San Giovanni Calabria: “zero e miseria” vince il diavolo

San Giovanni Calabria: “zero e miseria” vince il diavolo[1]

  di Alberto Castaldini[2]

L’intera esistenza di Don Giovanni Calabria ci conferma che il santo, e, potremmo aggiungere, l’uomo e il sacerdote, è colui che fa dell’umiltà il tratto costitutivo della sua vocazione e la cifra principale della sua azione. Questa genuinità dello spirito, accompagnata a un animo sensibile e introspettivo, porta non solo a consolare i sofferenti, ma a farsi concretamente carico del loro dolore, ispirandosi a tal punto a Cristo da completare, giorno dopo giorno, quello che manca ai suoi patimenti “a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24).

San Giovanni Calabria (Verona 1873-1954), santo della Provvidenza e dell’Umiltà, che amava definirsi “zero e miseria”, beatificato nel 1988 e canonizzato nel 1999 da Papa Giovanni Paolo II, figura significativa nella vita ecclesiale italiana della prima metà del Novecento, sino alla fine della sua esistenza terrena fu consapevole che – come scrive san Paolo – “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno”, tanto che “li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8, 28-29). Proprio in ragione della sua conformità a Cristo, molte furono le prove e le sofferenze da lui sopportate in vita, inizialmente contrastato nella vocazione sacerdotale poiché i superiori non lo ritenevano di sufficiente ingegno (possedendo in realtà un’intelligenza intuitiva che nella maturità si manifestò fornendo risposte profonde e risolutive ai quesiti anche di intellettuali), e che invece si rivelò non solo zelante e ispirato fondatore della Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza (1932), come del suo ramo femminile, ma profetico esempio per la Chiesa italiana e universale (“apostolo dalle vedute sconfinate”, lo definì il gesuita P. Domenico Mondrone), stimato da protagonisti della vita ecclesiale del suo tempo, come il cardinale Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano, o Padre Pio da Pietrelcina; fu inoltre pioniere nel dialogo ecumenico con i cosiddetti fratelli cristiani separati: come lo scrittore anglicano inglese Clive Staples Lewis e il metropolita ortodosso romeno Visarion Puiu. Don Calabria fu anche in speciale comunione fraterna con il mondo ebraico, che sempre stimò e amò dopo che da bambino aveva assistito alle cerimonie di culto nella sinagoga di Verona. Durante l’ultima guerra mondiale portò concreto conforto agli ebrei perseguitati e il rabbino di Verona, memore di questa vicinanza, partecipò al suo funerale cui concorse l’intera cittadinanza.

La sua multiforme dedizione apostolica, il primato della carità e l’abbandono alla Provvidenza divina, l’intuizione verace e lo slancio che animavano ogni suo gesto, la purezza della sua testimonianza spirituale non potevano perciò che unirlo nelle sofferenze a Cristo, supremo modello della sua missione sacerdotale, perché la strada di Gesù verso la gloria è la stessa dei suoi figli (Rm 8,17) e passa attraverso una porta stretta che non esclude il sacrificio. Di ciò il santo sacerdote veronese fu sempre consapevole, tanto da affermare che le nostre sofferenze, in unione a quelle di Gesù, impreziosiscono le nostre anime e vivificano le opere di Dio. Eppure, con la sua innata umiltà, assimilata nella modesta abitazione natale di Vicolo Disciplina a Verona, nella centralissima Contrada Santi Apostoli, dove vide la luce l’8 ottobre 1873, battezzato il giorno di Ognissanti, figlio di Luigi, calzolaio, e di Angela Foschio, sarta e stiratrice, Don Giovanni, già anziano, chiedeva ai confratelli di pregare affinché potesse comprendere il “dono della sofferenza”. Nel maggio del 1930 proprio lui aveva dato inizio alla sezione italiana dell’“Apostolato infermi”. I suoi furono dolori non solo fisici ma soprattutto spirituali, che, nonostante i frutti copiosi della sua Opera, gli cagionarono angoscia e disperazione, sia in ragione del male così diffuso nella società, culminato nelle due guerre mondiali le cui privazioni egli sperimentò personalmente, sia per una misteriosa prova interiore, un’offerta di sé per la riparazione dei peccati che lo accompagnò fin dalla giovinezza, e si perfezionò in modo esplicito e per un misterioso disegno pochi anni prima della morte.

A undici anni si ammalò gravemente, gettando nello sconforto la madre che aveva perso già quattro figli, ma guarì provvidenzialmente dopo essere stato in pericolo di morte. La sua vocazione sacerdotale fu a lungo osteggiata in modo a tratti incomprensibile, forse perché grande sarebbe stato il bene da essa scaturito per il riscatto degli orfani e dei giovani in difficoltà attraverso la Casa Buoni Fanciulli da lui fondata nel 1907. Ma la volontà di Dio non si ferma agli ostacoli umani o spirituali, col tempo sapientamente li aggira, e Giovanni venne infine ordinato nel 1901 dal cardinal Bartolomeo Bacilieri, vescovo di Verona. In compenso la sua missione non fu mai disgiunta da un personale calvario. Il cardinale Schuster, che con il sacerdote veronese scambiò – come vedremo – un folto epistolario, ebbe a dire: “Mi pare che in queste sofferenze di Don Calabria ci sia la mano di Dio. Quando vuole adoperare un’anima, la stritola”.

Don Calabria fu sempre consapevole che questo era il prezzo per accedere al Regno di Dio (Quaerite primum regnum Dei! fu il motto e impegno suo e dell’Opera, di cui era custode, casante, come ancora oggi si definisce il superiore generale della congregazione). Se la sofferenza – affermava cosciente Don Calabria – è “moneta di Dio”, ciò significa solamente che essa può essere elargita a garanzia dei percorsi misteriosi del suo provvidente disegno. Resta il fatto che ogni croce genera anche angoscia, abbandono, esclusione, e negli ultimi anni il santo veronese non temette di affermare che l’ora “terribile” da lui vissuta era “l’ora di Satana”, che induceva a tornare urgentemente al Vangelo nella consapevolezza che l’ora del dolore fisico e spirituale “è anche l’ora di Gesù: è l’ora delle grandi decisioni…Gesù non verrà meno alla sua parola”.

Nonostante le promesse divine, molte ore buie segnarono infatti l’esistenza del santo veronese fino al suo tramonto ed egli ne fu anche scosso, impaurito, nel suo animo così profondamente sensibile che conviveva, alimentandolo, con lo zelo apostolico del fondatore.  Fu lunga la sua “notte oscura”, segnata da stati ansiosi, depressivi e ossessivi, ma Don Calabria trovava la forza di affermare: “Accetto tutto in espiazione dei miei peccati, per l’Opera, per il mondo…”. Alla mente del sacerdote, anziano e fragile, si riaffacciavano forse le parole del suo direttore spirituale, il carmelitano Padre Natale di Gesù del convento veronese degli Scalzi: “Si ricordi che il demonio è uno dei più terribili avversari di Lei, e se potesse precipitarla nell’Adige, sarebbe per lui una grande vittoria e trionfo”. Quindi, egli fu sempre pronto a combattere la sua buona battaglia, sopportandone i colpi violentissimi, rivestito “dell’armatura di Dio” (Ef 6,11). Come san Paolo, Don Calabria comprese di essere stato “afferrato” da Gesù, ma in questa sua chiamata che presentava gioie e dolori non fu mai un alienato bensì un uomo in costante relazione con Dio e i fratelli.

L’antico Avversario di Genesi, lo spirito negatore e distruttore – Padre Natale ne era certo – fu sempre il suo “acerrimo nemico”, poiché Don Giovanni era “tanto amato da Gesù” in quanto “istrumento nelle mani di Dio per compiere opere a bene della Chiesa di Dio”. La purezza di Don Calabria, il profumo della sua santità già in vita (Padre Pio ai fedeli veneti che a lui si rivolgevano nel Gargano consigliava di recarsi dal sacerdote veronese), la genuinità della sua testimonianza scatenavano certamente la furia distruttiva del Maligno, a tal punto che la sua azione persecutoria non gli risparmiò le pene interiori più laceranti, angosciandolo per la temuta inutilità dell’intera sua vita. Come il Curato d’Ars egli non fu esorcista, ma con le sue opere e le sue sofferenze strappò molte anime al diavolo, che in ogni momento “come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare” (1Pt 5,8). Come Giobbe, anch’egli levò il suo grido a Dio, soffrendo ingiustamente ma rimanendo fedele nella speranza della consolazione, infine morendo “vecchio e sazio di giorni” (Gb 42,17). Non a caso, il carmelitano p. Cherubino della Vergine del Carmelo, che divenne suo confessore dopo la morte di p. Natale di Gesù, lo paragonò proprio a Giobbe.

Il citato scambio epistolare intercorso tra il beato Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano, e san Giovanni Calabria, ci rivela non solo la comunanza di intenti pastorali fra questi due uomini di Dio (Schuster ebbe a cuore e promosse la presenza calabriana a Milano nel borgo periferico di Cimiano), ma sottolinea la condivisa consapevolezza verso l’azione del Maligno, soprattutto nell’ultima fase della vita del veronese, segnata da profonda, quasi inconsolabile sofferenza. Don Calabria cercò il conforto spirituale dell’arcivescovo, che condivise con lui un senso di smarrimento, di incertezza sullo stesso futuro della Chiesa, consapevole però che la disperazione è generata dall’inganno diabolico, dal verbo di falsità che ferisce e indebolisce l’animo dell’uomo. E Schuster non temeva di confidare al sacerdote veronese le sue timorose fragilità, anche nei confronti dell’azione di Satana, nel solco di quella humilitas che gli derivava dalla formazione benedettina (Regula Sancti Benedicti VII) ma che fu anche il motto di un suo illustre predecessore sulla cattedra ambrosiana: San Carlo Borromeo. Non fu solo stima amicale a unirli ma anche partecipazione alla passione del Signore, come esorta l’apostolo Paolo, in anni in cui entrambi vedevano maturare “l’ora di Satana” (complice la complessa situazione geopolitica) e, nel contempo, “l’ora di Gesù” per la divina volontà di purificare il presente e il futuro. Schuster ribadì spesso al suo corrispondente che l’unica arma efficace contro il demonio è la santità, che Satana “non potrà essere vinto che con armi soprannaturali. Egli è intangibile a tutto il resto. Ha paura solo della santità della Chiesa” (lettera del 7/7/1951). Soprende la sensibilissima attenzione del porporato al presbitero e alle sue sofferenze, tanto che l’arcivescovo gli consigliò, nel luglio del 1949, di indossare la medaglia di san Benedetto. Attenzione umana così significata da Don Calabria in un appunto scritto con mano malferma, quasi cieco: “Nella mia croce come sento la predilezione di Gesù per Lei. Per questo Satana freme” (lettera del 18/12/1950). L’anno successivo Don Giovanni confiderà al card. Schuster che dopo avergli spedito una lettera ebbe “grandi prove fisiche e spirituali”, ma a un certo punto gli parve di udire una voce dire “basta per ora”, cui seguirono pace e serenità interiori. Un concomitante dettaglio, il primo, molto significativo per cogliere le eventuali strategie vessatorie del Nemico (lettera del 10/12/1951).

La desolazione morale, la notte oscura dell’anima, una melanconia infinita, rivelarono i tratti della persecuzione spirituale protrattasi fino agli ultimi giorni terreni di Don Calabria, allorché una serenità interiore lo pervase a tal punto da indurlo a offrire la sua vita per la guarigione di Papa Pio XII gravemente ammalato (e ricordiamo per inciso come anche a Schuster stesse a cuore la salute del Pontefice, e che l’arcivescovo precedette nella morte Don Calabria, spirando il 30 agosto del 1954). I medici e i collaboratori di Don Calabria testimoniano come il sacerdote soffrisse nella persuasione di aver commesso gravi peccati, di essere lontano dal pentimento, ritenendosi perciò ancor più colpevole e meritevole di castigo. A ciò si aggiungeva anche la frequente impossibilità a pregare, con la mente deturpata da pensieri avversi al Signore e alla fede, come nel cosiddetto “delirio di colpa”, grave stato di melanconia che tormenta le anime, spesso le più elette, tanto da far supporre l’azione straordinaria di uno spirito infernale. Non sorprende il fatto che in questi casi la mente della persona (anche del sacerdote) può essere angustiata persino da imprecazioni blasfeme, come avvenne per Don Calabria. Non per caso, Don Gabriele Amorth, chiedendo al passionista Padre Candido Amantini, l’esorcista della Scala Santa e suo maestro, che nome avrebbe dato al demonio, si sentì rispondere: “Il suo nome è bestemmia”.

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Veniamo ora a illustrare la vicenda calabriana anche sotto il profilo fenomenologico. Don Giovanni Calabria patì duramente come molti altri santi. Tornano alla mente episodi della vita del Santo Curato d’Ars o di Padre Pio, di Santa Veronica Giuliani o di Santa Mariam Baouardy, ma le esperienze vissute dal sacerdote veronese sono forse assimilabili a quelle di Santa Gemma Galgani (1878-1903), la giovane passionista lucchese che abbracciò la croce assegnando alla propria esistenza un significato reale che mutasse il dolore sofferto nell’amore assoluto e incondizionato per Cristo. Non si trattò in entrambi di una conformazione ideale, ma di un patire concreto, che comprendeva pesantissime vessazioni spirituali e fisiche, culminanti in un’ossessione dello spirito che spingeva al dubbio insanabile, al senso di fallimento, alla disperazione, accompagnando Gesù in un doloroso Getsemani quotidiano al punto di superare persino il confine dell’insanabile smarrimento, sperimentando l’angoscia del non-ritorno.

L’esperienza di Santa Gemma può pertanto essere accostata a quella di San Giovanni Calabria (peraltro si vedrà come un filo passionista unisca le due figure), e ci aiuta a farlo il filosofo e teologo Cornelio Fabro, autore di un denso saggio sulla giovane lucchese. Un realismo costante attraversa la sperimentazione della sofferenza in Gemma, e lo stesso possiamo cogliere in Don Calabria. Esso, ha scritto Fabro, è nella sua crudezza tale “da porre problemi gravi di teologia”, ai quali, almeno sotto il profilo “esistenziale”, non è facile dare una risposta. Possiamo in tal senso cogliere una specularità tra le sofferenze di Gemma, quella del sacerdote veronese e la Passione di Cristo, in cui però il soprannaturale, sperimentato da una creatura umana e non da Dio che si è fatto carne, è – scrive Fabro – fonte di sofferenze per certi versi più intense. Le vessazioni cui fu sottoposto Don Calabria non furono accompagnate come nel caso della santa lucchese da locuzioni interiori con Gesù, che consolarono la giovane nei momenti di maggiore travaglio. Ma il rapporto di Don Calabria con Cristo non fu meno intenso per il tramite sacramentale dell’Eucarestia nella sua condizione sacerdotale (tanto che l’azione vessatoria nei suoi confronti era diretta ad impedirgli di celebrare la Messa).

La vessazione in entrambi i casi, allorché intaccava l’esercizio della libertà interiore sul piano psicologico, con un grave riflesso nella prostrazione fisica, preparò il terreno a un’ossessione pesante (altrimenti definibile vessazione demoniaca mentale o interna) che si manifestava come premessa o financo anticamera della possessione, giungendo sulla sua soglia, ma che, ad avviso di Fabro, in Gemma, e per quanto ci consta anche in Don Calabria, non ha mai intaccato la piena e duratura unione della libertà interiore con Dio, quantunque culminando in pensieri e gesti di disperazione oltre che in moti verbali di avversione al sacro. Così riporta la Positio super Virtutibus del sacerdote veronese, ampiamente citata dai suoi biografi: “La coscienza di don Giovanni rimase costantemente identica sia nel suo aspetto positivo di promozione della vita di fede e di morale, sia nel suo comportamento critico di ogni idea… Il profondo della sua personalità non fu mai compromesso e la sua attività raziocinante non scomparve mai”.

Tutto ciò ci conferma come la presenza oscura del Male non impedisca la misteriosa cooperazione delle anime al piano di salvezza, pur generando eventuali perplessità circa il prezzo di tale sofferenza. Ma il Dio vivente è ineffabile e la sua trascendenza calata nell’immanenza non ci rivela sempre chiaramente l’economia della sua strategia salvifica. Ogni spiegazione diviene in tal senso impossibile alla mente umana e ci riconduce al tema dell’umiltà creaturale. La semplicità d’animo di Don Calabria, che coesisteva con la progettualità profetica del fondatore, dell’infaticabile costruttore di opere, rappresentava un modello di vita per quanti lo conoscevano, e si accompagnava a un cuore introspettivo che si esprimeva nella relazione col prossimo. Questo atteggiamento, come accadde in altri santi, perfezionava una profonda empatia che sfociava nel comune soffrire, conformandosi a Cristo nell’atto della riparazione, camminando lungo quel percorso che conduce alla gloria futura ma che per tutti passa inevitabilmente dal Golgota. Don Calabria fece proprio un carico di sofferenza intimamente lacerante che giunse nei momenti di maggiore disperazione a offuscare persino quella prospettiva d’eternità che si colloca al centro delle promesse divine per l’uomo.

L’aneddotica calabriana riporta molti episodi in cui il confine tra il mondo spirituale e la dimensione terrena appare labile. Anche la documentazione del processo canonico, che elevò il prete veronese agli altari, ne reca puntuale testimonianza, a conferma di come – pur nella sofferenza – in Don Calabria rimanesse la vigilante responsabilità verso le macchinazioni del Maligno (2Cor 2,11) nella fedele adesione a Gesù Cristo.

