolose o nelle fatture d’amore, il continuo sospetto di invidie, odi più o meno nascosti, risentimenti e vendette, presente nei malefici, sono tutte esperienze che non possono comporsi con l’amore di Dio rivelato da Gesù.

(4) Lo spiritismo: il fenomeno di occultismo più diffuso e più dannoso. Un’attenzione a parte merita, in questo settore, il fenomeno dello spiritismo, ovvero la pratica di evocare i morti per riattivare una comunicazione capace di tranquillizzare i parenti sofferenti. Si tratta di un fenomeno pericoloso, perché facilmente praticabile da chiunque, soprattutto da giovani curiosi e inesperti. Il sospetto è che si tratti di un’altra froma pericolosa di esposizione a influssi malefici del demonio, anche qualora fosse praticato per scherzo o come passatempo. È soprattutto F. Bamonte ad attirare l’attenzione sui danni dello spiritismo[48]. La sua pericolosità deriva dal fatto che il presunto contatto con gli spiriti, anche con spiriti dei defunti, è in verità una forma di contatto coi demoni. Tale discernimento è legato all’esperienza. L’incontro coi propri cari defunti è possibile solo come un libero dono, una grazia di Dio in vista di qualche bene o servizio speciale. Mentre qualunque pratica di evocazione dei defunti porta con sé un contatto col demoniaco o con presenze malefiche, che causano gravi danni all’equilibrio psichico e anche fisico delle persone (ansie, depressioni, stati d’angoscia, perdita del gusto della vita fino al desiderio di suicidio).

(5) Ricaviamo da queste considerazioni tre conclusioni:

(a) Se la magia o il talismano è a fin di bene perché non usarli? La ricerca della salute, del denaro e dell’amore tramite la magia esprime una sfiducia radicale nella volontà provvidente di Dio e una confusione inaccettabile tra i fini e i mezzi. La Chiesa non intende certo impedire forme di cura alternative e metodi utili per migliorare il proprio benessere fisico e psichico, ma vuole mantenere vigili sulla differenza che c’è tra l’accogliere la vita come dono dalla provvidenza divina, cercandovi la volontà di Dio su di noi, e il ricercare ansiosamente pratiche e stratagemmi per condizionare il proprio destino o quello degli altri. Il monito della Chiesa si fa invece severo quando la ricerca della salute, del denaro e dell’amore diventa il fine ultimo di tutto, l’evidenza prima indiscutibile per la quale si è disposti a tutto. La domanda che il magistero rivolge è se le pratiche magiche, di qualunque tipo, non presuppongano e non inducano precisamente simili confusioni tra fini e mezzi, che diventano idolatria. La precisazione della Chiesa è che la religione (e tanto meno la fede) non può essere considerata un mezzo efficace per ottenere e garantirsi quei beni (spesso idolatrati). Si tratta invece di una sfida a ripensare il valore di quei beni e quindi a rivedere il senso della pratica magica.

(b) Il contattare i propri cari defunti per sentirli ancora vicini o per essere rassicurati sul loro stato nell’al di là non è forse compatibile con la fede cristiana in una vita dopo la morte? Sullo sfondo di una mentalità secolarizzata sembra in effetti che anche lo spiritismo e altre forme di evocazione del defunti siano espressioni positive di speranza in quanto presuppongono l’esistenza del al di là. Indubbiamente, da questo punto di vista, si tratta di un contributo consolante. Il problema, a livello di discernimento pastorale, è quello di verificare se certe false immagini dell’al di là non espongano al pericolo di essere ingannati sul senso della vita nell’al di qua. Ma il ricorso a medium che pretendono di essere dotati di poteri o tecniche capaci di mettere in contatto con l’al di là va considerato un segno di smarrimento di fronte al mistero della morte. In tal senso leggono il fenomeno i vescovi dell’Emilia Romagna nella loro nota pastorale del 2000 dal titolo «La Chiesa e l’al di là». Il desiderio di mettersi in contatto coi cari defunti per verificarne il perdurare nell’esistenza e la presenza è contrario alla speranza cristiana ed espressione di una mancanza di fiducia nella Parola del Dio della vita che ci rassicura sulla nostra sorte eterna. I messaggi presunti o reali dei defunti diventano nuovi oracoli alternativi alla Parola di Dio. Né si deve dimenticare che simili contatti con l’al di là espongono all’incontro con presenze maligne. Se dunque si deve rispettare il forte dolore di chi ricorre a simili metodi di comunicazione coi defunti, occorre dire francamente che la Chiesa vede con sospetto e diffidenza questo tipo di pratiche. Nuovi contatti coi cari defunti sono possibili al modo di grazie concesse, doni di Dio in vista di qualche messaggio, che però non potrà mai essere alternativo alla Parola di Dio e alla speranza cristiana. In particolare, l’idea di anime vaganti in un al di là indeterminato e neutro è contraria alla fede nel Cristo glorificato, che dischiude il Regno dei cieli per le anime dei defunti. È pertanto in Cristo Gesù, primogenito dei risorti, che noi restiamo in contatto coi nostri cari defunti.

