TESTIMONIANZA DI UN EX PRATICANTE DELLA MEDITAZIONE TRASCENDENTALE (M.T.).

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TESTIMONIANZA DI UN EX PRATICANTE DELLA MEDITAZIONE TRASCENDENTALE (M.T.).

Riportiamo di seguito la testimonianza di un medico cattolico che, dopo otto anni di pratica della cosiddetta Meditazione Trascendentale (M.T.), quando stava per diventare insegnante di questa tecnica, ha rinunciato ad essa perché gli fu chiesto di inginocchiarsi e di inchinarsi davanti all’immagine di un guru indiano.

 

Tra i “movimenti dello sviluppo del potenziale umano” vi è quello della cosiddetta Meditazione Trascendentale (M.T.), una tecnica che anche se definita «di meditazione» non ha però nulla a che fare con il significato che essa ha nel cristianesimo.

La M.T. è stata introdotta in Occidente da Maharishi Maesh Yogi che è stato allievo e segretario per quindici anni di Guru Dev, monaco indiano vissuto nello scorso nonché “shankaracharya” cioè leader spirituale ufficiale per il nord dell’India.

Questa tecnica viene presentata come un esercizio di meditazione che porta a un grande giovamento fisico e psichico e al dispiegamento del potenziale mentale. Si viene invitati a  procurarsi un fazzoletto bianco, dei fiori freschi,  ma non gli dicono che queste cose serviranno per sottoporlo a una cerimonia di iniziazione presentata come semplice memoriale della tradizione da cui viene tramandata la tecnica. La persona infatti viene introdotta in una stanza dove ci sono delle candele accese intorno a un quadro con l’immagine di Guru Dev vestito d’arancione; l’insegnante dice in maniera molto generica, che farà una piccola cerimonia di ringraziamento chiamata “pujja” durante la quale gli comunicherà il mantra. Offre davanti a quel quadro il fazzoletto, i fiori e del riso (quest’ultimo portato dall’insegnante stesso), poi cantando invoca innanzitutto il Guru Dev e quindi tutti i suoi predecessori vissuti nei secoli scorsi. A un certo punto comunica all’iniziato il mantra, una parola che gli dicono essere senza significato, ma “carica di energia”, che deve pronunciare ogni giorno lentamente e mentalmente ad occhi chiusi per venti minuti al mattino e venti minuti al pomeriggio (o alla sera) e che porterà la mente ad uno stato profondo di quiete vigile. In realtà questa parola è il nome di una divinità indù. Viene anche chiesta una quota che varia secondo il proprio reddito. Nel 1983 io pagai 600.000 lire. Tutto questo avviene il primo giorno. Nei quattro giorni successivi, si deve proseguire con l’insegnante la meditazione del mantra almeno una volta al giorno comunicandogli se la “meditazione” riesce bene, gli eventuali problemi o eventuali effetti collaterali. Questi quattro giorni servono a mettere a punto la tecnica. Si sta con l’insegnante circa un’ora: venti minuti per la meditazione e negli altri quaranta minuti si vedono alcuni nastri con gli insegnamenti di Maharishi sulla M.T. e si danno eventuali chiarimenti. Al termine dei quattro giorni viene detto: «Adesso sei autosufficiente, medita regolarmente da solo. Se vuoi puoi venire ogni mese o due mesi per un controllo dell’andamento della meditazione». Il controllo è gratuito. Si viene anche esortati a meditare il mantra il più possibile collettivamente, perché in gruppo, aumenterebbe in modo esponenziale l’effetto neuro-fisiologico, cioè il senso di quiete, di rilassamento profondo e di benessere generale e il potenziale mentale.

In periodi ben precisi dell’anno che corrispondono ai cambi di stagione o durante le nostre feste cristiane più solenni come il periodo delle feste natalizie e di quelle pasquali o i giorni intorno al ferragosto, che per i cattolici coincidono con la solennità dell’Assunta, i meditanti vengono invitati a partecipare a dei ritiri chiamati “assemblee di coerenza” che durano 8 o 15 giorni, organizzati ogni anno in diversi centri di M.T. del mondo.

Chi persevera nella meditazione (molti abbandonano data la grande difficoltà a inserire nel ritmo della vita quotidiana questa pratica), dopo due anni può passare alle tecniche avanzate che vengono veicolate non più da un insegnante, ma da un istruttore indiano preparato personalmente da Maharishi.