Allorché all’avvio del suo ministero fu vicario cooperatore a Santo Stefano, antica chiesa di Verona nei pressi dell’Adige, nella casa in cui viveva con la madre e la nipote, dopo un periodo di iniziale tranquillità, seguirono inspiegabili fenomeni fisici. Oggetti e mobili si muovevano da soli, il campanello della porta non dava tregua senza che nessuno lo toccasse e invano si cercò di fissarne il tirante. Lo si avvolse persino con degli stracci, ma fu inutile. Testimoni oculari di questi eventi furono notabili cittadini come il marchese Da Lisca, il prof. Grancelli e Don Pietro Scapini, professore di matematica al Seminario. Anche mons. Luigi Peloso, vicario generale della diocesi, che abitava nei pressi, udì quegli strani rumori e frastuoni. Il parroco di Santo Stefano cercò di bloccare la corda metallica del campanello, avvolgendosi le mani con delle pezze. Mollò la presa prima che la corda gli ferisse i palmi. Anche Padre Natale di Gesù volle assistere ai fenomeni nella casa di Vicolo Fontanelle. Essi durarono alcuni mesi per poi cessare del tutto.

Pochi anni dopo i fatti di Santo Stefano, quando l’Opera dei Buoni Fanciulli, grazie alla generosità del conte Francesco Perez, era già stata avviata e il progetto iniziava a dare i frutti sperati, ecco che l’ansia, lo scoraggiamento, iniziarono a tormentare Don Calabria. Padre Natale di Gesù in una lettera del 21 settembre 1913 gli scrisse: “Per obbedienza poi Le comando e Le impongo di mettersi in pace, quieto e tranquillo e tutta la sua responsabilità, tutti i suoi peccati, lasci tutto a carico della mia coscienza, perché io devo rispondere della Sua anima dinanzi a Dio. Per carità, non la dia vinta al demonio…”. Ma notte e giorno non c’era pace per il giovane prete. Notti lunghissime, disperanti, l’impossibilità di raccogliersi nella preghiera, di lavorare per la Casa dell’Opera. In una missiva del 1914 p. Natale significò al presbitero la ragione ultima delle sue sofferenze: “Non dimentichi mai che S. Zeno in Monte [sede dell’Opera, ndr] è il suo Calvario, sopra il quale Gesù lo vuole immolato, a gloria Sua, a salute di tante anime, di milioni di anime, e per la santificazione dell’anima della Reverenza Vostra”.

In una notte del 1934 Don Calabria si rifugiò nel Convento degli Scalzi, presso P. Natale di Gesù, per trovare un po’ di pace. Ciò si era verificato già agli inizi dell’Opera, ma il suo confessore quella volta lo aveva rimandato a casa. Dopo averlo ospitato in una delle celle, i carmelitani udirono nella quiete notturna rumori e gemiti. Entrati nella stanza trovarono il prete tremante e pieno di lividi, tanto da indurli a benedirlo. L’episodio si ripeté quella stessa notte e la benedizione fu rinnovata. Poi Don Calabria si addormentò.

Le vessazioni fisiche di Don Calabria, così simili a quelle che patì Padre Pio, sorprendono, ma nello stesso tempo inducono a quella cautela che non è espressione di incredulità, ma di ponderata attenzione verso analoghi episodi straordinari, indizi di una vita intensamente spirituale, di una sensibilità certamente fuori dall’ordinario, nella consapevolezza che nulla, nemmeno il più feroce persecutore, “potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8, 39), giacché – per citare Papa Leone Magno –  “colui che è in noi è più forte di colui che è contro di noi, il nostro vigore è in lui, nel confidare nella sua forza. Per questo infatti il Signore ha voluto subire l’attacco del tentatore: per istruirci con il suo esempio e insieme difenderci con il suo aiuto” (Leo I, Homilia XXXIX, 3).

Una testimonianza contenuta nella Positio parrebbe indicare in Don Calabria anche la presenza di uno stato dissociativo grave. Racconta fratel Oliviero Prospero: “Ad un certo punto si divincolava, gesticolava, digrignava i denti, faceva boccacce”. Il fratello coadiutore cercava di portargli conforto, rinfrescando il viso e le mani infiammate dal calore con una pezzuola bagnata. Don Calabria in dialetto e con una voce alterata allora esclamava: “Cópelo (uccidilo) ‘sto prete, questo saco de carbon, questo assassino che mi ruba tante anime. Quando è che muore? Brucialo!”. Passata qualche ora Don Calabria tornava quieto, e talvolta capitava che predicesse l’ora in cui sarebbero cessati questi fenomeni. Questi eventi si verificarono a Villa Ugolini, sulle Torricelle – le colline alle spalle di Verona – dove il sacerdote visse negli anni della Prima guerra mondiale. In un’altra occasione preannunciò un prossimo attacco, ingiungendo al confratello di non interloquire in alcun modo con quella presenza. Verificatosi quanto previsto, quella voce che lo pervadeva chiese perentoria: “Cosa fa Don Calabria? Mi porta via tanti giovani…sarebbero tutti miei”. Consapevole di queste improvvise e pesanti vessazioni, il sacerdote ripeteva spesso giaculatorie e invocazioni.

Di fenomeni apparentemente inspiegabili, ma noti alla letteratura demonologica, fu testimone diretta anche una delle religiose della casa dell’Opera a San Pancrazio, rione nei pressi della città, la quale, ricevuta una telefonata da una voce minacciosa ma simile a quella del Fondatore, pochi istanti dopo trovò alla porta Don Calabria in visita che ascoltò profondamente scosso il racconto. Il sacerdote all’udire i dettagli si turbò in viso, e fu persino colto da un tremito, accasciandosi.

Pare di scorgere in tutte queste prove il “pungiglione nella carne” evocato da san Paolo nella Seconda lettera ai Corinzi (12,7), che lo tormentò per non indurlo in superbia. Tali gravi vessazioni, culminanti come già detto in pensieri ossessivi e fenomeni talora dissociativi, di profonda prostrazione psicologica, non furono comunque in grado di minare totalmente, in modo continuato e prolungato, le basi della volontà di Don Calabria, nemmeno quando gli assalti lo colpivano nel corso della Messa a tal punto da indurlo a sospenderla per poi riprenderla. Infatti, la personalità di Don Calabria univa a una spiccata sensibilità verso l’altro, il prossimo, i poveri della città, una convinta determinazione nella sua azione apostolica. Come riporta la Positio super Virtutibus: “Aveva ottime capacità di dominio… Sapeva anche andare contro corrente con un rifiuto od un “no” se non vedeva chiaramente”. Così in essa si sintetizza efficacemente la personalità calabriana: “Animo percettivo e volontà solida”. Certamente nell’ultima fase della sua esistenza questi tratti riconoscibili ebbero a mutare in ragione delle sofferenze quotidiane. Nel contempo, e la Positio lo attesta, nella sua emotività “potevano determinarsi, al di fuori delle intenzioni di don Giovanni, manifestazioni contrarie alla sua coscienza”. Che esse possano essere culminate in uno sdoppiamento temporaneo della personalità, in quello che si definisce momento della crisi nella possessione per l’azione straordinaria del maligno, va dimostrato, giacché “non necessariamente chi ha vessazioni od ossessioni demoniache è anche posseduto”, ha scritto P. Francesco Bamonte nel suo volume Possessioni diaboliche ed esorcismo. La vicenda calabriana presenta a tratti questa ambiguità e, va detto che, a quanto risulta, Don Calabria non fu mai sottoposto ad esorcismo.

Negli anni della vecchiaia si fece più profondo e radicato il senso di disperazione e abbandono nell’anziano sacerdote: “Non credo più a niente…ho le mani vuote…sono zero e miseria…cosa vuole Gesù da me?”. Egli inoltre lamentava che un “muro di divisione” lo separava da Cristo, tanto da credere di essere da Lui rifiutato per sempre, senza alcuna speranza. “Dio el me leva la presenza”, affermava sconsolato Don Calabria nel suo amato dialetto. L’inganno operava sull’umore e le ideazioni più fosche lo affliggevano, facendogli paventare lo smarrimento della ragione. Ma la vicinanza delle anime, la comunione dei santi lo confortavano: di ciò egli rimase sempre consapevole. Che Don Calabria abbia sperimentato tutto ciò per così molti anni non deve sorprendere, perché il dato della sofferenza umana per causa del Maligno è parte dell’annuncio cristiano, tanto che – come ha scritto Don Renzo Lavatori nel suo saggio Satana, l’angelo del male  – “non si può togliere tale aspetto dal vangelo, senza, con questo, cambiare il senso dell’essere e dell’opera di Cristo”. Gli esorcismi operati da Gesù e descritti dagli evangelisti non costituiscono un racconto simbolico, ma una battaglia personale, tanto che il Redentore ordina ai demoni di rivelare il loro nome, dopo che loro hanno osato fare il suo. Il nome nella Scrittura ha, come sappiamo, un significato profondo, che tocca l’essenza della persona.

Non si deve però considerare che Don Calabria attribuisse con facilità queste prove all’azione del demonio. Uomo e prete di antica quanto solida formazione, ragionava e si esprimeva con innato discernimento, e da queste esperienze sapeva trarre ammaestramenti che condivideva per il bene delle anime, affinché la sua palestra personale potesse irrobustire i fratelli. Per questo affermava che “il demonio tenta in modo speciale con lo scoraggiamento”, ma che proprio per questo occorreva farsi santi a suo dispetto. Ciò non significa demonizzare ogni fenomeno incomprensibile che coinvolge l’uomo (e che la scienza potrebbe un giorno spiegare), ma raccomandare criterio nel giudizio, non escludendo nel contempo le indicazioni di quella sensibilità spirituale che proviene solo dall’esercizio assiduo della vita cristiana e dalla pratica della preghiera. Padre Candido Amantini dal canto suo, nella presentazione del volume di Don Amorth Un esorcista racconta, osservò: “noi non neghiamo minimamente i progressi della scienza; ma è contro la realtà, da noi continuamente sperimentata, illudersi che la scienza possa spiegare tutto e voler ridurre ogni male alle sole cause naturali”.

Dunque, nulla di sorprendentemente “paranormale” nella vita del santo prete veronese, piuttosto molto di autenticamente spirituale e perciò non sempre spiegabile con categorie umane, ma comprensibile con quelle evangeliche e teologiche o grazie a metafore efficaci perché imbevute di quella saggezza popolare che Don Giovanni Calabria aveva respirato alla scuola domestica di mamma Angela: “Satana è in catena – amava dire il nostro santo – ma bisogna stare attenti, perché la catena è lunga”. Don Calabria, osservando e benedicendo come soleva fare al termine del giorno la sua città dal colle di San Zeno in Monte, era convinto che quella catena fosse in grado di imprigionare il mondo intero e con sensibilità escatologica visse le prove più tragiche dell’umanità nel Novecento. Uno scenario questo che viene riaffermato nei documenti del Concilio Vaticano II: “Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, destinata a durare, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l’uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l’aiuto della grazia di Dio” (Cost. Gaudium et Spes, 37).

Tutte queste prove rientrarono comunque in un progetto divino a cui il santo veronese aveva più volte aderito consapevole. Sin dai primi anni di ministero Don Calabria – come ha scritto Don Luciano Squizzato – ebbe del suo sacerdozio una precisa concezione, quella del sacerdos alter Christus, ovvero a suo avviso il sacerdote doveva offrirsi come vittima perché il Signore è per lui “eredità” e “calice”. Giovane prete, egli si offrì da subito come vittima per la crescita dell’Opera, da poco fondata e nella quale aveva infuso tutto il suo zelo, intendendo questa offerta non come qualcosa di temporaneo ma come una scelta definitiva. Il 27 novembre 1907, il giorno seguente all’apertura della prima “Casa Buoni Fanciulli” nell’antico borgo di San Giovanni in Valle, Don Calabria scrisse in chiusura a una lettera indirizzata all’amico Don Pio Vesentini: “Prega perché possa amare il patire”. Naturalmente l’oblazione – che verrà ripetuta nel corso degli anni – implicava una conformazione radicale, financo una identificazione con il modello supremo della vittima, e la conseguente partecipazione al disegno di redenzione salvifica. Il prezzo non poteva che essere elevato: il Golgota personale di Don Calabria fu soprattutto la notte oscura iniziata nel 1949 e conclusasi nell’anno della morte del santo, il 1954. Nel suo diario, il 12 luglio 1950, nel pieno di quella quotidiana sofferenza – come ricorda Don Luigi Piovan, postulatore della Congregazione –, l’anziano sacerdote ribadì la sua offerta personale: “Io, povero ed ultimo servo, da alcuni mesi ho sofferto e soffro ciò che mente umana, così mi pare, non possa capire. […] Offro la mia povera anima alla divina misericordia”.

Squizzato ha sviluppato un raffronto tra l’esperienza calabriana e quella descritta con vertici di mistico afflato nonché di razionale consapevolezza, da san Giovanni della Croce (carmelitano come P. Natale di Gesù). Il quadro di sofferenze interiori che le testimonianze, rese nella Positio, delineano è dettagliato, confermando certe pagine del mistico spagnolo: tentazioni contro la fede, contro la speranza, prove cagionate dalla calunnia degli uomini o dall’incomprensione del mondo. Don Calabria, l’abbiamo già accennato, sperimentò anche la tentazione blasfema, come confidò al suo successore Don Luigi Pedrollo nel giorno dell’Addolorata del 1950 (“[…] ebbe l’ossessione di avere sulla punta della lingua parolacce, bestemmie; temette di essere abbandonato da Dio e di non essere compreso dai suoi stessi figli”). Tali sofferenze lo tormentarono sino alla fine della sua esistenza terrena, assieme a un conseguente senso di colpa e di oppressione della coscienza che non temeva di rivelare ai suoi collaboratori con atto di estrema umiltà.

Nell’ultima annotazione sul suo diario, il 29 maggio 1954, sei mesi prima della morte causata da emorragia cerebrale, Don Calabria ribadì la continua lotta interiore di fronte all’instancabile e pervicace azione diabolica: “Ora sono alla fine. Satana mi vuole nello scoraggiamento e miseria”. Nondimeno il vecchio sacerdote si affidava alla divina misericordia. Nel febbraio di quello stesso anno mariano, Don Pedrollo aveva registrato il suo smarrimento e la disperazione per l’indifferenza avvertita di fronte alla Messa: “Mi pare di essere perduto, sulla porta dell’Inferno!”.

Nel santo veronese non venne meno la cognizione che tutto quanto gli accadeva si collocava nella sequela di Cristo, quale intima offerta di sé per il suo piano redentivo e in opposizione al suo ministero. Proprio per la sua esperienza personale, a un prete conterraneo, il venerabile Don Giovanni Ciresola, suo figlio spirituale che aveva gettato le basi del Cenacolo della Carità, raccomandava perseveranza di fronte alle molte difficoltà patite perché gli ostacoli frapposti dal demonio erano il segno che l’opera era voluta dal Cielo.

Nonostante ciò in Don Calabria ci fu il desiderio di essere aiutato, supportato da “uomini di Dio”, da quelli che lui stesso chiamava “angeli del conforto”. Il card. Schuster fu certamente uno di loro. Agli inizi degli anni Cinquanta le sofferenze in lui si acuirono a tal punto che attraverso un medico di fiducia chiese aiuto a Padre Pio da Pietrelcina, il quale assicurò che avrebbe pregato “con tutta l’anima” per il prete veronese, aggiungendo però che Don Calabria era giunto, “vicino al Signore”, “sulla via della grazia”, a tali altezze difficilmente raggiungibili dalla scienza medica. Ad analoghe conclusioni giunse un illustre clinico che lo ebbe in cura, il prof. Cherubino Trabucchi, direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Verona, il quale diasgnosticò una “melanconia con associata una psiconevrosi ossessiva”, allorché nella testimonianza resa nella Positio definì Don Calabria “un martire dell’amore attraverso una sofferenza tragica di ordine psichico, potenziata spiritualmente”. Trabucchi, nella dichiarazione citata da Squizzato, osservò che in Don Calabria non riteneva “giustificate” le “drastiche cure, e ormonali e di elettroshock che gli furono applicate” e che mai vide soffrire un paziente come lui, in quanto – continuò – “i mali del mondo e soprattutto il peccato del mondo lo accasciavano tremendamente e lo facevano soffrire indicibilmente”. Pertanto, affermare, com’è accaduto anche di recente, che il santo veronese fosse affetto sostanzialmente da episodio depressivo maggiore e da nevrosi ossessiva, cui sarebbe stata di beneficio la terapia elettroconvulsivante, denota forse una prospettiva limitata sia della vicenda personale di Don Calabria, sia della stessa dimensione umana nella sua complessità antropologica.

Nella vicenda personale di Don Calabria si riscontrano i sintomi della cosiddetta depressione maggiore, con un persistente senso di colpa che generava autorecriminazioni di tipo morale e spirituale, con persistenti ideazioni ossessive che lo prostravano. Ma i sintomi non sembravano risolversi con le terapie, anzi parevano peggiorare, mentre il conforto della preghiera come della relazione/direzione spirituale ne attutiva gli effetti, sollevandolo temporaneamente. Si manifestavano inoltre i segni di un disturbo ossessivo:  una condizione di sofferenza che genera un senso di fallimento totale di sé, arrivando a includere impulsi autodistruttivi e al suicidio, blocco della preghiera e improvvisa avversione al sacro (oggetti, pratiche devozionali). Nella Positio si può ritrovare manifestazione di tutti questi sintomi. Che quella descritta dalla letteratura demonologica come “azione straordinaria del Maligno” abbia perciò trovato una breccia nella spiccata sensibilità, come nella sofferente fragilità, di Don Calabria («Diceva di se stesso di essere “una pianta sensitiva” che sente tutto», si afferma nella Positio) è più che probabile, ma appare semplicistico ricondurre a fattori esclusivamente organici o psichici episodi dolorosi così ricorrenti e radicati, nonché avvalorarne il loro rimedio attraverso terapie invasive. All’indagine scientifica – le parole del prof. Trabucchi lo confermano – non è possibile stabilire con argomentazioni teorico-empiriche che le ossessioni o le possessioni siano, ad esempio, problemi di scissione o proiezione. Essa può certamente fare luce, indagando, su queste fenomenologie, ma non può spiegarle in modo definitivo o generalizzato. La soggettività del caso, nella sua complessità interiorizzata, costituisce e resta un dato centrale.