(c) Come valutare il ritorno di racconti, films e libri su maghi, streghe e mitologia? Si tratta di realtà negative per l’educazione dei ragazzi? La questione posta da alcuni operatori della pastorale è quella dell’impatto sulla mentalità dei ragazzi di esaltazioni della magia e dell’occultismo come Harry Potter o di gruppi rock inneggianti ai poteri satanici. Ma pare di dover ridimensionare l’ansia educativa. Anzitutto si tratta di un tipo di linguaggio immaginario e fantastico facilmente decodificato anche dai più piccoli. In secondo luogo non si rileva un nesso tra frequentazione di letteratura e films sulla magina in età infantile e adesione a sètte magiche in età adulta. Infine bisogna ricordare che l’immaginario infantile è sempre stato abitato da maghi e streghe senza che questo implicasse una mentalità anticristiana o antireligiosa. Perciò possiamo dire: attenzione sì, ma non ossessione.

4.3. La tentazione

Entriamo ora nell’ambito dell’azione ordinaria del diavolo[49]. Occorre subito precisare, con la teologia spirituale, che non ogni tentazione è «demoniaca». Siamo tentati dalla nostra concupiscenza (e quindi dalla carne e dalle sue paure, insicurezze, possessività), dalla mentalità del mondo, dalla tirannia del nostro «io».

Non c’è una norma fissa o un segno chiaro che ci permetta di riconoscere quando una tentazione proviene dal demonio o da un’altra causa. Tuttavia, quando essa è repentina, violenta e tenace; quando non si è posta nessuna causa prossima o remota capace di suscitarla, quando turba profondamente l’anima, suggerisce il desiderio di cose straordinarie e appariscenti o spinge a diffidare degli altri, a tacere col direttore spirituale, la si può ritenere come un intervento più o meno diretto del demonio[50].

Eppure il cammino spirituale implica la lotta col diavolo e le sue potenze:

L’uomo, quando si dà all’ascolto del messaggio evangelico nell’obbedienza e si tiene in esso, passa attraverso la nebbia delle illusioni, con la quale le potenze coprono il mondo, impedendo soprattutto di vedere l’esistenza umana, riconosce e soppesa per quel che sono le minacce e le lusinghe con cui esse offrono all’uomo la vita e così, si svincola dal laccio del diavolo (1Tm 3,7), ben sapendo, perché glielo dice il vangelo, che dopo Cristo il diavolo ha solo quel potere che gli dà la ribellione… Il combattimento contro le potenze maligne al quale l’Apostolo invita i cristiano [in Ef 6,10ss], non è da intendersi alla maniera umana, alla stregua delle solite battaglie: in esso non si ricorre né tanto né poco a quelle armi che noi prendiamo dalle nostre forze  vitali o morali. Non si tratta nemmeno di un combattimento in cui io mi misuri… contro un nemico esterno, o tale che differisca da me stesso. Infine, in questa battaglia non è in gioco una vittoria esteriore. No: contro le potenze si combatte mettendo in movimento la fede, in una battaglia che fondamentalmente non posso combattere se non contro me stesso, dal momento che le potenze – che sono i miei nemici – hanno sempre un alleato che sta dentro di me, cioè il peccato, che io mi porto in quanto discendente di Adamo; esso è l’inclinazione egoista verso me stesso, che sorge di continuo anche in chi è battezzato, è l’avversione  misconoscente che fa volgere le spalle a Dio e al prossimo… L’alleato delle potenze in me è l’arbitraria propensione verso me stesso e l’avversione ingrata contro Dio e il prossimo… L’uomo, seguendo la sua concupiscenza egoistica, si dà in braccio a quel mondo e a quella vita…delle potenze[51].

Dunque, anche il battezzato, che pure trova in sé il fondamento della vita nuova, del nuovo spazio di esistenza in Cristo risorto, che ha vinto il Nemico, deve sempre di nuovo riprendere la lotta, decidere a chi appartenere, per superare quella «atmosfera spirituale avversa», che domina questo mondo.

  1. Riguardo all’azione del demonio nella tentazione, ricordiamo alcune semplici regole[52].

(a) Il male va affrontato ora, nel presente, cercando di capirne il modo di entrare nella vita e di agire in noi. È questione di responsabilità attuale, da vivere con realismo, senza mistificazioni. Si tenga sempre presente che il cammino verso Dio fa entrare in modo speciale nella lotta col demonio. Di solito i demoni esercitano la loro influenza al presentarsi di cose o persone al nostro spirito. Infatti, spesso, si presentano a noi alcuni pensieri (ricordi, immagini) senza che noi possiamo capirne la ragione. Se tali pensieri sono accompagnati da forti emozioni di rabbia, bramosia, desolazione e quindi ansia o tristezza si deve sospettare che vengano dai demoni. È attraverso le risonanze negative di tali pensieri che i demoni condizionano le nostre azioni, spingendoci a comportamenti sbagliati. Occorre vigilare su tali pensieri e non lasciarli entrare. L’azione dei demoni si riconosce dai frutti che produce nell’animo e quindi nell’azione. Va ricordato che le cose come le persone e le situazioni non sono mai in sé e per sé demoniache, ma possono provocare in noi reazioni che minano l’equilibrio e spingono a pensare e ad agire in una direzione che rende vulnerabili all’intervento del demonio. Decisiva è sempre la reazione dell’uomo agli eventi esteriori: se reagiamo lasciandoci trascinare dalle passioni, allora ci lasciamo influenzare dai demoni. Se consideriamo le cose alla luce dei nostri desideri e delle nostre pretese, se gettiamo le nostre proiezioni sulle cose, allora i demoni agiscono su di noi, ci ingannano e ci tengono prigionieri. Se invece consideriamo le cose e gli avvenimenti esteriori alla luce di Dio, da Lui donati e offerti a noi, allora tutto contribuisce alla nostra salvezza».