Inoltre esiste la M.T. SIDDHI il cui apprendimento comincia ripetendo la “pujja”, la cerimonia di ringraziamento. Si deve di nuovo portare un fazzoletto, fiori freschi e del riso, si viene di nuovo portati davanti al quadro di Guru Dev che viene invocato nel canto insieme a tutti i guru suoi predecessori. Durante il corso SIDDHI che si svolge per quattro sabati di un mese, più quindici giorni residenziali in un’accademia di Maharishi, al mantra già appreso con la M.T. si aggiungono gli aforismi di Patanjali, un filosofo indiano vissuto circa 2000 anni fa che mise a punto tutta la serie di tecniche chiamate “siddhi” che sono numerose e dalle quali il movimento di Maharishi ne ha selezionato circa una ventina. Per “siddhi” si intendono le virtù e le “capacità”, o meglio i “poteri”, che vanno nominati (si potrebbe dire quasi “chiamati”), dopo aver ripetuto il mantra per 20-25 minuti. Questo però allunga la meditazione da un’ora a un’ora e mezza circa al mattino e altrettanto al pomeriggio.

Lo scopo del corso SIDDHI è non solo un aumento delle “facoltà mentali” e del rendimento fisico come nella M.T., ma appunto l’ottenimento di queste “virtù” particolari (ad es. l’amicizia, la compassione, ecc.) e la manifestazione di poteri particolari considerati come normale sviluppo di potenzialità mentali a cui possono associarsi “esperienze” come la levitazione nei suoi vari stadi, il conseguimento della “luce interiore”, ecc.

Chi è costante e va avanti nella “meditazione” partecipando a tutti i ritiri, corsi e assemblee, facilmente viene invitato a diventare insegnante. Ed è quello che fu proposto a me dopo otto anni di fedeltà assoluta. Il corso per gli insegnanti durava un anno e prevedeva otto mesi di ritiro con isolamento completo dall’esterno (ogni anno si svolgevano in una nazione diversa): si faceva la meditazione di un’ora e mezza due volte al giorno e il resto del tempo era impiegato nello studio che si avvaleva molto di videonastri con insegnamenti di Maharishi.

Durante quegli otto anni mi sentivo avvicinare sempre più al mondo della spiritualità vedica (induismo) e anche se continuavo ad andare in chiesa, partecipare alla Santa Messa e a confessarmi, mi rendevo conto che in me stavano avvenendo delle trasformazioni che mi allontanavano sempre più dalla fede cattolica. Nei primi tempi in cui avevo iniziato la M.T., quando ancora non era evidente per me la matrice induista di questa pratica, avevo chiesto consiglio a un sacerdote descrivendogli quel che stavo facendo, ed egli mi disse: «Se ti fa del bene, se non ti fa male, se ti giova non può essere cattiva». Solo oggi mi rendo conto quanto questa affermazione del sacerdote – evidentemente come me non a conoscenza della vera identità della M.T. -sia stata fuorviante, dal momento che giudicando quella pratica come buona  per i suoi  benefìci psicofisici, non mi rendevo conto di essere stato introdotto inconsapevolmente all’induismo. Iniziando il corso insegnanti cominciai infatti a pormi alcune domande, quali ad esempio come mai, avendo abbracciato la pratica della M.T. per benefici personali e per scopi scientifici, mi sono trovato di fronte a una tecnica che sconfinava nella filosofia, poi nello spirituale e infine nella religione, con insegnamenti in evidente contrasto con la mia fede cattolica. Di conseguenza un forte conflitto interiore cominciò a travagliarmi enormemente. Il conflitto giunse al culmine quando dopo i primi otto mesi di ritiro mi fu detto che durante la cerimonia di ringraziamento alla quale mi sarei dovuto nuovamente sottoporre, avrei dovuto ad un certo punto onorare Guru Dev e tutta la linea dei guru che l’hanno preceduto inginocchiandomi e inchinandomi e che mi sarei dovuto completamente abbandonare a Guru Dev considerandolo il mio maestro.  Questa “novità” era necessaria per mettermi in grado, una volta diventato insegnante, di veicolare ad altri la conoscenza che è la tecnica di M.T., introducendoli ad essa con la “pujja”, durante la quale avrei chiamato a mia volta Guru Dev e tutti i guru precedenti a modo propiziatorio per poter poi comunicare il mantra.

Mi consigliai nuovamente con un altro sacerdote il quale a differenza del precedente mi aiutò finalmente ad aprire gli occhi.