In questi termini si espresse dal canto suo il card. Pietro Palazzini, prefetto della Congregazione dei Santi, nel corso  della plenaria del 1° dicembre 1985 alla presenza dei cardinali riunitisi per il voto sull’eroicità delle Virtù di don Calabria, e riportata da Don Piovan: “Il Suo scontro con Satana durò tutta la vita, ma sempre nell’ombra. L’affermazione che un influsso malefico demoniaco sia stato esercitato su Don Calabria, tenuta presente la sua personalità, non può essere considerata pretestuosa o diminutiva della sua grandezza spirituale. Per chi non accettasse l’influsso malefico del diavolo, rimane vero, ipoteticamente, che nel quadro psicofisico del Servo di Dio le sue convinzioni religiose abbiano raggiunto apici cosi alti da determinare momenti drammatici di sofferenza e di angoscia, nei quali l’idea satanica personificava tutte le difficoltà che si opponevano alla realizzazione dell’Opera che egli si sforzava di portare avanti. […] Se poi si tien presente che Don Calabria, pur non avendo avuto visioni di figure e simboli demoniaci (un dato però che alcune testimonianze sembrerebbero disconfermare, ndr), ebbe esperienze sensibili di realtà sataniche, l’interpretazione più ragionevole e maggiormente nella logica della fede è che l’intervento del maligno abbia accentuato i processi di alterazione fisica e psichica del Servo di Dio per gli stessi motivi per cui nell’ora delle tenebre si avvicinò a Cristo a rendergli più difficile il suo sacrificio”.

Concludendo, lungo la sofferenza di ogni uomo si snoda un sentiero di purificazione che introduce a una piena dimensione di grazia. Un vissuto come quello calabriano sotto il profilo teologico rappresenta una sintesi di dimensione antropologica, psicologia umana e tensione mistica. Esso costituisce un paradigma umano, creaturale, prima che un caso clinico e dovrebbe essere interpretato anche in questa arricchente prospettiva. Persino il Vangelo ci attesta lo stato di melanconia che assalì gli apostoli alla vigilia della Passione, esponendoli all’influsso dell’Iniquo, cui seguì però immediata l’esortazione liberatoria di Gesù: «Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: “Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione”» (Lc 22, 45-46).

La sofferente e nel contempo gioiosa santità di Don Giovanni, che in vita ebbe sì a soffrire, ma di cui si ricorda anche l’arguzia nelle espressioni (e Mons. Franco Costa, vescovo di Crema, citato da Piovan, affermò: “Quando si usciva da don Calabria, si sentiva la gioia grande del santo, ma si sentiva il mistero della sofferenza”), va riconosciuta anche e soprattutto nella sua dedizione paterna verso l’uomo povero, il tutto svolto in quella piena consapevolezza della quale il Maligno è acerrimo nemico. Egli stesso ammonì che “il nemico si oppone a quello che domanda Gesù”, e “se ne ride dei nostri piani e delle nostre industrie separate dalla santità”, rimanendo consapevole che “il grande conduttore della grazia di Dio è il dolore”.

Negli ultimi anni della sua esistenza, a partire dal 1947, il santo ricevette una serie di lettere confortanti scritte da P. Adalberto Cerusico, un religioso passionista a conoscenza del suo stato, simili nello stile a quelle di P. Natale di Gesù, morto nel 1941. Una delle missive, riportate da Ottorino Foffano nella sua biografia calabriana, così recitava, spronandolo: “tutto ciò che l’opprime, sia che venga dai demoni, dagli uomini, dal Cielo: tutto è opera dell’Amore. Amore di Dio, Amore di Maria, per un disegno di amore salvifico, a gloria di Dio”. Padre Cerusico visitò di persona Don Calabria solo nel settembre del 1954, dopo essere stato a san Giovanni Rotondo da Padre Pio, il quale in quell’occasione gli disse che le sofferenze del prete veronese presto sarebbero cessate e che avrebbe ricevuto consolazione. Don Calabria morì il 4 dicembre di quello stesso anno, ultimo primo sabato del mese dell’Anno Mariano.

Si è detto come Don Calabria vivesse queste esperienze fuori dall’ordinario con grande sofferenza, ma come nel contempo conservasse il necessario discernimento verso ogni fenomeno soprasensibile di natura religiosa. Egli visse un’epoca segnata da due conflitti mondiali con immense rovine, animata da grandi aspettative dopo i molti patimenti, e caratterizzata da frequenti episodi di misticismo. A Verona nell’immediato secondo dopoguerra si segnalarono ripetuti fenomeni mistici che Don Calabria osservò con scetticismo, tanto da dire: “trucco, isterismo e il demonio concorrono bene spesso in questi casi di pseudomisticismo e il demonio lavora sovente sulla povera natura malata”. Sulla “Rivista del Clero Italiano” (marzo 1953) intervenne infatti con un articolo contro il falso misticismo. Ma di fronte ai celebri fatti della Madonna delle lacrime di Siracusa (agosto-settembre 1953) il suo atteggiamento dubbioso scomparve.

Nel suo cuore – vogliamo così pensare – Don Calabria comprese, di fronte alle straordinarie manifestazioni della Madre di Dio, Mediatrice universale di grazie, l’importanza del sacrificio personale, delle proprie lacrime, sempre credendo, nonostante le molte traversìe patite, nel sacerdozio che tanto aveva desiderato, restando perciò, sino alla fine, saldo nelle parole accorate contenute nella Prima lettera di Pietro: “non siate sorpresi per l’incendio di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. Ma nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare” (1Pt 4, 12-13).

 

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Squizzato L., Il voto di vittima e la notte oscura di Don Calabria, in Id.,“Un incarico divino…”. Il “voto di vittima” e la riparazione in San Giovanni Calabria, “Rivista di Studi Calabriani”, Verona, a. VIII, 2007, vol. II.

Zonin S., D’Auria A., I disagi dell’anima e l’esorcismo. Liberazione e guarigione interiore nel percorso pastorale e terapeutico, SugarCo, Milano 2017.

 

[1] Questo intervento riprende il testo della relazione tenuta su invito al Convegno Nazionale 2019 dell’Associazione Internazionale Esorcisti AIE, Sacrofano – Roma, Fraterna Domus, 16-20 settembre 2019.

[2] Professore nella Facoltà di Teologia Greco-Cattolica dell’Università Babes-Bolyai di Cluj (Romania).

Linee guida per il ministero dell’esorcismo”, un vademecum di dottrina e prassi alla luce del nuovo Rituale

Copertina Linee Guida (aggiornata)

Da articolo di LA STAMPA: https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/libri/2020/07/14/news/linee-guida-per-il-ministero-dell-esorcismo-un-vademecum-di-dottrina-e-prassi-alla-luce-del-nuovo-rituale-1.39082435

Linee guida per il ministero dell’esorcismo”, un vademecum di dottrina e prassi alla luce del nuovo Rituale

Curato dall’Associazione Internazionale Esorcisti e pubblicato dalle Edizioni Messaggero Padova un testo fondamentale per far luce sull’azione del maligno.

 

TORINO. Negli ultimi anni, l’azione diabolica è oggetto di notevole interesse nel mondo occidentale, in particolare riguardo al fenomeno della possessione e al ruolo che svolgono gli esorcisti nel ministero di liberazione. Come ha rilevato il cardinale Bassetti, presidente della CEI, «esistono nel mondo delle periferie esistenziali dove è sempre inverno, dove l’aria è impregnata di paura. Il boss di queste periferie è il maligno che, come ricorda papa Francesco, non è “un mito, una rappresentazione, ma un essere personale che ci tormenta” e riguardo al quale Gesù ci ha insegnato a chiedere ogni giorno di essere liberati “perché il suo potere non ci domini”». Tuttavia, molto spesso la percezione dell’azione del maligno è distorta e l’esorcismo cattolico è visto come «una realtà scabrosa, violenta, oscura quasi quanto la pratica della magia, […] sullo stesso piano delle pratiche occulte».

Il libro “Linee guida per il ministero dell’esorcismo”, pubblicato inizialmente in forma riservata per i membri dell’Associazione Internazionale Esorcisti, è ora disponibile in un volume pubblicato dalle Edizioni Messaggero Padova (EMP). Il testo, curato dall’Associazione Internazionale Esorcisti, fornisce anzitutto ai sacerdoti esorcisti gli elementi fondamentali per esercitare il loro servizio. Si tratta di uno strumento prezioso, frutto dello studio e dell’esperienza di molti esorcisti, il quale, pur non essendo un documento magisteriale, è stato esaminato e corretto dai Dicasteri competenti della Santa Sede. La decisione di rendere il testo fruibile a tutti offre l’occasione di mettere ordine sulla questione dell’azione diabolica e della liberazione da essa, per evitare di cadere in pericolosi inganni e illusioni; questa trattazione è di particolare interesse e andrebbe raccomandata a tutti i sacerdoti che esercitano il servizio pastorale nelle comunità.

Il punto fondamentale dal quale parte l’attività esorcistica è la Divina Provvidenza: Dio si prende cura in modo concreto e immediato di tutte le sue creature. Tuttavia, il male è presente nel mondo, favorito e stimolato dall’azione diabolica che avviene in modo ordinario (attraverso la tentazione) e in modo straordinario (attraverso fenomeni come la possessione, l’ossessione, la vessazione e l’infestazione, di cui viene fatta un’adeguata trattazione). Questo non deve spaventare, perché Dio è il più forte; anche le azioni straordinarie del maligno sono da Dio permesse per manifestare la Sua misericordia, la quale, come ricorda san Giovanni Paolo II, «non consiste soltanto nello sguardo, fosse pure il più penetrante e compassionevole, rivolto verso il male morale, fisico o materiale: la misericordia si manifesta nel suo aspetto vero e proprio quando rivaluta, promuove e trae il bene da tutte le forme di male esistenti nel mondo e nell’uomo» (cfr. Dives in misericordia, n. 6).

Il testo si sofferma, con spiegazioni ed esempi, su alcuni comportamenti che possono diventare causa occasionale per l’azione straordinaria del maligno, in particolare la superstizione e i malefìci. Non sempre tale azione si verifica: spesso, però, di fronte ai guai della vita, alcuni concludono che “tutto va storto” perché “qualcuno ci sta facendo qualcosa”… ma questo può essere un alibi che distoglie dall’insegnamento più importante. Infatti, come sosteneva il famoso esorcista padre Gabriele Amorth, «il primo e autentico male per l’uomo è il peccato; salvaguardare e accrescere la propria comunione con Dio, per mezzo di una vita di fede, di preghiera, di sacramenti e di carità operosa, è la vittoria contro l’azione ordinaria del demonio ed è insieme la migliore prevenzione contro la sua azione straordinaria».

La parte centrale è dedicata al discernimento dei segni dell’azione straordinaria del maligno; questo richiede una formazione specifica, in particolare per l’accertamento della presenza del maligno (azione preternaturale) e l’accompagnamento del paziente, soprattutto nel coltivare un’autentica vita spirituale. Infatti, come ha affermato Papa Francesco, il pericolo maggiore per il cristiano è la corruzione spirituale: «Coloro che non si accorgono di commettere gravi mancanze contro la Legge di Dio possono lasciarsi andare ad una specie di stordimento o torpore. Dato che non trovano niente di grave da rimproverarsi, non avvertono quella tiepidezza che a poco a poco si va impossessando della loro vita spirituale e finiscono per logorarsi e corrompersi. La corruzione spirituale è peggiore della caduta di un peccatore, perché si tratta di una cecità comoda e autosufficiente dove alla fine tutto sembra lecito: l’inganno, la calunnia, l’egoismo e tante sottili forme di autoreferenzialità, poiché “anche Satana si maschera da angelo della luce” (2 Cor 11,14)» (cfr. Gaudete et exultate, nn. 164-165).

Infine, nel libro viene anche spiegato il rito dell’esorcismo, di esclusiva competenza del sacerdote esorcista: evitando ogni genere di sensazionalismi, si mette in luce il fatto che l’agente principale è Cristo Dio, mentre l’esorcista è uno strumento che agisce secondo il rito stabilito dalla Chiesa. Non è la ricerca della formula esorcistica più potente, né particolari “poteri” del sacerdote che ne determinano l’efficacia, sulla quale vengono fornite rilevanti argomentazioni teologiche.

“Linee guida per il ministero dell’esorcismo. Alla luce del rituale vigente”, Associazione Internazionale Esorcisti (a cura), 1a edizione 2020, pagine 306, in Libreria da Maggio 2020.

Vai alle edizioni Messaggero Padova:

http://www.edizionimessaggero.it/ita/catalogo/scheda.asp?ISBN=978-88-250-5206-0

 

 

 

 

Circa la beatificazione del dott. José Gregorio Hernandez e la strumentalizzazione da parte della Santeria

CIRCA LA BEATIFICAZIONE

DEL DOTT. JOSÉ GREGORIO HERNANDEZ

E LA STRUMENTALIZZAZIONE DA PARTE DELLA SANTERIA

 

A cura dell’Associazione Internazionale Esorcisti

11 luglio 2020

È dello scorso mese di giugno 2020 la bella notizia della prossima beatificazione del grande medico venezuelano, il Venerabile José Gregorio Hernández Cisneros[1]. Tra coloro che più si sono rallegrati per questo gioioso evento figura, a buon diritto, il Cardinale Jorge Liberato Urosa Savino, Arcivescovo Metropolita emerito di Caracas (Venezuela)[2], il quale ha, con il futuro Beato, uno stretto legame: in primo luogo come venezuelano, ma soprattutto per aver lavorato come vice-postulatore della sua causa di canonizzazione, dal giugno 1984 al maggio 1990, e in seguito come attore principale di questa causa in qualità di arcivescovo di Caracas da novembre 2005 a luglio 2018.

Il sito della Conferenza Episcopale Venezuelana ha riportato una sua recente intervista in cui, tra l’altro, in relazione al dottor Hernández Cisneros ha affermato: «La sua condotta può essere classificata come un’esperienza eroica delle virtù proprio perché ha vissuto intensamente unito a Dio. Questo è importante che lo sottolineiamo, poiché molte volte ci soffermiamo a sottolineare l’esatto adempimento dei suoi compiti professionali e dei suoi doveri civici, e non evidenziamo sufficientemente ciò che costituisce l’essenza della santità: la viva unione con Dio, il seguire e imitare Gesù Cristo intensamente nell’adempimento della volontà divina. In una parola, essere una donna o un uomo di Dio. Così è stato José Gregorio. Senza dubbio è stato un cittadino esemplare, un grande professore, un eccellente ricercatore, un medico accurato e generoso, pieno di carità. Ma anche molto di più di questo: un uomo di Dio. Prepariamoci, quindi, nei prossimi mesi a celebrare la sua beatificazione. Sentiamo il desiderio di imitarlo nell’esperienza dell’amore per Dio, della nostra fede cristiana e cattolica, con una intensa pietà, con la pratica religiosa, con l’esperienza dei 10 comandamenti, con l’ascolto e il compimento della Parola di Dio. È questo il percorso verso la santità e la felicità. José Gregorio è stato, tra altre cose, un uomo di Dio. Imitiamolo!»[3].

Anche se la beatificazione di un Servo o di una Serva di Dio interessa, per sé, l’ambito di una Chiesa particolare o di un Istituto di vita consacrata, non ci meraviglieremmo se in un futuro, che speriamo vicino, il culto del dottor José Gregorio Hernández Cisneros venisse esteso all’intera Chiesa Cattolica attraverso la sua canonizzazione, come è avvenuto per altri suoi illustri colleghi, quali Giuseppe Moscati o Riccardo Pampuri. Il prossimo Beato José Gregorio Hernández Cisneros ha infatti, a nostro parere, tutti i requisiti per essere proposto a tutti i fedeli come modello da seguire e come intercessore da invocare.

C’è però un aspetto che riguarda il culto di quest’uomo di Dio che, a nostro parere, deve essere preso in considerazione per evitare che ne soffra la sua vera immagine e, insieme, ne patisca la fede delle persone umili e semplici, oggetto particolare delle sue cure e della sua carità ed è l’uso che è stato fatto sino ad oggi della figura di questo grande medico cristiano da parte della Santeria (una forma di stregoneria, molto diffusa in Sudamerica, che richiede il sacrificio di animali e, in casi estremi, anche mutilazioni umane e “donazioni” da parte di chi presiede il rito).

Il dottor José Gregorio Hernandez è considerato infatti, dai cultori della Santeria, capo della “Corte medica”. Ciò ha generato grave confusione intorno alla figura di questo medico e ancor più ne produrrà nel popolo latinoamericano, se non verrà chiarita l’appropriazione indebita che essi hanno fatto della sua figura.

Per inquadrare meglio la questione, riteniamo opportuno dare un rapido sguardo alla gerarchia dello spiritismo venezuelano.

La Santeria ha ventuno “Corti spiritiche”, con a capo le tre grandi “potenze” dello spiritismo: Reina Maria Lionza, considerata a capo di tutte le Corti spiritiche e affiancata da Negro Felipe e Guaicaipuro.

santeria potenze spiritiche

Le statue delle tre “potenze spiritiche”.

