Chi giustifica la blasfemia aiuta il diavolo

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da: IN TERRIS, 5 marzo 2020

Il capo mondiale degli esorcisti, padre Francesco Bamonte, mette in guardia dalle giustificazioni e dagli elogi di certi uomini di fede al video choc di Achile Lauro

di padre Francesco Bamonte

 

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In un momento critico per la nostra collettività è fondamentale poter contare su radici e valori granitici. Mentre la salute pubblica è messa a repentaglio da un virus ancora sconosciuto e quindi temibile, addolora dover registrare una grave legittimazione di condotte blasfeme e distruttive per l’identità religiosa e la dignità culturale di una bimillenaria civiltà cristiana come l’Italia.

All’Angelus, Papa Francesco ha messo in guardia dalla tentazione di dialogare con il male, chiarendo che l’argomento esclusivo del Vangelo è la Parola di Dio. Guai perciò a chi confonde l’opinione pubblica scandalizzando la sensibilità dei fedeli attraverso un inverecondo insulto a quanto esiste di più sacro. Proprio perché “Gesù non dialoga con il diavolo” va respinta fermamente “l’ebbrezza della tentazione”, come ha ribadito il Pontefice, quindi sconcerta e rattrista quando, addirittura tra coloro dai quali è doveroso attendersi parole di verità, si sparano pubblicamente elogi vergognosi per chi calpesta la dignità del credente.

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E c’è anche chi si permette malignamente di raffigurare in un video musicale la Vergine Maria come un’invasata discinta che sembra presiedere a condotte orgiastiche in un mucchio di corpi nudi e allucinati come in una messa nera. Ettore Petrolini, un secolo fa, fulminò ironicamente con una battuta uno scalmanato che tra il pubblico disturbava il suo avanspettacolo: “io non ce l’ho con te, ma con quello accanto a te che non ti butta di sotto”. Insomma il problema non è un improvvisato imitatore di rockstar sataniste e neppure il successo commerciale che incontra, bensì l’incredibile e scandaloso avallo ottenuto a sorpresa da chi istituzionalmente è tenuto a difendere e tramandare il “depositum fidei”.

Indossare il sacro abito (oggi persino deriso da chi dovrebbe farne la propria carta d’identità) comporta responsabilità sostanziali ma anche formali. Gesù condanna senza mezze misure chi suscita scandalo ai semplici, perciò non si riesce a capire come possa essere spacciata per “opera d’arte” una blasfema, volgare e gratuita offesa alla religione. Un vilipendio innanzitutto alla vera cultura e poi al senso religioso della vita che soprattutto in un momento collettivo così difficile rappresenta il collante morale della società. Non si adduca a pretesto la libertà di espressione artistica proprio nell’istante in cui si rade al suolo il significato più umano e personale della coscienza individuale e condivisa.

Viene da chiedersi quale sia la finalità di un’azione di sistematico elogio e di strumentale protezione nei confronti di un’operazione di marketing che ridicolizza, sporca e banalizza la caratura salvifica del sacrificio di un Figlio pianto da una Madre che da sola è rimasta ai piedi della Croce quando tutti gli altri erano scappati per viltà e ignavia. Ecco il punto: l’artista non è chi sfregia il sacro ma chi sa farlo emergere da un blocco di marmo fino a farne il proprio testamento spirituale divenuto l’emblema di un’umanità debitrice a Cristo del sacrificio da cui tutto è scaturito.

Il vero problema non sono i corpi nudi (ce ne sono ovunque nell’arte più sublime) bensì l’uso satanico di simboli religiosi per farsi notare, persino con l’ipocrisia di richiamare, fuori da ogni contesto plausibile, esempi altissimi di santità come quella del Poverello di Assisi. E non si venga a dire che giustificare ambiguamente, quando si è consacrata la propria vita al Signore, spudorate campagne autopromozionali, serva a redimere o ad avvicinare i giovani e i lontani.

Perché mai dovrebbe essere credibile chi svende quelli che dovrebbero essere i propri valori di riferimento? Un ex-baby detenuto al quale è stato chiesto il motivo dei propri crimini giovanili ha risposto: “Lo facevo per mancanza di adulti meritevoli di essere ascoltati”. Per questo nobilitare l’ignominia significa uccidere il sacro che è dentro ognuno di noi.

 

 

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