SULLO SPETTACOLO TEATRALE L’ ESORCISTA

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A cura del dott. Valter Cascioli

Medico Psichiatra e Psicoterapeuta

 

Lo spettacolo intitolato L’esorcista, vietato ai minori di anni 16, ha debuttato in Italia al Teatro Nuovo di Milano, è andato in scena a Roma, martedì 12 novembre 2019 al Teatro Olimpico, replicando per altre tre serate. È liberamente tratto dal celeberrimo film del regista statunitense William Friedkin, The Exorcist del 1973 e dall’omonimo romanzo di William Peter Blatty, autore anche della sceneggiatura cinematografica.

L’adattamento teatrale dello spettacolo è dello statunitense John Pielmeier, la regia è del milanese Alberto Ferrari. I protagonisti sono gli attori Gianni Garko, nel ruolo di padre Merrin, Viola Graziosi, nel ruolo di Chris (la madre di Regan MacNail) e l’attrice Claudia Campolongo, nella parte di Regan, la ragazza dodicenne posseduta dal demonio.

Dopo aver fatto tappa a Roma, la stessa compagnia teatrale proseguirà il tour italiano a Verona e a Torino. Per la cronaca, questa stessa opera teatrale venne presentata, in prima mondiale, al Gil Gates Theater di Los Angeles nel 2012.

Lo spettacolo messo in scena a Roma vuole, a tutti i costi coinvolgere emotivamente lo spettatore, avvalendosi di un’esperienza immersiva multimediale, con luci intermittenti stroboscopiche, suoni bassi esaltati da potenti subwoofer, musica inquietante ed effetti speciali a iosa (lampi, tuoni, “levitazione” sul palco, ecc.), proiezioni e scenografia multipla (sul palcoscenico si assiste, simultaneamente, a scene diverse).

Il regista, Alberto Ferrari, in una sua dichiarazione programmatica, afferma testualmente: “quello che verrà realmente messo in scena sarà la natura umana… messa a nudo, indifesa e piena di tremori”. Così, analogamente, nella stessa presentazione dell’opera si enfatizza questo aspetto emblematico e tragicamente equivocato riguardo alla fede religiosa: “la prova di fede più agghiacciante ed estrema prende  vita  sul  palco,  trasformando  le

inquietanti battaglie del bene contro il male, della fede contro il dubbio e dell’ego contro l’ethos”.

 

Anche in quest’opera teatrale si è voluto cavalcare, in modo sensazionalistico e spettacolare, quell’immaginario collettivo, frutto di luoghi comuni e pregiudizi sul Ministero ecclesiale dell’Esorcismo, al quale si rifà la letteratura e la cinematografia che tratta l’argomento. Gli ingredienti base della ricetta sono, purtroppo, come sempre, la paura e l’horror, che in modo irriverente sembra investire la figura stessa del fantomatico sacerdote-psichiatra, chiamato a liberare la ragazza posseduta.

Padre Damien – il sacerdote nella duplice veste di esorcista e di psichiatra- viene, infatti, presentato come una figura anodina di  sacerdote in crisi – come un po’ tutti i personaggi – per quanto riguarda la sua fede e le convinzioni personali di fronte alle manifestazioni dell’attività demoniaca straordinaria (manifestazioni alle quali chi ha realizzato quest’opera teatrale sembra non credere affatto).

Come se non bastasse, il regista teatrale, rincalza la dose, affermando in maniera quasi apodittica, nel corso di una recente intervista: “i preti sono sempre in un momento delicato della loro fede, perché mantenerla a lungo e con convinzione è un esercizio molto faticoso”. Bontà sua. Al di là delle facili generalizzazioni e dei luoghi comuni, c’è da sperare che parli con cognizione di causa, almeno quando tratta di cose che conosce per esperienza diretta.

Ma torniamo a considerare l’opera teatrale. Ancora una volta la trama gioca sul tragico ed inquietante equivoco col quale l’autore sembra volutamente confondere la possessione diabolica – che non riconosce come tale – con la malattia mentale. Uno dei protagonisti recita, infatti, come da copione: “Gli unici veri demoni sono quelli nella nostra mente”.

Lo spettacolo, tra colpi di scena e nonsense, raggiunge il climax voluto dal suo autore quando in modo irriverente e blasfemo, l’attore che impersonifica l’esorcista, rivolgendosi provocatoriamente alla madre della posseduta, che lo implora in modo accorato di liberare la figlia, dice di tutta risposta: “Se Gesù avesse parlato di schizofrenia ai suoi tempi, forse l’avrebbero crocifisso con tre anni di anticipo”.

Al di là della pessima boutade, allo spettatore attento viene spontaneo chiedersi se l’autore del testo abbia mai letto i Vangeli e sia a conoscenza delle guarigioni e delle liberazioni operate da Gesù nei tre anni della sua vita pubblica. Oltretutto, dall’analisi del testo comprenderebbe, intelligenti pauca, che gli stessi atteggiamenti, i comportamenti e le parole di Cristo, sono diversi a seconda che si tratti di una malattia da guarire o di una persona posseduta. Ma tutto questo pare sfuggire ai nostri baldanzosi teatranti, che sembrano a loro agio nel mettere in scena una paradossale e tragica commedia degli errori ante litteram.

In conclusione, al di là delle trovate sceniche, usate per tenere desta l’attenzione dello spettatore e che giungono fino a violentarlo emotivamente, è l’incubo kafkiano a farla da padrone, rasentando la dimensione onirica di un incubo notturno. La trama e i dialoghi restano, comunque, particolarmente dissacratori e blasfemi nei confronti dei sacerdoti, della fede cristiana e della figura del Cristo: Gesù sarebbe morto sulla croce, a detta dello spirito che possiede Regan, unicamente per la sua gloria personale. Tale, dunque, la cifra caratteristica di quest’opera che, del resto, già conoscevamo dai tempi del film L’Esorcista. In ultimo, nella scena finale, si raggiunge l’apoteosi della dissacrazione, quando uno dei due sacerdoti decide di consegnarsi al demonio, in cambio della liberazione della ragazza posseduta. Incredibile dictu!

Va da sé che la realtà è tutt’altra cosa. Basta chiederlo ad un sacerdote esorcista, che spende la propria vita per amore del prossimo, esercitando un ministero di consolazione e di misericordia a favore dell’uomo colpito dal male. Basta domandarlo ad una delle tante persone che soffrono a causa dell’attività demoniaca straordinaria che, come ricorda papa Francesco, appartengono alle periferie esistenziali dell’umanità. Quelle stesse persone che la Conferenza Episcopale Italiana, nelle Premesse al rituale degli esorcismi chiama “i più poveri dei poveri”!

A noi il dovere di riconoscerle come tali, rispettarle, accoglierle, consolarle, accompagnandole verso la liberazione dal mysterium iniquitatis.

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