Tra le ventuno Corti troviamo anche una “Corte medica” in cui la Santeria ha messo a capo abusivamente, dissacrandone la figura il dottor José Gregorio Hernandez. Per ottenere guarigioni e interventi, sia a livello fisico che spirituale, gli spiriti di questa Corte vengono invocati dalle sciamane, dai medium e dai maghi tramite sedute spiritiche e con dei rituali, nel corso dei quali vengono usate candele sia di colore bianco che verde (da essi precedentemente “consacrate” agli spiriti).  La sciamana o il medium o il mago chiede alla persona ammalata di portarle una bottiglia d’acqua, una di alcool, cotone, garze, la statua o l’immagine dello stesso dottore, lenzuola bianche, fiori (alcuni chiedono anche tabacco). Questi oggetti verranno da essi sottoposti a dei rituali nel corso dei quali li consacreranno agli spiriti e poi saranno riconsegnati alla persona ammalata con le seguenti istruzioni: preparare nella propria casa un altare in onore del dottor José Gregorio Hernandez sul quale depositare questi oggetti, eccetto le lenzuola che, invece, dovrà porre nel letto nel quale dormirà quella notte, che sarà la notte dell’“intervento”.  L’acqua e l’alcool dovrà depositarli sull’altare in un bicchiere. La mattina seguente, la persona che nella notte sarà stata “operata” dal dottor Gregorio, dovrà bere l’acqua che era nel bicchiere sull’altare.

La gente bisognosa, pensa che sia intervenuto veramente il dottore, esistito storicamente, che per permissione di Dio opera miracoli, ma in realtà sono intervenuti gli spiriti della Corte che operano pseudo guarigioni, chiedendo però allo sciamano, al medium o al mago di dare loro in cambio l’anima del “paziente”, senza che egli ne sappia nulla. Più precisamente la sciamana, il medium o il mago offrono e consacrano agli spiriti non solo gli oggetti che avevano chiesto di portare, ma anche la persona che si è rivolta a loro. E ciò a insaputa della persona stessa.

dottor José Gregorio Hernandez

Una immagine del dottor José Gregorio Hernandez

Come sappiamo, gli schiavi africani, al tempo della loro deportazione in Sudamerica, camuffarono gli spiriti in cui credevano con le immagini dei santi cristiani per poter proseguire le loro invocazioni e i loro riti agli spiriti. Un fatto analogo accade ora con la persona del dottor Josè Gregorio da parte di sciamani, maghi e medium.

Nelle immagini che riportiamo di seguito, apparentemente cristiane, sono rappresentate in realtà gli spiriti della Santeria africana, sotto forma di Santi e anche di Gesù.

santeria olofi

Anche quella che segue, apparentemente sembra una immagine sacra cattolica, perché sono rappresentati: Sant’Anna, la Vergine Maria, il Bambino Gesù, San Giuseppe, San Gioacchino. Sotto di essi è rappresentata una mano. Alla gente viene detto che è la mano di Cristo: in realtà è la mano delle cinque “potenze” dello spiritismo, ovvero di “cinque spiriti”. Si noti come l’agnello immolato è per terra, sottomesso a questa mano misteriosa; inoltre quasi tutti gli altri agnelli sono rivolti non verso Cristo ma verso la mano “miracolosa”.

santeria mano di dio

Davanti a questa immagine vengono proferite delle formule, che hanno come scopo di ottenere abbondanza di beni e anche protezione da ogni tipo di magia.

Quella che riportiamo, nell’immagine di seguito, è invece la stessa mano a forma di candela da usare nei diversi rituali di stregoneria. Alla gente viene però falsamente detto che è la mano di Cristo o di Dio.

santeria mano di dio rito

Le seguenti immagini sono presenti su internet e ci aiutano a comprendere come gli operatori dell’occulto usano la figura del dottor Josè Gregorio per circuire le persone umili e semplici.

santeria operatore

santeria potenze spiritiche 2

santeria potenze spiritiche 3

Servendosi di queste immagini, sciamane, medium e maghi ingannano il popolo dicendo di operare magia bianca o addirittura dicendo che Dio ha permesso che essi fossero mediatori tra il santo e le persone che si sono rivolte a loro. Sappiamo bene, però, che la magia è in assoluta antitesi con la fede cristiana e non esiste una “magia buona”.

Molte persone sono state irretite da questo mondo di stregoneria e spiritismo senza accorgersene.  In modo speciale descriviamo brevemente il caso di una suora che soffriva di diversi problemi di salute. Giacché sua madre era una sciamana e praticava la magia nera della Santeria venezuelana e tante altre forme di magia, invitò l’altra figlia a portarla in una “farmacia” per essere curata da un uomo che diceva essere un “fratello mediatore” tra il santo dottor Gregorio Hernandez e gli ammalati. Ella ricorda che, arrivando in quella presunta farmacia, c’erano tante statue e immagini come quelle che sono state riportate nelle immagini precedenti. Venne quindi invitata da quell’uomo a mettersi su un lettino ospedaliero e chiudere gli occhi, perché avrebbe pregato su di lei per ottenerle la guarigione.  La suora, non solo non è guarita, ma ha subito ulteriori danni sia a livello di salute fisica che spirituale, che ancora oggi le provocano grandi sofferenze.

Si consideri che quando la gente soffre e non ha le idee chiare e non ha una fede cristiana ben formata (e questo può incredibilmente accadere anche a una suora che ha un genitore sciamano), si fida di chiunque promette di ottenerle la salute e la guarigione e non si accorge che sta cadendo in una trappola del maligno.

È certo, pertanto, che gli operatori dell’occulto strumentalizzeranno enormemente la beatificazione del dottor José Gregorio per confondere ancora di più quei cristiani cattolici del Sudamerica, quasi analfabeti nella propria fede. E molti di essi, ingannati da sciamani, medium e maghi, faranno spiritismo senza saperlo, credendo di pregare un nuovo santo cattolico.

Sarebbe cosa molto conveniente che la Chiesa latinoamericana si preparasse a questo importante evento della beatificazione del dottor José Gregorio con una grande opera di purificazione dell’immagine della sua persona presentata dagli operatori dell’occulto, smascherando le loro falsità … solo così questa beatificazione sarà davvero un momento di grazia per tutta la Chiesa e non di ulteriore inciampo e confusione per le persone semplici.

Segnaliamo alcuni siti internet sui quali si possono trovare video con finte preghiere e rituali spiritici che vengono indirizzati al falso dottore:

https://www.youtube.com/watch?v=MkqgECHII7o

https://youtu.be/-tEDDIujRxg

https://youtu.be/_RfP5CTB26g

https://youtu.be/j4Vhbguhojw

Circa il culto di Maria Lionza, regina di tutte le Corti spiritiche, si può vedere invece:

https://youtu.be/lNafMgt9QLM

https://youtu.be/rWXv44h0tyY

Davanti alle agghiaccianti immagini delle automutilazioni del culto a Maria Lionza che sono una gravissima violazione della dignità umana e che si possono vedere in questi ultimi due link segnalati e davanti alla distorsione del vero culto al nostro prossimo beato, il Venerabile dottor José Gregorio Hernández Cisneros, non ci resta che affidare pertanto la Chiesa del continente latinoamericano allo Spirito Santo, perché la guidi e illumini in questo momento di preparazione e attesa…

[1] Si veda, al riguardo, l’intervista al Card. Becciu in http://www.causesanti.va/it/notizie/notizie-2020/intervista-al-card-becciu-sulla-beatificazione-di-jose-cisneros.html

[2] https://press.vatican.va/content/salastampa/it/documentation/cardinali_biografie/cardinali_bio_urosa-savino_jl.html

[3] «Su conducta se puede catalogar de vivencia heroica de las virtudes precisamente porque vivió intensamente unido a Dios. Esto es importante que lo destaquemos, pues muchas veces nos quedamos en señalar el exacto cumplimiento de sus tareas profesionales y sus deberes cívicos, y no destacamos suficientemente lo que constituye la esencia de la santidad: la viva unión con Dios, el seguir e imitar a Jesucristo intensamente en el cumplimiento de la divina voluntad. En una palabra, ser una mujer o un hombre de Dios. Así fue José Gregorio. Sin duda él fue un ciudadano ejemplar, un gran profesor, excelente investigador, médico certero y generoso, lleno de caridad. Pero también mucho más que eso: un hombre de Dios. Preparémonos, pues, en los próximos meses para celebrar su beatificación. Sintamos el deseo de imitarlo en la vivencia del amor a Dios, de nuestra fe cristiana y católica, con una intensa piedad, con la práctica religiosa, con la vivencia de los 10 mandamientos, con la escucha y cumplimiento de la Palabra de Dios. Ese es el camino hacia la santidad y la felicidad. José Gregorio fue, entre otras cosas, un hombre de Dios. ¡Imitémoslo!» https://conferenciaepiscopalvenezolana.com/cardenal-urosa-jose-gregorio-hernandez-fue-realmente-un-hombre-de-dios

Testimonianze circa l’uso dell’esorcismo di Leone XIII da parte di chi non ne ha ricevuto facoltà dalla Chiesa

Testimonianze circa l’uso dell’esorcismo di Leone XIII

da parte di chi non ne ha ricevuto facolta’ dalla Chiesa.

 

Testimonianza n. 1

Una volta venne da me una donna che sembrava soffrire di violenti attacchi demoniaci. Le preghiere di liberazione non le recavano alcun sollievo. Nel colloquio mi raccontò che, esortata da un sacerdote, recitava ogni giorno l’esorcismo di Leone XIII per perorare la liberazione della sua nazione dalle forze del male.

Le risposi che recitando quell’esorcismo aveva ingaggiato una lotta spirituale più grande di lei. Se lei attaccava il nemico, senza il mandato della Chiesa, doveva anche aspettarsi che il nemico «rispondesse al fuoco».

Ho usato un esempio per illustrare questo concetto.

Immagini di essere un soldato davanti al fronte nemico. Si trova senza alcuna protezione in pieno campo di battaglia. Ha lasciato la trincea e per sua iniziativa personale corre da sola con una mitragliatrice incontro al fronte nemico che avanza verso di lei con diversi carri armati. Pensa di poter abbattere i carri armati nemici con la sola mitragliatrice?

Cosa pensa che accadrà a lei? I carri armati nemici prenderanno la mira e la abbatteranno.

In che modo avrebbe dovuto quindi reagire? Il suo posto non è in prima linea. A lei spetta un altro compito: da un terreno sicuro, deve sostenere a modo suo i combattenti di prima linea. Se lei lavora lì, i combattenti di prima linea, che hanno una maggiore esperienza, saranno più forti, più protetti e con una maggior capacità offensiva da dispiegare al fronte.

Esprimo ora il concetto in modo analogo: se lei recita l’esorcismo di Leone XIII, si schiera sul fronte di battaglia e ingaggia una lotta solitaria contro le forze del demonio. Ma questa lotta non è un gioco: il nemico è reale e al tempo stesso non innocuo, come scrive l’apostolo Paolo: «Poiché non abbiamo a combattere contro carne e sangue, ma contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti maligni che sono nei luoghi celesti» (Ef 6,12). Lei combattendo nel posto che non le compete, rischia grandemente perché affronta un nemico che è più forte di lei da una posizione in cui può essere facilmente sconfitta.

Quindi, cosa deve fare?

«Nella battaglia spirituale dobbiamo applicare gli stessi principi di una guerra terrena. I combattenti di prima linea nell’esercito di Dio, sono i Vescovi e i Sacerdoti esorcisti. Hanno un equipaggiamento diverso e godono di una speciale di protezione di tutta la Chiesa.

Lei è una semplice fedele e non può attaccare direttamente e personalmente il nemico con armi che non sono destinate a lei. Non può recitare quindi l’esorcismo di Leone XIII che è un sacramentale della Chiesa e nel quale si usa una forma imperativa nei confronti del demonio che solo i Vescovi e i Sacerdoti che ne hanno ricevuto autorizzazione dai propri Vescovi Ordinari possono usare.

Sostenga i combattenti di prima linea con le sue preghiere. Preghi Dio perché sconfigga il nemico. Si accontenti di recitare la preghiera a san Michele Arcangelo e lo supplichi di lottare per noi contro il nemico. E preghi la Beata Vergine Maria, vincitrice di tutte le battaglie di Dio, che porterà alla vittoria. Reciti il Rosario. Si confessi e partecipi alla Santa Messa regolarmente, e cerchi di vivere la sua vita cristiana mantenendosi salda nella fermezza della fede. Questo è il suo posto nella lotta spirituale».

Di lì a poco, questa donna tornò da me per raccontarmi che stava già molto meglio e non molto tempo più tardi mi riferì che i fenomeni di cui mi aveva parlato erano scomparsi.

Ho così imparato che il documento del 29 settembre 1985 redatto dal Cardinale Ratzinger, rappresenta un grande aiuto per alcuni credenti per evitare che si espongano con negligenza o incautamente agli attacchi del demonio ritenendo erroneamente, anche se con le migliori intenzioni, che usando l’esorcismo di Leone XIII possano liberare il mondo dalle potenze del male. Quando il Cardinale Ratzinger vieta ai fedeli di recitarlo, intende quindi proteggerli e difenderli dagli attacchi del nemico, per loro imprevedibili.

Nei casi summenzionati, è stato per me un valido aiuto porre la seguente domanda: «A chi volete obbedire: a un Sacerdote che vi dice che potete usare l’esorcismo di Leone XIII per combattere il demonio o all’Autorità della Chiesa che ve lo vieta?». Questa domanda ha aiutato numerose persone a liberarsi da un grande peso.

(Don Martin Ramoser)

 

Testimonianza n. 2

Per motivi di riservatezza manteniamo l’anonimato dell’autrice della presente testimonianza e omettiamo quei riferimenti che permetterebbero di identificarla.

 

Reverendo Padre Francesco Bamonte, ho seguito la vicenda circa l’uso dell’esorcismo di Leone XIII e spero con queste poche righe di aiutare tutti a riflettere.

Vorrei con molta semplicità e umiltà, ma soprattutto nella verità, condividere la mia esperienza di vita.

Il dono della vita mi è stato dato da Dio in un paese dell’America Latina e oggi sono una Consacrata nella Vita Religiosa. Come è ben risaputo, in tante zone di questo bellissimo continente si pratica largamente la stregoneria, la magia nera, la santeria, lo spiritismo e tante altre pratiche esoteriche.

Sono nata in una famiglia nella quale si esercitava tranquillamente la magia nera, lo spiritismo e addirittura erano stati realizzati patti con il demonio: uno lo aveva fatto la mia nonna materna, un altro mio padre. Sono nata e cresciuta in questa realtà aberrante, come se fosse la cosa più normale del mondo. All’età di 5 anni ho subito la prima violenza sessuale, in un rituale di iniziazione -con profanazione dell’Eucaristia- al quale fui costretta a partecipare e a cui ne seguirono molti altri per 5-6 anni.

Sin dall’inizio fui considerata la prescelta, l’ “eletta”, colei che alla morte della nonna avrebbe dovuto continuare le sue opere di stregoneria. Dato l’ambiente familiare nel quale vivevo imparai gradualmente, come se fosse un fatto del tutto normale l’uso del pendolino, della tavola ouija per evocare i defunti, la consacrazione dei bambini agli spiriti nel ventre delle donne in gravidanza, come fare malefici e tante altre cose di questo genere.

Nella mia classe ero l’unica bambina a non aver ricevuto il Battesimo e questo, spesso, diventava per me motivo di disagio, perché mi sentivo diversa dagli altri alunni. Cominciai a desiderare di ricevere il Battesimo, ma senza manifestarlo ai miei genitori. Il desiderio del Battesimo, però, era motivato anche da un sincero sentimento d’amore che stava crescendo nel mio cuore nei confronti di Gesù e dal desiderio di diventare cristiana, entrando a far parte della Chiesa.

Un giorno -avevo 6 anni- seppi di un grande raduno organizzato da un sacerdote in una parrocchia, un po’ distante dalla mia. In quella occasione sarebbero state battezzate tante persone, bambini e adulti.

Celebrazioni collettive di Battesimi, amministrati ad adulti e a bambini, circa 40 anni fa erano molto usuali in alcune zone del Sud America, da parte di sacerdoti missionari, proprio perché il Sud America era considerata da loro “terra di missione”.

All’insaputa dei miei genitori e di mia nonna, riuscii a convincere il cugino di mio padre e sua moglie ad accompagnarmi a quel raduno, dove chiunque, non battezzato (sia i bambini portati dai genitori, sia gli adulti), poteva ricevere questo sacramento, senza alcuna preparazione previa e senza nemmeno che il parroco lo conoscesse.

Al momento del Battesimo, che si svolse in una cattedrale (che era anche chiesa parrocchiale), mi confusi con tutti gli altri battezzandi e ricevetti anch’io, con grande gioia, il sacramento. Mio cugino e la moglie mi fecero da padrino e madrina.

Al termine della celebrazione tutti i battezzati venivano censiti nel registro parrocchiale dei Battesimi.

Dopo il Battesimo, cominciai a frequentare spontaneamente la Santa Messa festiva nella mia parrocchia, ma vi andavo da sola, perché i miei genitori non vi partecipavano. Dopo un anno circa volli iniziare il cammino di preparazione alla Prima Confessione e alla Prima Comunione, che ho ricevuto all’età di 9 anni. I miei genitori non parteciparono alla Messa in cui ricevetti la Prima Comunione e non permisero che io fossi festeggiata da alcuno. Nonostante ciò, da quel momento cominciai a sentire nel mio cuore un amore sempre più grande per Gesù; e, sebbene continuassi a essere coinvolta nella realizzazione delle pratiche magiche, provavo un disagio crescente, ogni volta che le facevo. Mi sentivo, al contempo, attratta dalle attività parrocchiali e, all’età di 10 anni, mi resi disponibile per aiutare alla mensa dei poveri e al dispensario farmaceutico della parrocchia. Entrai anche a far parte del coro parrocchiale.