(b) La lotta coi demoni si svolge dunque principalmente come lotta coi propri pensieri negativi. I pensieri suggeriti da Dio riguardano il perché le cose siano state create, il loro scopo, la loro essenza e il loro potenziale simbolico. I pensieri puramente umani sono in grado solo di riprodurre la forma di una cosa nello spirito. I pensieri che vengono dai demoni considerano le cose sempre con passione ed emozione, inducendo, per esempio, a riflettere sul modo in cui si possa venire in possesso di beni determinati, su quale piacere tali beni possano portare con sé o se possano procurare la fama. Uno dei segnali di quest’azione demoniaca è la mancanza di misura, ossia l’incapacità a valutare con discretio la propria condizione, il momento più opportuno, le scelte possibili e prudenti: «Ogni eccesso proviene dai demoni». Un altro segno sicuro è la tendenza a proiettare sugli altri i propri difetti o errori, in modo da sottrarre lo sguardo dal proprio cuore.

(c) Per vincere il demonio occorre agganciarsi alla realtà con equilibrio, evitando di gettare sugli altri e sulle cose le proprie proiezioni, che ingannano, impedendo di incontrare le cose e le persone così come sono. La lotta ai demoni passa attraverso la modificazione del proprio atteggiamento verso le cose e le persone: non posso dipendere dalle cose, dalle persone, dai beni posseduti o dal successo. Se la mia consolazione dipende da tutte queste condizioni, sono esposto all’azione dei demoni. Se esercito il distacco, invece, divento una «fortezza inattaccabile». In tal senso l’ideale del cristiano è quello dell’imperturbabilità (o impassibilità o ancora la «santa indifferenza»): «Come lo specchio non viene macchiato dalle immagini che riflette, così l’anima che ha raggiunto l’impassibilità non viene macchiata dalle cose di questo mondo» (Evagrio Pontico). L’uomo che vede le cose senza proiettarvi sopra le proprie emozioni e i propri desideri è libero dall’assalto dei demoni. Si comprende perché la fede è cammino di realismo nella percezione della vita, mentre il demonio è il grande seduttore, menzognero fin da principio.

Il criterio che emerge da queste regole è che i pensieri provenienti dal demonio provocano sempre inquietudine e turbamento, mentre quelli donati da Dio portano serenità, pace e gioia, che durano nel tempo (non effimere). I pensieri del demonio, direbbe S. Ignazio, entusiasmano immediatamente ma inaridiscono, mentre quelli di Dio possono all’inizio sembrare duri, ma poi donano pace e serenità, anche senza una causa apparente.

4.4. La trasgressione

Cataloghiamo queste forme di esperienza del male nell’azione ordinaria del Nemico. Certo, ci sono forme di rock satanico piuttosto che esperienze in sètte sataniche che mediante l’uso di pratiche magiche o occultistiche trascinano nell’esperienza dell’azione straordinaria del demonio. Ma in molti casi si tratta di una sorta di gioco alla ribellione e alla trasgressione per divertimento o per protesta… il cui rischio maggiore ci pare essere quella distorsione della realtà, in cui il grande Mentitore può giocare brutti scherzi. La risposta, in questi casi, si trova nella coltivazione nel sano equilibrio in cui consiste la virtù: «in medio stat virus».