A questo punto io mi chiesi proprio dove ero arrivato. Come cristiano cattolico mi resi conto del pericolo gravissimo che stavo correndo e mi dissi: «Il mio maestro è uno solo, Gesù Cristo e non Guru Dev!». Dover fare delle offerte propiziatorie come i fiori, il riso e il fazzoletto, dover ripetere come le litanie dei santi, tutte le generazioni di guru precedenti, l’aver visto inoltre comportamenti immorali tra gli appartenenti al movimento e l’incapacità di saper distinguere bene e male, mi hanno fatto fare la mia considerazione personale e mi sono detto: «No! Davanti a un atto che io considero religioso, mi fermo. La mia religione è quella cattolica e non l’induismo». Non ho concluso il corso insegnanti e mi sono affidato all’aiuto dei sacerdoti.  Costatavo dei benefici neurofisiologici ottenuti, ma allo stesso tempo mi accorgevo di essere stato ingannato perché a un certo punto mi sono trovato davanti a questa drammatica scelta: «O cristiano o induista!». Questo aspetto per me deve essere chiarito sin dall’inizio a chi abbraccia la M.T. mettendolo al corrente di quale sarà il termine e il fine della M.T., infatti si viene attratti da promesse molto allettanti di benessere fisico e mentale e di potenziamento della memoria, della capacità di attenzione, di lavoro e della creatività, si viene fortemente affascinati dalla promessa di acquisizione di poteri eccezionali e poi ci si ritrova svuotati completamente dal proprio assetto di coscienza cristiana e portati lontano dalle verità rivelate da Dio in Cristo Gesù e insegnate dalla Chiesa. Io ho visto tanti cattolici che hanno abbandonato il cattolicesimo per aderire totalmente a questi insegnamenti: se frequentavano la Messa la domenica hanno cominciato a non farlo più; se si confessavano non lo hanno più fatto; hanno cominciato a fare grandi confusioni dottrinali, a ritenere sbagliati i dogmi della fede cattolica e gli insegnamenti della Chiesa e a mettere in dubbio il valore dei Sacramenti.

Inoltre, poiché non ci veniva detto sul piano morale ciò che è bene e ciò che è male, ma semplicemente di non fare mai ciò che noi ritenevamo male, questa affermazione portava a gravi conseguenze sul piano morale, dal momento che si giungeva a considerare bene, non più ciò che oggettivamente è bene o male, ma bene ciò che sembra portare benessere, appagamento, piacere e male ciò che nega benessere, appagamento, piacere. Con questa mentalità, si arrivava a considerare lecita un’unione sessuale extraconiugale, semplicemente per il piacere che sembra procurare, e, per questo, addirittura ad abbandonare il proprio coniuge. Cristo Gesù invece mi insegna l’indissolubilità del matrimonio. La mia fede cattolica mi dice: «Difendi il bene del tuo matrimonio a qualunque costo». I Comandamenti mi dicono: «Non commettere adulterio, non desiderare la donna d’altri, non commettere atti impuri», e rimanevo veramente impressionato nel vedere invece come era diffuso nel movimento della M.T. – anche se non suggerito o favorito dagli insegnanti o dai direttori del gruppo o dallo stesso Maharishi – non solo l’adulterio, ma anche la separazione dei coniugi. E non si separavano per un motivo di ascesi personale, come ad esempio il non avere rapporti con il proprio coniuge per promuovere la castità, ma per andare a vivere con un’altra donna o un altro uomo sposato. E tutto ciò si verificava durante o dopo i corsi. Per cui io mi chiedevo: «A che serve praticare una tecnica di questo tipo, stare meglio fisicamente e mentalmente per poi distruggere il proprio matrimonio?».

E questa domanda vale in tutti gli aspetti della vita: otto anni di M.T. mi hanno fatto verificare lo svincolamento da ogni riferimento morale precedente.

E allora ecco che anche per la preghiera può accadere quello che ho visto negli Stati Uniti dove un gruppo di cattolici che si erano dati alla M.T. modificarono sia il modo di pregare, sia il Santo Rosario, eliminando da esso i misteri dolorosi.

A questo punto io tiro delle conclusioni: «Non nego i benefici neurofisiologici, ma la trappola sono proprio questi benefici. Da dove provengono? Chi me li dà? Se sono benefici neurofisiologici che coinvolgono solo l’apparato anatomico, il sistema nervoso centrale, gli organi periferici, perché modifica anche la mia coscienza? Perché mai mi provoca dei contrasti con la mia fede cattolica che per me non andava contrastata o messa in dubbio? È evidente che non c’è solo un effetto neurofisiologico, ma anche inquietanti effetti di altro genere, effetti spirituali di cui non si viene preavvisati e che prima o poi si manifestano quando uno pratica la M.T. per un certo tempo.

Una lunga riflessione mi ha portato a ritenere con certezza che i benefici sperimentati non sono da mettere in correlazione con la tecnica pura, ma a qualcos’altro o meglio a qualcun altro che non può essere se non colui che Gesù Cristo chiama nel Vangelo «padre della menzogna» cioè Satana.

In seguito ho saputo che alcuni sacerdoti e monaci cristiani che hanno praticato la M.T., hanno lasciato la loro vocazione oppure, pur continuando il loro sacerdozio o la vita religiosa, non l’hanno più vissuta in maniera autentica.

 

 

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