Il senso di disagio crescente, che sentivo nei confronti delle pratiche magiche, giunse a un punto tale che, all’età di 11 anni, rinunciai definitivamente ad esse. Nel mio cuore entrò in abbondanza la pace e la serenità, che scaturiscono dal sentirsi accolti, amati e perdonati da Dio. Contemporaneamente, però, in seguito al mio rifiuto di prestarmi ancora alle pratiche magiche e ai riti di stregoneria, si scatenò una fortissima reazione da parte dei miei familiari, che si manifestò in un continuo tentativo di farmi desistere dalla scelta fatta: mi parlavano sempre del demonio come di un “buon amico”, al quale si doveva obbedire; lui, in cambio, mi avrebbe fatto dono di tante cose, compresa la salute. Dovevo solo consegnargli continuamente la mia anima e servirlo fedelmente. Mi rifiutai decisamente e, insieme alle persecuzioni familiari, si aggiunse quasi subito una guerra aperta e tremenda nei miei confronti da parte del demonio, che di notte mi assaliva con vessazioni fisiche: cercava di soffocarmi, mi bloccava nel letto; oppure mi procurava un peso tremendo sul petto, tanto che mi sentivo schiacciare; mi appariva sotto forme mostruose e mi diceva che ero sua e non mi avrebbe mai lasciata; altre volte provocava forti rumori in casa per impedirmi di dormire. Reagivo con la preghiera e, dopo una lotta estenuante, finalmente desisteva. Potrei raccontare ancora tante altre cose che mi rendevano la vita assai difficile, però ritengo che non sia qui né il luogo né il momento adatto. È importante, però, sapere che nel frattempo ero diventata catechista dei piccoli e nel mio cuore cominciò a manifestarsi il desiderio di donarmi totalmente a Gesù nella Vita consacrata, in un Istituto religioso. Tale desiderio si realizzò all’età di 17 anni, quando entrai nell’Aspirandato di un Istituto religioso. Per la mia famiglia fu una vergogna, un disonore, un’onta che ancora oggi desiderano farmi pagare, operando rituali di maledizione contro di me. Questo gesto, infatti, fu considerato anche un sacrilegio, ed essi, nei loro riti, mi offrono continuamente a satana, chiedendogli tutto il male possibile nei miei confronti. Sono trascorsi 23 anni da allora: nel frattempo sono diventata Suora, consacrandomi per sempre a Gesù con la professione perpetua dei voti religiosi. Attualmente offro a Lui l’esperienza di continui malesseri fisici -che i medici non sanno diagnosticare- e di visite notturne del maligno, che prosegue a tormentarmi con le sue vessazioni. La preghiera e gli esorcismi della Chiesa mi sono però di grande aiuto in questa lotta.

Mi chiederete: che c’entrano queste cose con l’uso dell’esorcismo di Leone XIII?

Vi narro un fatto che, a mio parere, dimostra come non possiamo sfidare il demonio con iniziative personali o con armi che la Chiesa mette solo nelle mani dei Vescovi e di Sacerdoti che ne hanno ricevuto legittima facoltà dai propri Vescovi.

Nella casa di mia nonna si svolgevano messe nere e rituali in cui venivano sacrificati animali e profanate le Ostie consacrate che si procurava tramite dei bambini che le portavano via di nascosto al momento della distribuzione eucaristica e che ella ricompensava con denaro (a quest’ultima nefandezza della nonna io non mi sono mai voluta prestare, nonostante me lo avesse chiesto più volte). Un giorno alcuni di questi fatti che accadevano in casa di mia nonna arrivarono alle orecchie del nuovo parroco, giovane e inesperto. Senza preavviso, si presentò immediatamente in casa di mia nonna con un secchiello di acqua benedetta e l’aspersorio in mano. «Cosa fate in questa casa? Adesso ci penso io!», esclamò l’ingenuo sacerdote. Mia nonna lo lasciò entrare, gli permise di benedire e di fare tutte le sue preghiere. Alla fine, con un sorriso perfido, gli domandò come stavano i suoi parenti e gli raccomandò di salutarli. Il parroco era appena giunto in canonica, quando ricevette una telefonata: veniva informato che suo padre, recatosi in campagna, non era più tornato ed era introvabile. Trascorsero sei giorni di inutili ricerche, quando fu ritrovato morto. Sul terreno e sul suo corpo vi erano evidenti tracce di un rituale satanico. Eppure, in quel luogo, coloro che erano alla sua ricerca erano passati in precedenza diverse volte, ma non avevano notato nulla. Il giovane parroco, poco tempo dopo, cadde in una tremenda depressione e dovette essere rimosso dalla guida della parrocchia.

Vengo ora a me. Da anni sono sottoposta regolarmente ad esorcismi per essere aiutata nelle continue vessazioni del maligno, che sperimento nella mia carne e so quanto sono delicate e umilianti le cose che possono venire alla luce o accadere durante un esorcismo.

Immagino, anzitutto, i possibili traumi psicologici che ne conseguirebbero se l’esorcismo fosse qualcosa che ogni persona, senza aver ricevuto una preparazione adeguata e senza che sia stata verificata la sua capacità ad assumersi un tale compito, facesse senza un mandato espresso da parte della Chiesa.

Inoltre, temo, per la mia esperienza, che si aprirebbero delle porte, attraverso le quali queste persone sarebbero attaccate in maniera molto forte dal demonio, divenendo a loro volta sue vittime e bisognose anch’esse di esorcismi.

Spesso, infatti, giungono alle Comunità monastiche richieste di preghiere in favore di persone sottoposte a esorcismi da Sacerdoti autorizzati. Queste richieste danno molto fastidio ai demoni, i quali cercano di vendicarsi su quelle Comunità e non è raro che Dio, per i fini misteriosi della sua Provvidenza, a volte permetta delle loro azioni di disturbo. Ora, se questi “disturbi” si verificano quando si fanno semplici preghiere quotidiane nelle quali si affidano le persone tormentate dal maligno alla Madonna e si offrono per loro sacrifici giornalieri, mi chiedo che cosa potrebbe accadere se qualcuno, senza godere della protezione assicurata da un mandato ufficiale della Chiesa, cominciasse a fare esorcismi, anche senza rivolgersi direttamente al demonio, ma semplicemente invocando l’aiuto di Dio servendosi di quelle che nel rito degli esorcismi della Chiesa sono definite “formule deprecative!”.

Nel mandato ricevuto dal Sacerdote esorcista scorgo la figura materna della Chiesa, che non abbandona mai i suoi figli e vi vedo la cura e la preghiera di tutta la Chiesa: non del singolo che opera in maniera privata e autonoma, ma l’unità e la forza della comunione ecclesiale.

Affido alla Madonna queste poche righe, che spero possano servire al bene di tante anime, nel desiderio che questo bene possa in qualche modo ridondare anche per la salvezza dei miei famigliari, ai quali ho sempre perdonato e di cuore perdono. Con questa intenzione concludo con l’antica preghiera per mezzo della quale i primi cristiani chiedevano l’intervento della Madre celeste:

Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio,

Santa Madre di Dio, non disprezzare le suppliche

di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo,

o Vergine gloriosa e benedetta.

 

 

A.I.E. ITALIA Segreteria – Come ricevere la comunione spirituale

Pace e bene.

            Stiamo attraversando un delicato tempo di sofferenza fisica e spirituale causata dall’epidemia che attanaglia l’umanità. Non poter essere insieme ad altri per non favorire il contagio, ci impedisce anche di poter ricevere i Sacramenti necessari alla nostra vita di cristiani. Essi infatti ci permettono di incontrare l’azione di Dio ed avere conforto spirituale.

           La Segreteria Italiana dell’Associazione Internazionale Esorcisti, per rispondere alla richiesta di poter incontrare il Signore Gesù, desidera offrire un piccolo aiuto ai fratelli e sorelle laici, rammentando loro la preghiera per la comunione spirituale assunta dalla tradizione della Chiesa e formulata da Sant’ Alfonso Maria de Liguori.

Possiamo ricevere Gesù spiritualmente nella comunione di desiderio, una volta veramente pentiti dei peccati (se si può dopo essersi confessati, altrimenti col deciso proposito di confessarsi appena possibile).

Sant’Alfonso spesso ricorreva alla comunione spirituale, al pari di tanti altri Santi come Tommaso d’Aquino, Francesco di Sales, Caterina da Siena, Josemaría Escrivá e Margherita Maria Alacoque. Secondo lo stesso San Tommaso, questa pratica, autorevolmente confermata dal Concilio di Trento, consiste in un desiderio ardente di ricevere Gesù sacramentato e in un abbraccio amoroso, come già fosse ricevuto. «Non posso ricevere la Santa Comunione così spesso come lo desidero – ripeteva Santa Teresa di Gesù Bambino – ma, Signore, tu non sei l’Onnipotente? Rimani in me, come nel tabernacolo, non allontanarti mai dalla tua piccola ostia».

In comunione con Gesù e uniti alla Chiesa preghiamo:

“Gesù mio, io credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento.

Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia.

Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente,

vieni almeno spiritualmente nel mio cuore.

(piccola pausa di silenzio e raccoglimento)

Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a te;

non permettere che mi abbia mai a separare da te”. Amen.

Sant’ Alfonso Maria de Liguori

L’esorcista contro la t-shirt con satana di madonna: “Insulto blasfemo a ciò che hanno di più sacro migliaia di malati”

Pubblicato su «La Stampa» l’8 aprile 2020 [1].

Intervista di Giacomo Galeazzi a don Aldo Buonaiuto.

madonna maglietta satana

La cantante Madonna indossa una maglietta con il diavolo in croce al posto di Gesù mentre lancia una raccolta fondi per la pandemia. «Strumentalizza e offende la fede», stigmatizza don Aldo Buonaiuto, responsabile del Servizio Antisette della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Nell’appello della raccolta fondi per la pandemia, Madonna indossa nella settimana santa una maglia con Satana in croce al posto di Gesù, suscitando proteste nel mondo cattolico. “Un gesto offensivo e irridente compiuto a Pasqua e con migliaia di innocenti crocifissi dal coronavirus”, afferma l’esorcista don Aldo Buonaiuto, responsabile del Servizio Antisette della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Satana al posto di Gesù. Qual è il significato di questa provocazione di Madonna?

“Sono tentativi di strumentalizzare la fede per attirare l’attenzione mediatica. È la stessa cantante che si è fatta crocifiggere sul palco dello stadio Olimpico durante un concerto a Roma. Stamattina poi ha invocato Dio di proteggere l’Italia, mentre da Youtube rimbalza in tutto il mondo la sua immagine con la t-shirt blasfema. Ancora una volta questa signora offende e insulta il sentimento religioso di miliardi di cristiani e in più lo fa in un momento tragico nel quale l’unità e la condivisione dei valori devono avere un ruolo fondamentale nella resistenza all’emergenza sanitaria”.

A quale messaggio si riferisce?

“In una situazione difficilissima nella quale c’è bisogno di testimoni credibili proprio oggi il Papa ha richiamato la figura eroica di Enea per esortare l’umanità a prendere le proprie radici culturali e religiose per andare oltre la pandemia superando insieme l’emergenza. Tutto il contrario di quanto fanno coloro che strumentalizzano la fede per scandalizzare e umiliare il sentimento religioso individuale e collettivo, come è nell’etimologia stessa della parola “diavolo”, cioè il separatore, colui che provoca divisione”.

Perché ora ritiene più grave il gesto di Madonna?

“In questo momento sulla croce ci sono molte migliaia di ammalati a causa del coronavirus. È in atto una strage degli innocenti che fino all’ultimo respiro hanno accanto il volto luminoso e autentico di Gesù, rimasto accanto a loro mentre l’emergenza sanitaria tiene lontani i loro affetti più cari. Morire senza la vicinanza e il sostegno della propria famiglia è atroce. Sfregiare addirittura nella settimana santa il simbolo fondante del cristianesimo e del bimillenario umanesimo che ne è scaturito è tanto più deprecabile quando lo si fa ancora una volta per incassare un attimo di visibilità beffandosi di quanto c’è di più sacro nel cuore della gente”.

Nel videomessaggio, però, Madonna raccoglie fondi per la pandemia…

“Come ci insegna la sociologia della comunicazione, il mezzo è il messaggio. Se si promuovere una condivisibile campagna ma lo si fa calpestando l’altrui sensibilità religiosa si contraddice la finalità stessa dell’iniziativa. E ciò smaschera le reali intenzioni che hanno nell’animo coloro che fomentano in questo modo le divisioni. Al contrario sono la condivisione, l’amore e il rispetto le vere testimonianze di chi credibilmente può far sentire tutta la propria vicinanza alle persone più esposte a questa tremenda prova collettiva che stiamo vivendo nel mondo intero. Sono i più fragili ad essere crocefissi dalla pandemia e loro meritano la nostra attenzione non le solite velleità mediatiche di incalliti provocatori al servizio del dio denaro e dell’ossessiva bulimia di celebrità”.

[1] https://www.lastampa.it/topnews/primo-piano/2020/04/08/news/coronavirus-l-esorcista-contro-la-t-shirt-con-satana-di-madonna-insulto-blasfemo-a-cio-che-hanno-di-piu-sacro-migliaia-di-malati-1.38694443

La Vergine Maria e il diavolo negli esorcismi

DEMONOLOGIA OGGI: 

FONDAMENTI TEOLOGICI E ASPETTI PRATICI  

Convegno Internazionale

 Blaj, Sede della Facoltà, Piața 1848, nr. 1

Venerdì 18 ottobre 2019

 

LA VERGINE MARIA E IL DIAVOLO NEGLI ESORCISMI

Relazione di padre Francesco Bamonte, esorcista nella diocesi di Roma e presidente dell’Associazione Internazionale Esorcisti

 

Saluti

Porgo un caro e fraterno saluto agli organizzatori di questo Convegno sui fondamenti teologici e aspetti pratici di demonologia e li ringrazio di avermi invitato a offrirvi una relazione che, a motivo dei miei numerosi impegni di questi giorni, vi presenterò tramite questo collegamento via Skype.

Porgo un caro e fraterno saluto anche al Cardinale Lucian Muresan, al Vescovo Claudio Lucian Pop, ai relatori e a ciascuno di voi, che siete intervenuti a questo Convegno. Auspico che questo evento possa contribuire efficacemente a ripristinare un vero interesse per le tematiche proposte, la cui esclusione, dal programma degli studi teologici, ha provocato gravi ripercussioni anche sul piano pastorale.

Presentazione dell’Associazione Internazionale Esorcisti

Come concordato con il professor Alberto Castaldini e il professor William Bleizzifer, prima di descrivere la mia esperienza mariana nel ministero degli esorcismi, vi presento l’Associazione Internazionale Esorcisti [A.I.E.] che è stata fondata a Roma il 30 giugno 1994 da don Gabriele Amorth in collaborazione con il Sacerdote esorcista francese padre René Chenessau. Configuratasi nella Chiesa come associazione di fatto sin dalla fondazione, dopo venti anni di cammino, il 13 giugno 2014, con Decreto della Congregazione per il Clero, l’Associazione Internazionale Esorcisti, ha ricevuto l’approvazione degli Statuti e il riconoscimento ufficiale da parte della Santa Sede come associazione privata internazionale di fedeli con personalità giuridica, a norma del can. 322 § 2 del Codice di Diritto Canonico.

Come riportato all’Art. 3 degli Statuti, gli obiettivi dell’Associazione Internazionale Esorcisti, sono:

  • 1 promuovere la prima formazione di base e la successiva formazione permanente degli esorcisti;
  • 2 favorire gli incontri tra gli esorcisti soprattutto a livello nazionale e internazionale, perché condividano le proprie esperienze e riflettano insieme sul ministero loro conferito;
  • 3 favorire l’inserimento del ministero dell’esorcista nella dimensione comunitaria e nella pastorale ordinaria della chiesa locale;
  • 4 promuovere la retta conoscenza di questo ministero nel popolo di Dio;
  • 5 promuovere studi sull’esorcismo nei suoi aspetti dogmatici, biblici, liturgici, storici, pastorali e spirituali;
  • 6 promuovere una collaborazione con persone esperte in medicina e psichiatria che siano competenti anche nelle realtà spirituali.

La formazione iniziale e permanente dei Sacerdoti esorcisti, viene realizzata dall’Associazione Internazionale Esorcisti, mediante:

  1. un «Corso fondamentale iniziale sul ministero dell’esorcismo»;
  2. un «Convegno» annuale (nazionale negli anni dispari e internazionale negli anni pari);
  3. un sussidio formativo quadrimestrale: “Quaderni AIE” che riporta approfondimenti, aggiornamenti, studi e articoli sul ministero degli esorcismi, nei suoi vari aspetti;
  4. una “Lettera Circolare” a cura del Presidente, trasmessa varie volte durante l’anno con informazioni e avvisi vari riguardanti la vita dell’Associazione;
  5. gli Atti dei Convegni annuali.

 

Circa la formazione iniziale per i nuovi Sacerdoti esorcisti e per i Sacerdoti candidati al ministero degli esorcismi, l’Associazione Internazionale Esorcisti organizza un Corso che ha lo scopo di:

  • offrire loro principi ben fondati e degli indirizzi sicuri di comportamento nell’esercizio del loro ministero preservandoli da errori di teoria e di prassi;
  • conseguire una capacità di discernimento accurato dei casi in esame;
  • imparare a soccorrere adeguatamente con il ministero dell’esorcistato, coloro che sono soggetti all’azione straordinaria del demonio e guidarli ad acquisire le disposizioni necessarie per conseguire la liberazione.

L’Associazione Internazionale Esorcisti ha concluso nell’aprile 2019 l’iter di preparazione di un importantissimo testo dal titolo «Linee Guida per il ministero dell’esorcismo». Data la vastità e la delicatezza della materia trattata, la redazione del testo ha richiesto molto tempo e parecchio lavoro.

Il Dicastero della Congregazione per il Clero, al quale avevamo sottoposto il testo, lo ha esaminato, avvalendosi anche dell’apporto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e della Congregazione per la Dottrina della Fede, sulla base delle rispettive competenze.