  • Se l’azione del demonio consiste nel distorcere la realtà, puntando all’eccesso, alla reazione smisurata e senza criterio, si comprende perché una forma pericolosa di esposizione all’azione del demonio sia proprio quella voglia di trasgressione, di ribellione, di contestazione che si manifesta in esperienze eccessive, esagerate e «al limite». La cultura delle emozioni forti, degli stati mentali alterati (da droghe, alcool, scariche esagerate di adrenalina, musica forte) diventa un possibile terreno favorevole all’azione del demonio. È in questa direzione che ci pare di poter valutare l’impatto negativo del satanismo, del rock stanico e delle connesse proposte di vita trasgressive e dissacranti[53].
  • L’azione del maligno starebbe meno nei messaggi antireligiosi e nichilisti o anarchici, che hanno significato sintomatico più per ciò che combattono a livello di protesta che non per ciò che di fatto in positivo propongono. Sono di fatto espressioni di un disagio che legittima la fuga dalla realtà, senza un reale interesse per modificarla o migliorarla. In tal senso vanno valutate le immagini sataniche, il cui contenuto negativo sta tutto nella negazione dell’ordine, dell’equilibrio che permette progetti di vita a lunga scadenza. Si tratta insomma di semplici forme di eccitazione collettiva, tese a esaltare le emozioni, l’«uscire di testa» come forma di divertimento o fuga. Non è sempre facile, peraltro, distinguere fino a che punto di tratti di strategie commerciali e quindi di trovate pubblicitarie per vendere i prodotti (musiche, vestiti, tatuaggi, amuleti), piuttosto che di un vero e proprio «credo anticristiano». Certo però l’inclinazione a vivere dell’immediato e dell’effimero, ad esaltare oltre misura sentimenti ed emozioni porta aridità di cuore e superficialità di vita e tutto ciò non favorisce certo una sintonia coi valori del Vangelo.
  • L’esposizione all’azione del demonio andrebbe quindi cercata in quella sregolatezza ed esagerazione emotiva nella percezione delle cose, che rischia di inaridire il gusto della vita, esponendo a stati di ansia, frustrazione, tristezza o anche di violenza che sono sempre dannosi, soprattutto nella misura in cui isolano e spingono ad abitare in un mondo irreale.

Conclusioni

Il percorso proposto voleva essenzialmente precisare il livello e il senso della riflessione teologica sul mondo angelico e demoniaco. Non si tratta, infatti, di cercare chissà quale linguaggio nuovo per parlare di un mondo invisibile e «da credere», in modo da rendere plausibili dottrine strane per l’uomo moderno. Ciò che c’è in gioco è piuttosto la corretta interpretazione di fenomeni ed esperienze che attraversano la storia dell’umanità, soprattutto l’esperienza religiosa. La vera sfida è quella di esibire una rappresentazione del mondo angelico e demoniaco che sia all’altezza dei fenomeni da interpretare e soprattutto che sappia cogliere ciò che Dio in essi sta operando. In tal senso la grande provocazione cristiana è quella di mostrare che la rappresentazione degli angeli e dei diavoli che la sua dottrina tradizionale propone aiuta veramente a cogliere le dimensioni dell’evento salvifico che Dio realizza per noi in Cristo, mentre la negazione di queste realtà compromette un’adeguata appropriazione del senso della salvezza offerta da Gesù.

La questione non è tanto quella di trovare uno strumento di pensiero e di linguaggio per pensare e dire un mondo invisibile in cui credere, un mondo che «non si vede, ma c’è!» La sfida è piuttosto quella di cogliere quelle dimensioni dell’esperienza connesse al mondo angelico e demoniaco, per verificare quanto siano costitutive del dato di fede originario e quindi quanto siano importanti per cogliere ciò che c’è in gioco nell’avvenimento salvifico realizzato in Cristo. Si tratta di dimensione dell’esperienza in cui la testimonianza scritturistica invita ad entrare e in cui è possibile abitare anche oggi. Basta prima cercare dove e come anche nel nostro mondo si dischiudono tali dimensioni e con quale tipo di interpretazione possiamo entrarci. In questo modo è rispettata la gerarchia delle verità, poiché l’indagine sul mondo angelico e demoniaco resta funzionale alla scoperta dell’altezza e della profondità, della larghezza e della lunghezza del mistero di Dio in Cristo Gesù.

[1] Su questo si veda il recente documento della Commissione Teologica Internazionale, La Teologia oggi: prospettive, principi e criteri, in La Civiltà Cattolica 163 (2012) 213-219.

[2] È la posizione assunta da Carlo Molari nella prefazione all’opera di P. Maranesi, Figure del male. Questioni aperte sul “diabolo”, Cittadella, Assisi 2017, 5-10. Teniamo questo lavoro come termine di confronto in tutta la nostra riflessione, facendo le dovute precisazioni per chiarire la nostra posizione rispetto all’autore.

[3] Troviamo qui un primo limite dell’impostazione del discorso di P. Maranesi, Figure del male. Questioni aperte sul “diabolo”. È strano che tutto il discorso parta da una certa rappresentazione dottrinale del diavolo, ossia dalla dottrina della creazione del mondo angelico e dalla caduta dei demoni, un’impostazione dottrinale che le recenti teorie evoluzioniste e materialiste, legate peraltro a un certo scientismo, avrebbero reso obsoleta. La conclusione è che non c’è più posto per angeli decaduti nella nostra visione della realtà. Eppure, di fatto, migliaia di battezzati sperimentano certe forme del male, da cui chiedono di essere liberati proprio combattendo con figure angeliche ribelli. Che rapporto esiste tra i problemi legati a quella dottrina e l’esperienza di tante persone?

[4] H. Schlier, Principati e potestà nel Nuovo Testamento, Morcelliana, Brescia 1967 (originale tedesco del 1963), p. 13.15.16.