Le «Linee Guida» potranno contribuire alla formazione iniziale dei candidati al ministero di esorcista tutte le volte che i loro Ordinari riterranno bene servirsi della nostra Associazione per assicurare loro principi ben fondati e indirizzi sicuri di comportamento nell’attuazione di questo delicato e difficile servizio ecclesiale che non consiste solo nell’azione liturgica dell’esorcismo, ma anche nell’apprendere quei criteri di discernimento fondamentali, per capire se i disturbi, i fenomeni, i sintomi, le manifestazioni, i disagi e le sofferenze esposte da alcuni fedeli necessitano del ministero dell’esorcismo, sia per accompagnarli – qualora essi avessero effettivamente bisogno dell’intervento degli esorcismi – con i consigli necessari ad acquisire quelle disposizioni interiori necessarie per giungere alla liberazione.

L’Associazione Internazionale Esorcisti Durante organizza il «Convegno internazionale degli esorcisti» che si svolge ogni due anni in Italia, a Roma, negli anni pari. I sacerdoti esorcisti possono così approfondire la loro formazione personale ascoltando relatori di grande esperienza nel campo pastorale dell’esorcismo, condividere le proprie esperienze, chiedere consiglio ai più esperti fra di loro, scambiarsi notizie, stringere una più stretta fraternità sacerdotale nel loro specifico ministero e vivere momenti di preghiera in comune, tutto con il fine di aiutarsi e sostenersi l’un l’altro nel ministero esorcistico e per andare incontro in maniera adeguata ai fratelli e sorelle afflitti da una particolare azione del maligno.

Un aspetto rilevante che l’Associazione Internazionale Esorcisti si impegna a promuovere è il consolidamento e la crescita di un sano e doveroso rapporto di dipendenza dell’esorcista dal proprio Vescovo e dalla Gerarchia episcopale.

Nessun ministero, come quello dell’esorcistato, richiede di essere svolto nella piena comunione ecclesiale. Questa comunione si esprime soprattutto in un rapporto fiducioso e sereno con il proprio Vescovo diocesano.

Un altro ambito che l’Associazione Internazionale Esorcisti promuove è quello di favorire le condizioni necessarie affinché l’esorcista trovi nei propri confronti un Presbiterio solidale, amorevole e comprensivo, così che egli non si senta isolato e si possa realizzare una collaborazione fruttuosa tra lui e gli altri confratelli Sacerdoti della diocesi.

L’Associazione Internazionale Esorcisti ha tra i suoi scopi, secondo l’Art. 3 § 4, quello di promuovere la retta conoscenza del ministero dell’esorcismo nel popolo di Dio, curando un blog destinato sia ai comunicati ufficiali alla stampa sia a catechesi e articoli che -fra tante pubblicazioni dubbie e inattendibili presenti sull’argomento in internet- offrano ai fedeli cattolici riferimenti sicuri sui temi correlati al contenuto della Rivelazione e della dottrina della Chiesa riguardo il confronto tra la fede cristiana e il mistero del male nel mondo e nella vita dell’uomo. L’indirizzo è: aiepressoffice.com

Stiamo anche curando la realizzazione di un film-documentario che mostri il vero volto del ministero esorcistico, inteso e praticato nell’ambito della Chiesa Cattolica. Si tratta di un’opera che, contribuirà a restituire dignità al delicato e difficile servizio di esorcisti, fugando malintesi, preconcetti ed errori, che troppo spesso circolano su di esso perfino in campo ecclesiale, e, insieme, a mostrarne tutta la validità e necessità per il nostro tempo così tribolato.

Aprendo il link, https://www.sinesolecinema.com/portfolio-item/libera-nos/

oltre a una descrizione del progetto, si può anche prendere visione del Trailer ufficiale del film-documentario.

La mia esperienza mariana di esorcista

Secondo l’elenco del programma di questo Convegno che mi è stato inviato, dopo la mia relazione don Matteo De Meo parlerà dell’esorcismo nel rito latino e don William Bleizferr parlerà dell’esorcista e dell’esorcismo nella disciplina canonica della Chiesa. A me è stato chiesto di parlarvi invece di quel particolare e affascinante aspetto dell’esorcismo che è la presenza e l’intervento materno della Vergine Maria durante il ministero degli esorcismi.

La prima cosa che mi colpisce, nell’esercizio del ministero dell’esorcismo, è il confronto tra l’azione del demonio, da una parte e quella di Dio dall’altra. Il demonio è prepotente, la sua furia distruttiva lo rende appariscente e sembra assorbire tutta la nostra attenzione; l’azione di Dio, invece, è nascosta, silenziosa, risanante, ma è quella che, alla fine, se si persevera, risulta efficace e vigorosa, imponendosi in modo invincibile. Mi consola grandemente, all’interno di questa esperienza, toccare quasi con mano l’intervento e l’azione materna della Madonna, la sua incessante e quasi tangibile presenza e protezione, ulteriore prova dell’insanabile conflitto tra Lei e le forze avverse del male. Gli atteggiamenti  e le reazioni dei demoni attestano la verità delle parole che Dio rivolse a Satana: «Porrò inimicizia tra te e la Donna tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Gen 3,15) e confermano la materna intercessione  della Vergine, che, con amorevole e speciale sollecitudine e con immensa tenerezza di Madre, interviene accanto ai suoi figli sofferenti, lottando per essi e con essi contro Satana[1].

Preservata da ogni macchia di peccato sin dal primo momento della sua esistenza, la Vergine Maria è stata, è e sarà sino alla fine dei tempi la prima alleata di Dio e dell’uomo contro Satana e il male, coinvolta come nessun’altra creatura umana e angelica in tale lotta. Il suo è un ruolo unico, singolare e speciale.

Questo ruolo emerge in tutta la sua portata proprio durante il ministero degli esorcismi quando i demoni, urlando, si rivolgono a Lei con odio indicibile e, senza osare chiamarla per nome, se non rarissime volte, la apostrofano con tono sprezzante, dicendo: «quella», oppure «lei» aggiungendo un cumulo di volgarità e d’ingiurie contro la sua persona. Ma la santità e lo splendore di Maria la pongono così in alto tra tutte le creature, umane e angeliche, che spesso i demoni sono costretti a elogiarla per la grandezza, la potenza e il fulgore divino che splende in Lei. Questi momenti sono straordinariamente toccanti, perché i demoni, trovandosi accecati da così tanto splendore, che per essi è dolorosissimo, sono obbligati a testimoniare la dignità straordinaria della Madre di Dio tra tutte le creature umane e angeliche, ad affermare tutta la verità su di Lei e ad ammettere la loro completa impotenza di fronte ai voleri di Colei che, Dio, onnipotente per natura, avendola proclamata Regina dell’universo, ha reso onnipotente per grazia. C’è allora un curioso alternarsi di espressioni sprezzanti e volgari e di catechesi e lodi, che loro malgrado, i demoni sono costretti a pronunciare sulla Vergine Maria, con grandissimo disgusto.

Naturalmente, questo non aggiunge nulla a quello che già sappiamo e crediamo; tuttavia, per noi è estremamente consolante ed edificante constatare, in maniera così evidente, la validità e la forza delle verità della nostra fede a proposito della Vergine Maria, della sua santità incommensurabile e dei dogmi che la riguardano e riconoscere come Ella vince i demoni non con la violenza, né con discorsi persuasivi, ma con la sua umiltà e santità, con il suo essere tutta di Dio, e quindi in netto e assoluto contrasto al loro essere e al loro agire malefico.

Un giorno, durante un esorcismo il demonio disse urlando: «Io odio l’umiltà e odio tutti coloro che lo sono, Lei per prima! La sua umiltà mi umilia più che la potenza di Lui» (dicendo “Lui” si riferiva a Dio e dicendo “Lei” si riferiva alla Madonna). E aggiunse: «Lei non ha smesso un attimo di essere così stupidamente umile. Quanto non la sopporto! Quanto non la sopporto! Anche ora che è stata incoronata, che è la regina e ha intorno a sé angeli, arcangeli, serafini, è tra tutti sempre la più umile!».

Molti santi c’insegnano che la preghiera mariana è un’arma potente contro il demonio. Anche la nostra esperienza di esorcisti testimonia ad esempio che quando tra un esorcismo e l’altro preghiamo il Santo Rosario, il demonio inveisce violentemente persino contro la corona che abbiamo fra le mani, che definisce «catena maledetta, con la Croce in fondo» e io invece ripeto ogni volta la bella espressione del beato Bartolo Longo: «O catena dolce che ci unisci a Dio». Una volta, mentre il demonio -tramite la persona da lui posseduta- cercava di strapparmi dalle mani la corona del Rosario, esclamò con rabbia: “Chi si aggrappa a questa catena non si perderà mai”. Il demonio sa benissimo che il Rosario è una efficace pregheria che ci affida all’intercessione potente di Maria e ottiene la grazia che ci salva.

Un’altra volta, mentre stavo mettendo la corona del Rosario al collo di una persona posseduta, il demonio gridò, tentando di fermarmi: «Togli quelle rose: puzzano, puzzano quelle rose!». E io istintivamente ho detto: «Dove sono quelle rose?». E il demonio: «Le hai buttate sopra di lei! (si riferiva alla persona posseduta)». Quella persona, dopo l’esorcismo, mi ha riferito di non ricordare nulla di quello che le era accaduto, eccetto che, a un certo momento, si era sentita come avvolta da una corona di rose.

Un altro aspetto mariano che mi colpisce, durante gli esorcismi, negli atteggiamenti e nelle espressioni dei demoni, è il loro temere e odiare terribilmente l’offerta che facciamo di tutto noi stessi a Dio, per amore, in particolare se fatta in spirito di riparazione dei nostri peccati e dei peccati degli altri, porgendo previamente questa offerta nelle mani di Maria, affinché sia Lei stessa a presentarla a Dio. Ho sperimentato frequentemente la forza di tale offerta. Mi è capitato spesso, infatti, sia nel corso degli esorcismi, sia nel mio ministero sacerdotale, mentre ero a colloquio con la persona posseduta e le insegnavo come si vive l’offerta di sé a Dio, che il demonio, fino a quel momento nascosto, all’improvviso si manifestasse infuriato, poiché non sopportava che facessi tale catechesi. La stessa cosa accade quando, durante l’esorcismo, invito la persona – se è in grado di sentirmi – di offrire nel suo cuore a Dio, per le mani della Vergine, ciò che sta soffrendo: sempre, il demonio, a questo punto, s’infuria grandemente. Non sopporta questa offerta, che è per lui una grande sconfitta, perché quel male che lui ha fatto si trasforma in un bene per quella persona e per tante altre. Questa esperienza conferma dunque, con chiarezza, che tale offerta a Dio è un mezzo efficacissimo, non solo per sottrarre ai demoni i corpi da loro posseduti, ma anche – e soprattutto – per strappare ai loro artigli tante anime che vivono nel peccato.

Ho descritto diffusamente la mia esperienza personale sull’aspetto mariano degli esorcismi nel volume: “La Vergine Maria e il diavolo negli esorcismi” che ho pubblicato nel 2010 ed è stato successivamente tradotto in varie lingue tra cui il rumeno. Quindi rimando alla lettura di quel volume chi vorrà conoscere più ampiamente questa mia esperienza che in questa sede del Convegno, per motivi di tempo ho potuto descrivervi brevemente.

Con questo libro ho voluto unirmi al corteo delle anime di ogni tempo, innamorate della Vergine Maria, e spronare tutti a ricorrere con grande fiducia alla sua intercessione materna, in particolare mediante la conoscenza e l’esperienza dell’affidamento al suo Cuore Immacolato, al fine di cooperare con Lei, nella lotta che conduce con Cristo suo Figlio contro Satana e gli angeli ribelli, per il trionfo del Regno di Dio.

Ho inteso, inoltre, contribuire con questo testo a promuovere nei credenti una sempre più viva devozione mariana, animata dalla consapevolezza dell’inscindibile legame tra Cristo e la sua Madre Santissima nell’opera della Redenzione e ho cercato di favorire una esperienza personale sempre più viva della maternità della Madonna nei nostri confronti, incoraggiando ciascuno a rafforzare il proprio rapporto filiale verso di Lei chiedendo a Gesù di renderlo partecipe del suo stesso amore filiale per la Madre.

Auguro a tutti un buon proseguimento del Convegno. Dio vi benedica e la Vergine Maria vi custodisca sempre nel suo Cuore Materno.

[1] Ho riportato ampiamente la mia testimonianza su questo particolare e affascinante aspetto degli esorcismi in un volume, pubblicato con le Paoline Editoriali Libri, dal titolo: «La Vergine Maria e il diavolo negli esorcismi».

Chi giustifica la blasfemia aiuta il diavolo

da: IN TERRIS, 5 marzo 2020

Il capo mondiale degli esorcisti, padre Francesco Bamonte, mette in guardia dalle giustificazioni e dagli elogi di certi uomini di fede al video choc di Achile Lauro

di padre Francesco Bamonte

 

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In un momento critico per la nostra collettività è fondamentale poter contare su radici e valori granitici. Mentre la salute pubblica è messa a repentaglio da un virus ancora sconosciuto e quindi temibile, addolora dover registrare una grave legittimazione di condotte blasfeme e distruttive per l’identità religiosa e la dignità culturale di una bimillenaria civiltà cristiana come l’Italia.

All’Angelus, Papa Francesco ha messo in guardia dalla tentazione di dialogare con il male, chiarendo che l’argomento esclusivo del Vangelo è la Parola di Dio. Guai perciò a chi confonde l’opinione pubblica scandalizzando la sensibilità dei fedeli attraverso un inverecondo insulto a quanto esiste di più sacro. Proprio perché “Gesù non dialoga con il diavolo” va respinta fermamente “l’ebbrezza della tentazione”, come ha ribadito il Pontefice, quindi sconcerta e rattrista quando, addirittura tra coloro dai quali è doveroso attendersi parole di verità, si sparano pubblicamente elogi vergognosi per chi calpesta la dignità del credente.

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E c’è anche chi si permette malignamente di raffigurare in un video musicale la Vergine Maria come un’invasata discinta che sembra presiedere a condotte orgiastiche in un mucchio di corpi nudi e allucinati come in una messa nera. Ettore Petrolini, un secolo fa, fulminò ironicamente con una battuta uno scalmanato che tra il pubblico disturbava il suo avanspettacolo: “io non ce l’ho con te, ma con quello accanto a te che non ti butta di sotto”. Insomma il problema non è un improvvisato imitatore di rockstar sataniste e neppure il successo commerciale che incontra, bensì l’incredibile e scandaloso avallo ottenuto a sorpresa da chi istituzionalmente è tenuto a difendere e tramandare il “depositum fidei”.

Indossare il sacro abito (oggi persino deriso da chi dovrebbe farne la propria carta d’identità) comporta responsabilità sostanziali ma anche formali. Gesù condanna senza mezze misure chi suscita scandalo ai semplici, perciò non si riesce a capire come possa essere spacciata per “opera d’arte” una blasfema, volgare e gratuita offesa alla religione. Un vilipendio innanzitutto alla vera cultura e poi al senso religioso della vita che soprattutto in un momento collettivo così difficile rappresenta il collante morale della società. Non si adduca a pretesto la libertà di espressione artistica proprio nell’istante in cui si rade al suolo il significato più umano e personale della coscienza individuale e condivisa.

Viene da chiedersi quale sia la finalità di un’azione di sistematico elogio e di strumentale protezione nei confronti di un’operazione di marketing che ridicolizza, sporca e banalizza la caratura salvifica del sacrificio di un Figlio pianto da una Madre che da sola è rimasta ai piedi della Croce quando tutti gli altri erano scappati per viltà e ignavia. Ecco il punto: l’artista non è chi sfregia il sacro ma chi sa farlo emergere da un blocco di marmo fino a farne il proprio testamento spirituale divenuto l’emblema di un’umanità debitrice a Cristo del sacrificio da cui tutto è scaturito.

Il vero problema non sono i corpi nudi (ce ne sono ovunque nell’arte più sublime) bensì l’uso satanico di simboli religiosi per farsi notare, persino con l’ipocrisia di richiamare, fuori da ogni contesto plausibile, esempi altissimi di santità come quella del Poverello di Assisi. E non si venga a dire che giustificare ambiguamente, quando si è consacrata la propria vita al Signore, spudorate campagne autopromozionali, serva a redimere o ad avvicinare i giovani e i lontani.

Perché mai dovrebbe essere credibile chi svende quelli che dovrebbero essere i propri valori di riferimento? Un ex-baby detenuto al quale è stato chiesto il motivo dei propri crimini giovanili ha risposto: “Lo facevo per mancanza di adulti meritevoli di essere ascoltati”. Per questo nobilitare l’ignominia significa uccidere il sacro che è dentro ognuno di noi.

 

 

Associazione Internazionale Esorcisti (A.I.E.) Note relative al testo: “A Children’s Book of Demons”, recentemente divulgato negli Stati Uniti.

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International Association of Exorcists

Associazione Internazionale Esorcisti (A.I.E.)

Casella Postale 212

00120 Città del Vaticano SCV

  

Note relative al testo:

“A Children’s Book of Demons”,

recentemente divulgato negli Stati Uniti.

Roma, 11 dicembre 2019

“Kαὶ ἔθυσαν τοὺς υἱοὺς αὐτῶν καὶ τὰς θυγατέρας αὐτῶν τοῖς δαιμονίοις (Sacrificarono i propri figli e le proprie figlie ai demoni).” Sal 105,37 Versione LXX (cfr. Nuova Riveduta e Nuova Diodati Sal 106,37).

Al tempo odierno è palesemente in atto il tentativo di proporre alle nuove generazioni il satanismo come una normale alternativa agli altri culti, agli svariati percorsi iniziatici, alle diverse filosofie di vita. Si giunge persino ad affermare che se il culto al demonio si limita alla semplice celebrazione del demonio e chi lo pratica non commette dei reati, non c’è nulla di male. Questa affermazione denota mancanza di discernimento tra bene e male, perché il satanismo ha dei principi che affermano la sopraffazione della persona nella sua dignità e autonomia e quindi chi rende culto al demonio, prima o poi sarà certamente soggetto a un coinvolgimento interno che originerà un comportamento secondo principi lesivi e distruttivi della dignità umana.

Un ulteriore apporto dato al nefasto progetto di normalizzare il contatto con i demoni e presentare la pratica del satanismo come cosa buona e positiva, è la notizia giunta in questi giorni della pubblicazione, negli Stati Uniti, di un volume dal titolo “A Children’s Book of Demons”. Quel che, però, è ancor più tragico è che l’autore, Aaron Leighton, si rivolge apertamente a bambini di età compresa tra i 5 e i 10 anni, quindi a un pubblico particolarmente indifeso e condizionabile.

Nel volume “A Children’s Book of Demons” l’autore, interpellando i fanciulli, afferma: “Evocare i demoni non è mai stato così divertente.”. Questo è il riassunto che egli ne dà: “Non vuoi portare fuori la spazzatura stasera? Forse stai nuotando nei compiti? Forse quel grosso prepotente è un vero fastidio? Bene, prendi le tue matite colorate, e usando le abilità contenute nel disegno dei sigilli chiama alcuni demoni! Ma fai attenzione, anche se questi spiriti sono più sciocchi che spaventosi, sono sempre demoni”.

L’autore, senza alcun ritegno, presenta ai bambini l’evocazione dei demoni come qualche cosa di ordinario e di raccomandabile, invitandoli ad allearsi con loro, per trarne qualche vantaggio. In che modo insegna a evocare i demoni? Disegnando i sigilli demoniaci, cioè i simboli che li rappresentano. Vengono così riproposti ai bambini simboli molto simili a quelli riprodotti nei grimori, che nel mondo della magia sono dei manuali, nei quali vengono insegnate, con minuziosi dettagli, le procedure necessarie per contattare spiriti buoni o presunti tali e spiriti cattivi. Anche i satanisti si servono dei grimori, ovviamente rivolgendosi solo agli spiriti cattivi. Nel volume: “A Children’s Book of Demons”, l’autore, semplificando al massimo un grimorio, lo adatta ai bambini, lo trasforma cioè in un gioco divertente: i sigilli demoniaci fungono infatti da “numero di telefono”, per contattare gli spiriti del male.

Ma con i demoni non si scherza. Chi invita un bambino a evocare i demoni è come una persona che mettesse tra le mani di un fanciullo una bomba a mano, per giocare. Prima o poi il bambino tirerà via la spoletta e la bomba gli esploderà tra le mani.

Chi invita un bambino a evocare i demoni è come se gli dicesse che è possibile farsi aiutare da un criminale, per ottenere qualcosa.

Chi invita un bambino a evocare i demoni lo sta inducendo a perdere la sua identità, la sua personalità e ad essere distrutto moralmente, psicologicamente e spiritualmente.

Chi invita un bambino a evocare i demoni è già lui stesso un “alleato” dei demoni.

Chi invita un bambino a evocare i demoni lo sta ingannando e lo sta preparando ad essere un infelice, perché non li presenta quali essi sono realmente: angeli buoni, ma diventati volontariamente malvagi, nemici di Dio e dell’umanità; esseri pieni di odio verso ogni uomo, intenzionati a suggerirci ogni male e ogni perversità, con il solo fine di metterci l’uno contro l’altro e infine di separarci definitivamente da Dio e di condurci alla perdizione eterna, in una sofferenza senza fine. Sono presentati, invece, come esseri da poter facilmente evocare, con i quali è possibile allearsi, per ottenere qualche vantaggio.

“A Children’s Book of Demons” rappresenta, dunque, una ulteriore tappa di quell’oscuro progetto che, iniziato negli anni ‘70, si propone, partendo da un primo approccio generico all’esoterismo delle nuove generazioni, di scendere -gradino dopo gradino- sino alla esplicita proposta di rendere culto al demonio. Tale tenebrosa pratica viene presentata, alle nuove generazioni, come un atteggiamento buono e conveniente, sovvertendo totalmente il discernimento tra ciò che è bene e ciò che è male.

Si rifletta su ciò che Gesù afferma nel Vangelo riguardo agli scandali, e in particolare alle parole: «Chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare» (Mt 18,6).

Il Presidente dell’Associazione Internazionale Esorcisti

Padre Francesco Bamonte, icms

SULLO SPETTACOLO TEATRALE L’ ESORCISTA

A cura del dott. Valter Cascioli

Medico Psichiatra e Psicoterapeuta

 

Lo spettacolo intitolato L’esorcista, vietato ai minori di anni 16, ha debuttato in Italia al Teatro Nuovo di Milano, è andato in scena a Roma, martedì 12 novembre 2019 al Teatro Olimpico, replicando per altre tre serate. È liberamente tratto dal celeberrimo film del regista statunitense William Friedkin, The Exorcist del 1973 e dall’omonimo romanzo di William Peter Blatty, autore anche della sceneggiatura cinematografica.

L’adattamento teatrale dello spettacolo è dello statunitense John Pielmeier, la regia è del milanese Alberto Ferrari. I protagonisti sono gli attori Gianni Garko, nel ruolo di padre Merrin, Viola Graziosi, nel ruolo di Chris (la madre di Regan MacNail) e l’attrice Claudia Campolongo, nella parte di Regan, la ragazza dodicenne posseduta dal demonio.

Dopo aver fatto tappa a Roma, la stessa compagnia teatrale proseguirà il tour italiano a Verona e a Torino. Per la cronaca, questa stessa opera teatrale venne presentata, in prima mondiale, al Gil Gates Theater di Los Angeles nel 2012.

Lo spettacolo messo in scena a Roma vuole, a tutti i costi coinvolgere emotivamente lo spettatore, avvalendosi di un’esperienza immersiva multimediale, con luci intermittenti stroboscopiche, suoni bassi esaltati da potenti subwoofer, musica inquietante ed effetti speciali a iosa (lampi, tuoni, “levitazione” sul palco, ecc.), proiezioni e scenografia multipla (sul palcoscenico si assiste, simultaneamente, a scene diverse).

Il regista, Alberto Ferrari, in una sua dichiarazione programmatica, afferma testualmente: “quello che verrà realmente messo in scena sarà la natura umana… messa a nudo, indifesa e piena di tremori”. Così, analogamente, nella stessa presentazione dell’opera si enfatizza questo aspetto emblematico e tragicamente equivocato riguardo alla fede religiosa: “la prova di fede più agghiacciante ed estrema prende  vita  sul  palco,  trasformando  le

inquietanti battaglie del bene contro il male, della fede contro il dubbio e dell’ego contro l’ethos”.

 

Anche in quest’opera teatrale si è voluto cavalcare, in modo sensazionalistico e spettacolare, quell’immaginario collettivo, frutto di luoghi comuni e pregiudizi sul Ministero ecclesiale dell’Esorcismo, al quale si rifà la letteratura e la cinematografia che tratta l’argomento. Gli ingredienti base della ricetta sono, purtroppo, come sempre, la paura e l’horror, che in modo irriverente sembra investire la figura stessa del fantomatico sacerdote-psichiatra, chiamato a liberare la ragazza posseduta.

Padre Damien – il sacerdote nella duplice veste di esorcista e di psichiatra- viene, infatti, presentato come una figura anodina di  sacerdote in crisi – come un po’ tutti i personaggi – per quanto riguarda la sua fede e le convinzioni personali di fronte alle manifestazioni dell’attività demoniaca straordinaria (manifestazioni alle quali chi ha realizzato quest’opera teatrale sembra non credere affatto).

Come se non bastasse, il regista teatrale, rincalza la dose, affermando in maniera quasi apodittica, nel corso di una recente intervista: “i preti sono sempre in un momento delicato della loro fede, perché mantenerla a lungo e con convinzione è un esercizio molto faticoso”. Bontà sua. Al di là delle facili generalizzazioni e dei luoghi comuni, c’è da sperare che parli con cognizione di causa, almeno quando tratta di cose che conosce per esperienza diretta.

Ma torniamo a considerare l’opera teatrale. Ancora una volta la trama gioca sul tragico ed inquietante equivoco col quale l’autore sembra volutamente confondere la possessione diabolica – che non riconosce come tale – con la malattia mentale. Uno dei protagonisti recita, infatti, come da copione: “Gli unici veri demoni sono quelli nella nostra mente”.

Lo spettacolo, tra colpi di scena e nonsense, raggiunge il climax voluto dal suo autore quando in modo irriverente e blasfemo, l’attore che impersonifica l’esorcista, rivolgendosi provocatoriamente alla madre della posseduta, che lo implora in modo accorato di liberare la figlia, dice di tutta risposta: “Se Gesù avesse parlato di schizofrenia ai suoi tempi, forse l’avrebbero crocifisso con tre anni di anticipo”.

Al di là della pessima boutade, allo spettatore attento viene spontaneo chiedersi se l’autore del testo abbia mai letto i Vangeli e sia a conoscenza delle guarigioni e delle liberazioni operate da Gesù nei tre anni della sua vita pubblica. Oltretutto, dall’analisi del testo comprenderebbe, intelligenti pauca, che gli stessi atteggiamenti, i comportamenti e le parole di Cristo, sono diversi a seconda che si tratti di una malattia da guarire o di una persona posseduta. Ma tutto questo pare sfuggire ai nostri baldanzosi teatranti, che sembrano a loro agio nel mettere in scena una paradossale e tragica commedia degli errori ante litteram.

In conclusione, al di là delle trovate sceniche, usate per tenere desta l’attenzione dello spettatore e che giungono fino a violentarlo emotivamente, è l’incubo kafkiano a farla da padrone, rasentando la dimensione onirica di un incubo notturno. La trama e i dialoghi restano, comunque, particolarmente dissacratori e blasfemi nei confronti dei sacerdoti, della fede cristiana e della figura del Cristo: Gesù sarebbe morto sulla croce, a detta dello spirito che possiede Regan, unicamente per la sua gloria personale. Tale, dunque, la cifra caratteristica di quest’opera che, del resto, già conoscevamo dai tempi del film L’Esorcista. In ultimo, nella scena finale, si raggiunge l’apoteosi della dissacrazione, quando uno dei due sacerdoti decide di consegnarsi al demonio, in cambio della liberazione della ragazza posseduta. Incredibile dictu!

Va da sé che la realtà è tutt’altra cosa. Basta chiederlo ad un sacerdote esorcista, che spende la propria vita per amore del prossimo, esercitando un ministero di consolazione e di misericordia a favore dell’uomo colpito dal male. Basta domandarlo ad una delle tante persone che soffrono a causa dell’attività demoniaca straordinaria che, come ricorda papa Francesco, appartengono alle periferie esistenziali dell’umanità. Quelle stesse persone che la Conferenza Episcopale Italiana, nelle Premesse al rituale degli esorcismi chiama “i più poveri dei poveri”!

A noi il dovere di riconoscerle come tali, rispettarle, accoglierle, consolarle, accompagnandole verso la liberazione dal mysterium iniquitatis.

Halloween: vescovi Romania, “è l’anticamera dell’esoterismo e dell’occultismo e distrugge le nostre tradizioni”

Agenzia SIR della Conferenza Episcopale Italiana

Giovedì 30 ottobre 2019

 

“Questa festa è stata concertata per distruggere la solennità di Ognissanti”. Lo ha affermato mons. Virgil Bercea, vescovo greco-cattolico di Oradea, città nel nord della Romania prossima al confine con l’Ungheria, a proposito della festa di Halloween, veicolata dai modelli consumistici occidentali e diffusa anche in Romania, una nazione che conserva, soprattutto nelle zone rurali, le tradizioni religiose della ritualità agraria: nulla a che vedere con la celebrazione dell’orrido e del malefico di provenienza anglosassone.

“Da noi in passato, in tutta la Transilvania – prosegue il presule –, con l’arrivo dell’autunno si celebravano le feste del raccolto e i ragazzi si mascheravano girando la sera per i villaggi, ma con gioia, non certo con il gusto del macabro”.

Il vescovo lamenta che in questi trent’anni seguiti alla fine del regime comunista si sia verificata una profonda americanizzazione delle abitudini della popolazione e non ha dubbi:

“Si tratta di un grande affare economico. Nelle mie lettere pastorali ho richiamato la centralità della festa di Tutti i Santi. Nelle scuole non dovrebbero aderire a queste mode. A mio avviso, occorrerebbe uno sforzo pastorale congiunto dell’episcopato su questo tema”.

Il vescovo spiega inoltre che in alcune zone della Romania le Chiese di rito orientale osservano sempre più di frequente le pratiche di suffragio dei defunti per Ognissanti, tradizionalmente svolte l’8 novembre, festa dei tre Arcangeli.

“Questo avviene – conclude mons. Bercea – anche da parte degli ortodossi. Un elemento questo che speriamo favorisca finalmente la celebrazione congiunta della Pasqua”.

Quattro anni fa, il 30 ottobre 2015, le cronache romene furono segnate dalla tragedia del Club Colectiv, discoteca di Bucarest in cui morirono 64 persone in seguito allo scoppio di un incendio e al mancato funzionamento delle misure di sicurezza. La concomitanza dell’incidente con la ricorrenza di Halloween generò dubbi e interrogativi in seno agli ambienti ecclesiastici romeni e presso l’opinione pubblica. Ma già allora i vescovi cattolici romeni avevano preso una posizione netta contro il “fenomeno Halloween”, con precise raccomandazioni pastorali dirette a un corretto discernimento nei confronti di una pratica ritenuta l’anticamera all’ingresso in circoli occulti ed esoterici. E non per caso gli utenti romeni di Facebook, in questi giorni che precedono il 31 ottobre, sono regolarmente martellati dagli annunci pubblicitari di fattucchiere e cartomanti. Malgrado ciò, proprio in vista di Halloween, dall’Italia si organizzano viaggi in Transilvania (pure da circoli ricreativi di enti pubblici). Sul web si segnalano mete ben precise: il castello di Bran (che non ha niente a che vedere con Dracula), nei pressi della città di Brasov, dove trascorrere la notte del 31 ottobre o, sempre in Transilvania, la foresta di Hoia Baciu, alla periferia di Cluj-Napoca.

LE RADICI PAGANE ED ESOTERICHE DEL FENOMENO HALLOWEEN

Relazione di padre Francesco Bamonte, icms,

presidente dell’Associazione Internazionale Esorcisti

Roma, 31 ottobre 2019

 

Il mese di ottobre, da alcuni decenni è diventato un tempo di frenetica preparazione a un vero e proprio rito collettivo che prende il nome di halloween. All’avvicinarsi della notte tra il 31 ottobre il 1º novembre vetrine di negozi, bar, pasticcerie, ristoranti, vengono adornate con zucche, finte ragnatele, finti pipistrelli, scheletri e con raffigurazioni che richiamano alla morte in modo ironico e spaventoso. Gli asili, le aule delle scuole e i corridoi, dove vengono censurati simboli che richiamano la fede e la cultura cristiana, vengono in questi giorni addobbati con maschere mostruose che sono una vera e propria esaltazione del macabro e del mostruoso. Temi in classe o compiti a casa che hanno come argomento halloween, addirittura poesie e filastrocche orribili da imparare a memoria, come vedremo nella seconda parte di questa relazione.

I personaggi di halloween sono figure terrificanti di mostri, vampiri, dracula, fantasmi, licantropi, zombi, streghe, diavoli, pagliacci horror, teschi insanguinati, teste trapassate da pugnali o da asce e persino rappresentazioni raccapriccianti e oltremodo oltraggiose della dignità umana quali cadaveri deturpati o tagliati a pezzi.

Negozi di giocattoli, riviste per ragazzi, siti internet richiamano continuamente ad halloween con queste rappresentazioni e con questi simboli.

Bambini, adolescenti e adulti indossano maschere e costumi che richiamano a questi temi di orrore che nulla a che fare non solo con la festa di “Tutti i Santi” del 1° novembre e la Commemorazione dei Fedeli defunti il 2 novembre, ma neppure con la festa del carnevale caratterizzata dall’uso di costumi divertenti e colorati. Inoltre il nome carnevale è una contrazione di “carne−levare” (levare la carne, togliere la carne) che richiama a un momento giocoso e allegro trascorso prima del lungo periodo quaresimale di penitenza e di astensione dal mangiare la carne.

A differenza del carnevale, inoltre, halloween rende gli ambienti spettrali con decorazioni fatte di lampadari con simboli lugubri, tovaglie con teschi e raffigurazioni di ragnatele, alberi stregati, bare dalle quali escono esseri spaventosi, ecc.

Il tema delle maschere di halloween non è liberamente scelto come a carnevale, ma deve riprodurre qualcosa di macabro, che abbia a che fare con la morte in modo spaventoso e satirico.

L’inganno usato in un primo momento dalle grandi aziende e successivamente dai mass-media che a partire dagli anni 50 (come vedremo), ha favorito, sostenuto e diffuso in modo sempre più insistente il fenomeno halloween, è scherzare sulla paura, sugli spiriti, sulla violenza più disumana, sulla morte, sui demoni.

Come si può sorridere e festeggiare su tutto ciò? Ci troviamo davvero davanti a un fenomeno irrazionale che manifesta una drammatica perdita della capacità di discernimento tra il bene e il male. «Halloween -infatti- festeggia ciò che di più tragico si possa immaginare e cioè l’incombere sull’umanità delle forze del male che vogliono spegnere proprio quella luce che Cristo ha portato sulla terra»[1].

Come è stato possibile che la ricorrenza di Tutti i Santi in inglese chiamata “All Hallow(s)” e la sua vigilia “All Hallows’Even” (letteralmente “Vigilia di Tutti i Santi”) sia entrata in competizione con questa esaltazione insensata del macabro, dell’orrore e del demoniaco e abbia preso il nome di halloween? Il termine halloween è infatti la forma abbreviata dell’espressione “All Hallows’Even”.