[5] Questa precisazione è importante per ridimensionare la portata delle affermazioni di P. Maranesi, Figure del male. Questioni aperte sul “diabolo”, 43-77, che sembra far dipendere la fede della Chiesa dalle speculazioni del giudaismo intertestamentario su angeli e demoni e quindi dagli scritti apocrifi. Che una certa visione del mondo abbia influito sulla teologia è indiscutibile. Invece non è dimostrabile che la fede della Chiesa dipenda da quelle rappresentazioni, che in verità non sono entrate massicciamente nel NT, ma restano marginali e funzionali alla lotta col diavolo inaugurata da Gesù. È la sua azione esorcistica a fondare l’interesse per il tema. Non si può quindi comprendere l’azione contro il diavolo a partire da certe speculazioni apocrife, ma bisogna interpretare quelle speculazioni a partire da una certa esperienza di liberazione fatta dai discepoli di Cristo. Di fatto l’assunzione di quelle speculazioni è stata sobria e funzionale alla pratica di Gesù e agli effetti del mistero pasquale.

[6] L’istanza critica delle scienze chiede oggi di pensare con maggior serietà e senza fantasticherie infantili alla forma demoniaca del male. Non ci sembra invece che implichi semplicemente la negazione del problema, come invece suggerisce P. Maranesi, Figure del male. Questioni aperte sul “diabolo”, 77-88; 114-120; 156-158.

[7] R. Bultmann, Nuovo Testamento e mitologia, Queriniana, Brescia 1970, p. 109-110.

[8] J. Quinlan, Angeli e diavoli, in Aa. Vv. Angeli e Diavoli, Morcelliana, Brescia 1972.

[9] Ch. Duquoc, Satan: symbole ou réalité?, in Lumière et Vie 15 (1966) p. 78.99-105.

[10] M. Limbeck, Satana, in Dizionario Teologico, Cittadella, Assisi 1974, p. 54.

[11] H. Haag, La liquidazione del diavolo, Queriniana, Brescia 1970.

[12] A.M. Kothgasser, Alle prese con satana, diavoli e demoni, in Salesianum 38 (1976) p. 361-371.

[13] J. Ratzinger, Liquidazione del Diavolo?, in Dogma e predicazione, Queriniana, Brescia 1974, p. 189-197.

[14] G. Panteghini, Angeli e demoni. Il ritorno dell’invisibile, Messaggero, Padova 1997, p. 21-22. Queste precisazioni relativizzano molto il giudizio di P. Maranesi, Figure del male. Questioni aperte sul “diabolo”, p. 140-141, secondo cui nella coscienza ecclesiale diffusa e nella cultura ambiente il tema non avrebbe più spazio rilevante.

[15] Non si deve sottovalutare questa notazione. In effetti nella tradizione cristiana la lotta al Nemico appare come una dimensione inevitabile della vita spirituale. E questa lotta non ha né diminuito la libertà dell’uomo, né tanto meno relativizzato l’azione della grazia divina. Anzi, ha dato maggior peso all’una e all’altra. Non si comprendono quindi le difficoltà di P. Maranesi, Figure del male. Questioni aperte sul “diabolo”, 120-152. Vedremo peraltro che molte tensioni antropologiche nell’esperienza del male sono legate proprio alla natura del male. L’uomo ne è protagonista e quindi responsabile, eppure ne è sempre anche vittima.

[16] H. Schlier, Principati e potestà nel Nuovo Testamento, p. 41-42. Nelle pagine successive, oltre alle interessanti notazioni su come Gesù faccia sua e comunichi questa potenza santa che sconfigge il demonio, ovvero mediante la preghiera, l’obbedienza totale a Dio e l’amore per l’uomo ferito, merita una rilettura la parte sulla diffusa percezione di una sorta di accelerazione del tempo verso la fine, una percezione che tormenta il demonio dopo la venuta di Cristo e che il diavolo comunica all’atmosfera in cui viviamo ora, alla nostra storia, nella forma dell’angoscia: «L’angoscia del tempo riempie sempre più l’atmosfera della storia. Espressione di tale angoscia è anche e appunto il tentativo di sorvolare la propria temporalità, attuato nonostante la consapevolezza della propria condizione temporale, come pure il sogni di assicurarsi l’eternità. L’angoscia del tempo, che riempie l’atmosfera del mondo con lo spirito che la domina, è qualcosa che ciascuno respira e che poi ritrasmette ne pensiero e nell’azione… La coscienza del tempo perduto e il tentativo di recuperarlo, come pure l’illusione di trovarlo e di fermarlo, riempie l’aria e i cuori degli uomini. Poiché non lo si vuole lasciar andare così perduto, né si accetta di perdersi per salvarsi, il terrore del tempo si traduce in quella rabbia che è una caratteristica del tempo dopo Cristo… Questa rabbia di cui è pervaso lo spirito di tirannia ridotto all’impotenza, con la quale ispira il mondo e che riversa in tutto quanto pensa e fa, è diretta, nel senso più vero, contro Colui che possiede il tempo e lo concede, cioè contro Dio, come pure contro la Chiesa, la nuova creazione che, mossa dalla speranza, già sulla terra partecipa al tempo di Dio», p. 48-49.

[17] G. Gozzelino, Angeli e demoni. L’invisibile creato e la vicenda umana, San Paolo, Cinisello B. 2000, p. 31-32.

[18] Anche su questo sospetto di un’esagerazione post-pasquale si veda P. Maranesi, Figure del male. Questioni aperte sul “diabolo”, 225-288. La teoria esegetica per cui l’origine di tale esagerazione deriverebbe dall’identificazione del demonio con le potenze politiche avverse alla Chiesa (persecutori, imperatore, Roma), meriterebbe una miglior diagnosi. Già nel giudaismo la lotta coi nemici di Israele diventa sempre più una battaglia cosmica e apocalittica (Og e Magog), nella quale Dio stesso si schiera a difesa del popolo eletto. Ma ogni linguaggio apocalittico è assunto per esprimere ormai la portata e le dimensioni della salvezza realizzata nell’azione e nella risurrezione/parusia di Cristo.

[19] H.U. von Balthasar, Teodrammatica III. Le persone del dramma: l’uomo in Cristo, Jaca Book, Milano 1992, p. 455.

[20] Vedremo che questo elemento è strategico nell’esperienza del male. Dare il nome giusto al male, identificare chi è il vero nemico e non combattere coi mulini a vento, rimane una sfida notevole per i discepoli. La tradizione monastica ce lo ricorda sin dall’inizio. Si comprende il pericolo dell’illusione di poter venire a patti con il male, la morte o il diavolo, cercando privilegi o favori (Sap 2). Ne deriva la pericolosità di esperienze in sette sataniche.

[21] Rimandiamo a Die Kirchliche Dogmatik III/3: Gott und das Nichtige, § 50; versione francese: Dogmatique III, 3/2, tome 14, Genève, 1962, p. 1-81. Per questa seziona abbiamo a disposizione una traduzione italiana: K. Barth, Dio e il Niente, Brescia, 2000.

[22] K. Barth, Dogmatique III, 3/1, tome 14, p. 73-74.

[23] Questa precisazione è decisiva per chi si occupa di questioni filosofiche sul male. L’esperienza del male è segnata da paradossi e tensioni non facilmente componibili in un quadro logico coerente e lineare. Il male, per definizione, non ha un «logos» che lo renda pienamente intelligibile. Al punto che il discorso simbolico e mitico restano mediatori di senso insostituibili, come ha mirabilmente mostrato P. Ricoeur, Finitudine e colpa II: la simbolica del male, Il Mulino, Bologna 1960. Si comprende come ogni dottrina sul male vada interpretata in funzione dell’azione di liberazione e non solo in astratto e in base a una presunta coerenza logica o teoretica. È buffo quel razionalismo che pretende di dire: se non lo posso pensare, non può esistere!

[24] Alludiamo a domande del tipo: può esistere veramente una creatura già condannata da Dio eppure attiva nella storia? Dio può davvero «non perdonare in eterno» una creatura? Perché Dio permette l’azione del demonio a nostro danno? La forma demoniaca del male chiede gesti di guarigione più che risposte a domande speculative di questo genere. Soprattutto occorre vigilare sulla presunzione di chi dice: può esistere solo se riesco a pensarlo in modo coerente. La conoscenza «rappresentazionista» va sempre composta con la conoscenza simbolica, soprattutto se si tratta di zone al limite dell’esperienza ordinaria. Ciò non toglie che bisogna comprendere bene il tipo di male da combattere, per poterlo vincere.

[25] A. Grün, Per vincere il male. La lotta contro i demoni, San Paolo 2012, p. 31.

[26] J. Ratzinger, Liquidazione del Diavolo?, in Dogma e predicazione, Queriniana, Brescia 1974, p. 189-197.

[27] H. Schlier, Principati e potestà nel Nuovo Testamento, p. 17-22.

[28] Ivi, p. 27.

[29] Si comprende la serietà dell’obiezione di P. Maranesi, Figure del male. Questioni aperte sul “diabolo”, p. 288-300, quando si interroga provocatoriamente sulla «salvezza di Satana»: è pensabile una creatura definitivamente condannata dal Dio della misericordia? A tale questione però occorre opporre da un lato le considerazioni su esposte di K. Barth riguardo alla «noluntas Dei», a ciò che Dio ha escluso come «ciò che non vuole»; dall’altro vale la precisazione fatta sopra: su alcune questioni occorre sfumare la riflessione perché si tratta di cose che sfuggono alla nostra comprensione. Quando stiamo ai margini del nostro mondo di esperienza, nell’al di là, non abbiamo mezzi per rispondere a tutte le domande. Ci sono cose che riguardano solo Dio e il mistero della sua volontà. Noi possiamo solo combattere per la nostra parte, con le armi che Dio ha affidato alla preghiera della Chiesa. L’unico vettore di esplorazione dell’al di là è la risurrezione di Cristo e la sua discesa agli inferi e ascensione al cielo. Un viaggio salvifico da Lui compiuto, che non ci autorizza a esplorare quei mondi coordinandoli al nostro mondo di esperienza in una visione unitaria. Valga in sintesi il monito di un grande teologo: «E se gli angeli hanno il compito di agire dal cielo e di rappresentare così il modo di essere del cielo… tutto ciò significa che essi possono comparire unicamente come coloro che si sono decisi per Dio, dove però è chiaro che questo stato decisionale presuppone un atto di decisione. Fissare questo atto in un punto del tempo riferibile al tempo del nostro mondo è impossibile e irrilevante» (H.U. von Balthasar, Teodrammatica III, p. 455-456).

[30] C. Balducci, La possessione diabolica, Ed. Mediterranee, Roma 1988; Il Diavolo, Mondadori, Milano 1994; Gli indemoniati, Coletti editore, Roma 1959. G. Amorth, Un esorcista racconta, Dehoniane, Roma 1990; Nuovi racconti di un esorcista, EDB, Bologna 2002; M. Tosatti (incontra) G. Amorth, Inchiesta sul demonio, Piemme, Casale 2003, M. Tosatti, Padre Pio e il diavolo. Gabriele Amorth racconta, Piemme, Casale 2003. W. Kasper – K. Lehmann (ed), Diavolo, demoni, possessione. Sulla realtà del male, Queriniana, Brescia 1985. Se non abbiamo capito male lo stesso P. Maranesi, Figure del male. Questioni aperte sul “diabolo”, p. 172-173, si mostra possibilista su questa forma di esperienza del male, nel senso che vi riconosce un’esperienza reale che fa soffrire non poche persone e quindi chiede una risposta “simbolica e rituale” da parte della Chiesa. La cosa è interessante. Forse valeva proprio la pena di partire nell’indagine da questo dato di esperienza, per verificare in che misura le rappresentazioni e le pratiche che la fede offre riescono a venire a capo di simili fenomeni.

[31] H. Schlier, Principati e potestà nel Nuovo Testamento, p. 27-28.

[32] Ivi, p. 30-31.

[33] C. Balducci cita a documentazione il caso dei bambini di Illfurt del 1864-69, riprendendo in sintesi un ampio dossier già pubblicato nell’opera «Gli Indemoniati».

[34] H. Schlier, Principati e potestà nel Nuovo Testamento, p. 29. Questa modalità dell’azione del Nemico in alcune forme di esperienza del male comporta che l’esperienza che ne deriva sia complicata da diversi fattori che interagiscono insieme. Ciò però sconsiglia la spiegazione dei fenomeni mediante riduzione a un solo fattore (psicologico e culturale o superstizioso-religioso). Del resto il discernimento della vera natura di certi fenomeni è possibile solo con la fede e alla luce della fede nell’amore potente di Dio (la fede avrà pure una sua competenza conoscitiva in un certi ambito di esperienza! Altrimenti a cosa serve?). Diversamente il discernimento del male in gioco risulta impossibile. Si veda quanto suggerisce K. Barth su «das Nichtige».

[35] Ivi, p. 62.

[36] Credere Oggi 138/6 (2003): Magia e stregoneria (con articoli di A. Pavese, A. Menegotto, A.N. Terrin, R. Grégoire, A. Ratti, A. Maggioni); M. Sodi (ed), Tra Maleficio, patologie e possessione demoniaca. Teologia e pastorale dell’esorcismo, Padova, Edizioni Messaggero, 2003; J. Vernette, Maghi e stregoni. Il mondo dell’occultismo e il discernimento cristiano, Cinisello B., San Paolo, 1998; F. Bamonte, I danni dello spiritismo. L’azione occulta del Maligno nelle presunte comunicazioni con l’al di là, Milano, Ancora, 2003.

[37] Ampi capitoli sono dedicati al maleficio da tutti i maggiori studiosi del demoniaco. Si veda a titolo di esempio C. Balducci, Il Diavolo, p. 309-338; G. Amorth, Un esorcista racconta, 141-169. Le classificazioni delle pratiche malefiche e le valutazioni cambiano di poco nei diversi autori, che convergono in un giudizio sostanzialmente negativo. Una descrizione analitica delle diverse «fatture» si trova in M. Sodi (ed), Tra maleficio, patologie e possessione demoniaca, 79-126. Si tratta uno studio molto ben documentato di M. Fiori.

[38] M. Tosatti, Inchiesta sul demonio, Piemme, Casale M. 2003, p. 31-33.

[39] G. Amorth, Un esorcista racconta, p. 151.

[40] C. Balducci, Il Diavolo, p. 326.

[41] Lo stesso M. Tosatti, Inchiesta sul demonio, 93-124, riporta il caso di un laico, Rolando Lucchetta, che nel trevigiano lotta col demonio attraverso la lotta alle fatture e ai malefici.

[42] Conferenza episcopale Toscana, Nota pastorale «A proposito di magia e di demonologia», aprile 1994 (si veda il Regno Documenti 1994); P.A. Gramaglia, Spiritismo. Dimensioni occulte della realtà?, Piemme, Casale 1986; P. Giovetti, Medium, veggenti e guaritori, Rizzoli, Milano 1984; A. Pavese, Il libro nero della magia. Maghi, truffatori, ciarlatani e cialtroni in Italia oggi, Piemme, Casale 2003.

[43] L’immagine dell’esporsi a un pericoloso influsso come ci si espone a un contagio frequentando certi ambienti ci sembra la più pertinente nel tradurre il timore prudenziale della Chiesa riguardo a questi fenomeni. Gli studi di F. Bamonte mirano peraltro proprio a documentare questa tesi di un’involontaria, ma non per questo meno dannosa, esposizione al contagio del maligno.

[44] La letteratura, sia in ambito pastorale-teologico che sociologico, segnala con preoccupazione che almeno dodici milioni di italiani frequentano o hanno frequentato maghi, cartomanti, chiromanti, sedute spiritiche o cose del genere, per un giro d’affari di milioni di euro. Il rapporto con un simile mondo però è generalmente quello di clienti più o meno occasionali. E’ molto più limitato il caso di vere e proprie affiliazioni a sètte sataniche o club di magia e stregoneria, almeno a detta di un esperto come Introvigne.

[45] A questo livello dell’esperienza si può recuperare quel valore simbolico, più che magico, a cui fa appello P. Maranesi, Figure del male. Questioni aperte sul “diabolo”, p. 164-172. Risulta incomprensibile però la richiesta di chiarire a livello scientifico quale tipo di causalità o influsso ci sarebbe in gioco nei malefici o in altre pratiche magiche. Qui emerge un presupposto non chiarito della sua ricerca: l’esperienza può avere solo spiegazioni naturalistiche e scientifiche? La teologia può lavorare solo quando utilizza categorie delle scienze empiriche o dure? Ma allora, in che senso si può ancora parlare di miracoli o di guarigioni? È possibile ridurre la spiegazione dell’amore a processi chimico-ormonali o l’esperienza religiosa al funzionamento di una certa area della corteccia cerebrale? Certo, si può obiettare che nei miracoli c’è un potere simbolico dell’amore di Dio in Gesù che guarisce e dona pace. Ma in tal caso perché la cosa non dovrebbe valere per la lotta al demonio? L’amore di Dio può solo sanare il corpo o anche liberare da potenze negative, che proprio tale amore sa svelare?

[46] Ora in Il Regno Documenti 17 (1994) p. 528-536.

[47] Conferenza Episcopale Campana, “Io sono il Signore vostro Dio”. Nota pastorale a proposito di superstizione, magia e satanismo, in Il Regno Documenti 11 (1995) p. 356-362.

[48] Si veda F. Bamonte, I danni dello spiritismo. L’azione occulta del Maligno nelle presunte comunicazioni con l’Aldilà, Ancora, Milano 2003.

[49] Per quanto segue ci rifacciamo in sostanza alle considerazioni di A. Grün, Per vincere il male. La lotta contro i demoni, Cinisello B., San Paolo, 2003, che ci sono parse utili per chiarezza e sinteticità.

[50] A. Royo Marin, Teologia della perfezione cristiana, San Paolo, 1960, p. 382.

[51] H. Schlier, Principati e potestà nel Nuovo Testamento, p. 59-60. Anche in questo ambito di esperienza dell’azione ordinaria del demonio ci pare che le obiezioni di P. Maranesi, Figure del male. Questioni aperte sul “diabolo”, p. 120-152, siano in fondo ingiuste. La tradizione spirituale ha sempre distinto tra tentazioni che vengono dal diavolo e tentazioni originate dalla fragilità, debolezza o influenza del mondo. Del resto la ricerca del principio maligno di tali tentazioni era funzionale al discernimento della loro natura e degli effetti: dove porta un pensiero che viene dal Nemico? Che segni lascia? Perché alcuni pensieri o immagini lasciano amaro, sconforto, depressione o disperazione, mentre altri pensieri, anche più impegnativi, lasciano pace, voglia di vivere e comunione? Capire da dove viene un pensiero negativo aiuta a dare il peso giusto a ciò che si sente e a collocare meglio una certa emozione o sentimento o riflessione nel contesto del cammino spirituale del battezzato. L’atmosfera dice tanto. Un simile discernimento non limita la libertà, anzi la valorizza al massimo grado: chiedendo di decidere se una certa sofferenza viene da Dio o dal nemico, il soggetto è in grado di capire dove sta andando e quindi può scegliere di nuovo il cammino. Non si vede perché l’introduzione di una libertà altra comprometta la libertà dell’uomo di fronte a Dio. La rimette piuttosto in gioco come decisione su di sé e sul proprio destino a fronte di certe reazioni o pensieri o emozioni da interpretare.

[52] A. Grün, Per vincere il male. La lotta contro i demoni, San Paolo 2012.

[53] Autore di riferimento in quest’ambito è M. Introvigne: Lo spiritismo, LDC Leumann, Torino 1989; Studi scientifici recenti sul satanismo, Quadrivium, Genova 1989; Il cappello del mago. I nuovi movimenti magici dallo spiritismo al satanismo, Milano, Sugarco, 1990; Il ritorno del satanismo, Mondadori, Milano 1994. C. Balducci, Adoratori del diavolo e rock satanico, Piemme, Casale 1991.

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