A partire dal IV sec. d.C. era in uso nella Chiesa solo la Commemorazione dei Martiri, i cui primi riferimenti storici, rintracciati in Antiochia, danno come collocazione temporale la domenica successiva alla Pentecoste.

Sant’Efrem il Siro parla di questa festa, collocandola al 13 maggio.

La Commemorazione dei Martiri, nel 609, sotto il pontificato di Bonifacio IV divenne la festa di “Tutti i Santi” e fu fissata al 13 maggio (data in cui nel mondo pagano romano venivano festeggiati i Lemuria o i Parentalia, in onore dei defunti della famiglia).

Tre secoli dopo, nell’835, papa Gregorio IV decise di trasferire la festa di “Tutti i Santi” dal 13 maggio al 1° novembre e stabilì che fosse festa di precetto. Il motivo di tale decisione fu dovuto al fatto che tra il 31 ottobre e il 1° novembre in varie zone dell’Europa, soprattutto nel mondo anglosassone, era ancora molto viva la festa di Samahin (leggi: Soìn). Egli cercò in tal modo di soppiantare quella festa pagana.

Per comprendere il fenomeno di massa che ha preso il nome di halloween, bisogna pertanto conoscere meglio chi erano i Celti, perché la festa di Samahin era celebrata da quelle popolazioni di stirpe indoeuropea, chiamate appunto Celti, collocate inizialmente in una ristretta zona compresa tra l’alto Reno e le sorgenti del Danubio, pressappoco al confine tra le attuali Francia, Germania e Svizzera.

I primi segnali certi della loro presenza in Europa risalgono al V sec. a.C. e raggiunsero l’apice dell’espansione tra il IV e il III sec. a.C., periodo in cui si possono rilevare tracce della loro presenza in Irlanda, nella penisola anatolica (attuale Turchia), Spagna, Gran Bretagna Italia, Francia e in parte dell’Europa centrale.

I Celti erano divisi in grandi gruppi o clan ben distinti, ma che avevano molte cose in comune fra loro: l’essere inizialmente nomadi, avere una economia basata sulla pastorizia, sull’allevamento dei cavalli, e la divisione in precise classi sociali: guerrieri, nobili, contadini e druidi.

Questi ultimi, costituivano la casta più influente e potente. A loro erano riservati i compiti religiosi, giudiziari e culturali. Facevano rispettare le leggi e osservare le festività del calendario fondato su una visione religiosa caratterizzata essenzialmente dal politeismo naturalista per cui adoravano molte divinità legate alla natura e coltivavano la credenza della reincarnazione dopo la morte.

Il loro essere così divisi finì però per renderli strutturalmente deboli davanti alle pressioni esercitate da popolazioni ben più organizzate quali i Germani e i Romani, per cui furono facilmente soggiogati e poi assimilati, negli usi e costumi.

Solo nelle isole britanniche, in particolare in Irlanda, che non fu mai conquistata dall’impero romano, rimase traccia della loro religiosità, della loro cultura pagana e della loro lingua.

Le festività religiose erano legate al ciclo lunare e al ciclo solare.

Quelle legate al ciclo lunare si chiamavano: Imbolc, Beltane, Lughnasadh[2] e Samahin; quelle legate al ciclo solare si chiamavano: Yule, Ostara, Litha, Mabon. Come vedremo nella seconda parte di questa relazione, questo stesso calendario viene seguito puntualmente dall’antica stregoneria del mondo occidentale, dalla neostregoneria odierna che si è costituita addirittura in un movimento che prende il nome di Wicca e dai cultori di satana denominati anche satanisti.

Bisogna considerare che i Celti non seguivano il calendario solare, ma il calendario lunare diviso in 12 mesi composti da 28 giorni e da un 13º mese, che faceva coincidere il ciclo lunare con quello solare.

Le feste cominciavano al tramonto del giorno che le precedeva, in quanto il calendario celtico faceva iniziare il giorno successivo dal tramonto del sole e non come da noi dopo la mezzanotte.

Ci potremmo soffermare sul significato e sui riti di ognuna di queste feste, ma tratterò solo di quella che a noi interessa maggiormente per risalire alle radici del fenomeno halloween e comprenderlo: la festa di Samahin.

La parola Samhain significa fine estate, una festa che veniva celebrata tra fine ottobre e i primi di novembre.

I Celti non avevano l’autunno come nel nostro calendario, per cui il passaggio da ottobre a novembre era, da loro, considerato il passaggio dall’estate all’inverno e poiché in quel periodo dell’anno la luce solare va via via diminuendo, erano convinti che la divinità delle tenebre e della morte prevalesse sulla divinità della luce.

Durante la diminuzione delle ore di luce e l’aumento delle ore di buio, i Celti credevano inoltre che le porte tra il mondo dei vivi e quello dei morti si aprissero permettendo alle anime dei defunti di tornare sulla terra nei luoghi dove erano vissute, alcune anche con sembianze di animali.

Si aprivano però anche le porte agli spiriti maligni, per cui coloro che festeggiavano usavano indossare maschere e ricoprire il corpo con pelli di animali, credendo in tal modo di poter nascondere la propria identità agli spiriti maligni.

La festa aveva inizio tre giorni prima di Samhain e terminava tre giorni dopo, quindi le celebrazioni duravano una settimana.

La partecipazione alle celebrazioni era obbligatoria per tutto il popolo, dal re all’ultimo dei servi, pena una maledizione che si credeva conducesse alla pazzia e alla morte.

I festeggiamenti erano caratterizzati da riti in onore del dio delle tenebre e della morte e si concretizzavano in atti orgiastici con uso di alcolici e una sorte di possessione dei corpi dei festeggianti da parte di quelle che venivano considerate le anime vaganti. Molti trascorrevano le notti in stato di trance, privi della propria coscienza, alcuni però avevano il compito di rimanere estranei a questa sorta di possessione –  per garantire la sicurezza durante i riti –  limitandosi a partecipare dall’esterno senza lasciarsi possedere dalle anime vaganti.

Durante i momenti di possessione si svolgevano anche divinazioni, rituali magici e incantesimi. I sacerdoti druidi realizzavano anche speciali amuleti che la gente doveva porre fuori dalle abitazioni o indossare per proteggersi dagli influssi degli spiriti maligni.

Uno di questi amuleti era costituito da una lanterna che veniva ricavata svuotando una rapa, incidendo in essa la forma di un volto umano e ponendo al suo interno una candela accesa, realizzata con il grasso degli animali sacrificati.

Da questa usanza del mondo celtico deriverà, secoli dopo, per gli irlandesi immigrati in America, la sostituzione delle rape con le zucche, diffusissime sul suolo americano e molto più grandi e spaziose delle rape. La zucca, infatti, non esisteva in Europa. È un ortaggio che l’Europa ha importato dall’America.

Tornando alla descrizione dei giorni di festeggiamento di Samhain tra i Celti, nelle case si lasciava un posto a tavola apparecchiato per il defunto che, in quelle notti, si credeva avrebbe desinato con i propri cari.

In quelle stesse notti i sacerdoti druidi passavano di casa in casa e ognuno doveva consegnare loro qualcosa dei propri averi, altrimenti veniva maledetto.

Tutto quanto fin qui descritto, culminava con il propiziarsi una divinità della fertilità chiamata Crom Cruach, sacrificando non solo animali, ma anche esseri umani. Le parole Crom Cruach si presentano in varie forme e possono essere interpretate in vari modi. In lingua gaelica[3] Crom significa “curvo”, piegato”, mentre Cruach ha diversi significati: sanguinoso, massacro, ecatombe o mucchio. Quindi Crom Cruach potrebbe significare (pietra) curva e insanguinata, testa dell’ecatombe o testa del mucchio (di grano). In genere era coperta d’oro e d’argento e intorno ad essa venivano collocate circolarmente dodici piccole figure di bronzo o dodici pietre.

Le vittime sacrificali, in genere, erano criminali riconosciuti colpevoli oppure, se questi scarseggiavano, si rimpiazzavano con vittime innocenti o all’occorrenza i druidi sacrificavano i loro stessi colleghi, come dimostrano ritrovamenti di resti che hanno confermato queste orribili pratiche finalizzate alla propiziazione della divinità per ottenere in cambio l’aiuto per vincere le battaglie quando si andava in guerra, per ottenere abbondanza di latte e grano o la guarigione di un alto personaggio ammalato[4].

Si narra che San Patrizio, nella sua opera di evangelizzazione dell’Irlanda avvicinandosi a un idolo Crom Cruach, alzasse il bastone pastorale e immediatamente si manifestasse il demonio che abitava nell’idolo di pietra. San Patrizio gli ordinò di tornarsene all’inferno e subito l’idolo cadde faccia a terra mentre le dodici pietre che circondavano l’idolo affondarono nella terra.

Sotto la regia di un druido, poteva avere luogo anche il rito del paiolo, cioè di un pentolone chiamato Gundestrup sul quale gli addetti tagliavano la gola ai prigionieri. Secondo il modo in cui il sangue colava nel paiolo, i druidi traevano i loro presagi e le loro divinazioni.

Era molto diffusa nel mondo celtico anche la divinizzazione degli animali maschi dotati di corna, specialmente dei cervi. La sua rappresentazione prendeva il nome di Cernunno. Negli elementi archeologici giunti fino a noi lo troviamo scolpito anche sui grandi pentoloni di Gundestrup. Cernunno era considerato il dio della virilità, della fecondità, della caccia, della guerra, dell’abbondanza, degli animali, della natura selvaggia ed era particolarmente legato ai cicli della natura e anche della morte e dell’oltretomba.

Oltre a essere una festa principalmente religiosa che si svolgeva nelle modalità sin qui descritte, Samhain era anche un’importante occasione di incontro tra tutte le tribù per discutere su argomenti di interesse comune quali ad esempio, iniziare o non iniziare una guerra, organizzare matrimoni tra gruppi diversi, stilare contratti commerciali. Contemporaneamente si rimpinzavano con noci, carne di maiale, birra o bevande alcoliche.

Dopo aver conosciuto che cosa era e come si svolgeva la festa di Samhain, cerchiamo di capire come sia giunta ai nostri tempi riproposta sotto le mentite spoglie di festa innocente e divertente.

A seguito della scoperta dell’America i primi immigrati irlandesi vi giunsero nel 1621. Trovandosi davanti a un forte presenza di protestanti che li avevano preceduti, i quali avevano abolito molte delle ricorrenze cattoliche, la festa di “Tutti i Santi” per gli immigrati irlandesi si trasformò in una festa di paese, priva di ogni riferimento religioso cattolico, legandosi strettamente ai valori contadini del tempo e finendo per celebrare l’abbondanza dei raccolti.

Questo processo favorì tra gli irlandesi la ripresa dell’antico uso celtico della lanterna, cominciarono a utilizzare non più la rapa ma la zucca assai diffusa sul suolo americano e molto più grande della rapa.

Le diverse comunità irlandesi organizzavano nella festa di “Tutti i Santi” giochi ed eventi pubblici, durante i quali si raccontavano storie di fantasmi, si ballava e si cantava insieme.

Fino alla prima metà del XIX secolo, in America del nord, halloween conservò questa dimensione ludica e aggregativa.

La ritualità dei tempi odierni non era ancora celebrata.

A seguito di una grave carestia sopraggiunta nel 1845 che durò vari anni, dovuta alla distruzione dei raccolti di pomodori e di patate che era la coltivazione su cui allora si reggeva quasi completamente l’economia dell’Irlanda, vi fu intorno al 1850 un nuovo grande flusso migratorio di Irlandesi in America, e tra la fine del 1880 e inizio del 1900, il modo più comune per celebrare la festa di “Tutti i Santi” divenne quello di organizzare party.

«Privata o pubblica, questa festa era presentata come un innocuo momento di svago, anche se, con ingannevoli richiami a un mondo ultraterreno pauroso, la festa cominciò ad assumere una connotazione sempre più esoterica.

Tra le giovani donne in maniera subdola, apparentemente innocente, venne diffusa la credenza che in quella notte fosse possibile, attraverso strani incantesimi, conoscere il nome o l’aspetto del proprio futuro marito»[5].

Per la prima volta nel 1911, un giornale di Kingston (Ontario) pubblicò un articolo nel quale si parlava di alcuni bambini che, travestiti, avevano passeggiato per le vie della città.

A partire dagli anni 30 alcune aziende americane, cominciarono a produrre, su scala industriale, abiti e costumi per halloween, acquistati dai cittadini all’interno dei supermarket e dei negozi per bambini.

I personaggi più utilizzati erano (ma a tutt’oggi sono) vampiri, zombie, lupi mannari, fantasmi, scheletri e streghe.

«Negli anni tra il 1920 e il 1930, la festa divenne sempre più un intrattenimento per tutti; venivano organizzate parate cittadine e spettacoli nelle piazze.

Però mentre si svolgevano i festeggiamenti notturni, iniziarono a verificarsi atti vandalici e furti, che crearono allarme nell’intera comunità.

Per arginare questo fenomeno e far sì che halloween evolvesse in una festa rivolta soprattutto ai giovani passarono alcuni anni.

In seguito al forte incremento delle nascite, avvenuto negli anni 50, gli organizzatori fecero sì che i festeggiamenti si spostassero dalle piazze alle aule scolastiche e alle case private, perché anche i bambini potessero essere massicciamente coinvolti.

Proprio grazie a questa evoluzione della festività, si diffuse negli Stati Uniti l’usanza di mandare i bambini e i ragazzi di casa in casa coinvolgendo in tal modo tutte le famiglie e l’intera comunità alla festa, chiedendo semplicemente di regalare loro dolcetti o caramelle. Ai bambini fu insegnato che quando gli veniva aperta la porta avrebbero dovuto dire trick-or-treat.

Cosa significa trick-or-treat?  Tradotto letteralmente dall’inglese vuol dire “trucco o divertimento” e in italiano è espresso con i termini “dolcetto o scherzetto”: vi è nascosto il significato originario di “sacrificio o maledizione”,[6] che rievoca l’antico obbligo per i Celti di dover lasciare offerte ai sacerdoti druidi nelle notti di Samhain.

Lo “scherzetto”, per coloro che non volevano sacrificare niente dei propri averi, era appunto la maledizione. Alcuni fanno risalire l’espressione trick-or-treat a un’usanza del periodo medievale quando durante la notte di “Tutti i Santi”, i mendicanti, passavano di casa in casa chiedendo offerte. A chi faceva l’elemosina veniva fatta una promessa: “Pregherò per i tuoi defunti!”. Tuttavia l’indole ricattatoria dell’espressione usata: “dolcetto o scherzetto”, rende certo il legame con la prassi minacciosa dei sacerdoti druidi. Senza dubbio, quindi, per il mondo dell’occulto la reale domanda, da molti banalizzata o ignorata, è: “offerta o maledizione?”.

Questa mescolanza di folklore e credenze, religione e superstizione, negli anni è divenuta una delle principali festività statunitensi.

Nasce, così, la falsa “antica tradizione”, a marchio USA!

In realtà, stiamo parlando di una festa che nelle modalità in cui viene celebrata oggi, è abbastanza recente e che, nell’intenzione degli organizzatori, doveva divenire accattivante e coinvolgere il maggior numero di persone possibile.

Un’operazione “paganeggiante” perfettamente riuscita, grazie all’imponente impiego della pubblicità, dei mezzi di comunicazione di massa e alla spinta fornita dagli interessi finanziari di innumerevoli grandi aziende.

Proprio a causa dei crescenti interessi in ballo … i mass-media, ben preparati, sono stati attenti a presentarla come una ricorrenza laica, scevra da qualsiasi elemento religioso, ma non è così.

Il significato è religioso, ma di una religione pagana.

Se questo significato fosse conosciuto in modo chiaro –  essendo un’offerta di prodotti rivolta a bambini e adolescenti, veri protagonisti principali e consumatori finali – vi sarebbe il crollo degli introiti per molte multinazionali in quanto un genitore, se conoscesse tutti i riti sottaciuti, nascosti alla maggior parte della gente, difficilmente sarebbe disposto a regalare maschere orrifiche o mandare in giro di notte i propri figli.

Probabilmente si troverebbe ben poco da “festeggiare”, decretando la fine di questa illusoria celebrazione magico – commerciale»[7].

Ci chiediamo come sia stato possibile che, nel giro di quattro decenni, in un paese di tradizione cattolica come l’Italia, halloween abbia assunto le dimensioni e la popolarità attuali?

In Italia, come in molti altri paesi occidentali, halloween è stato proposto al vasto pubblico principalmente attraverso il cinema.

«Era il 1978 quando nelle sale cinematografiche fu proiettato il film “Halloween – La notte delle streghe”, diretto da John Carpenter.

La trama del film è di per sé paurosa e violenta, carica di una atmosfera cupa e angosciante, incentrata tutta sulla psiche malata di un serial killer, nella città di Haddonfiled, Illinois.

La scena iniziale si apre con una filastrocca che introduce alla macabra atmosfera di halloween:

Malocchio e gatti neri, malefici misteri

il grido di un bambino bruciato nel camino

nell’ occhio di una strega, il diavolo s’annega

e spunta fuori l’ombra: l’ombra della strega!

La vigilia d’Ognissanti han paura tutti quanti:

è la notte delle streghe!

(Chi non paga presto piange!).

Nelle strofe successive, un bambino di sei anni, Michael Myers, accoltella e uccide la sorella maggiore durante la notte di halloween.

Da allora, Michael viene internato in un ospedale psichiatrico sotto l’osservazione dello psicologo Samuel Loomis.

Trascorsi però 15 anni, di nuovo nella notte di halloween, Michael riesce a fuggire e ritorna nella sua città, dove in poco tempo uccide i tre amici di una baby-sitter di nome Laurie.

Quest’ultima, quarta vittima designata, riesce a sfuggirgli grazie al dottor Loomis che dopo aver inseguito e rintracciato il suo ex paziente, riesce a impedire l’assassinio della ragazza, sparando sul folle numerosi colpi di pistola, in direzione del cuore e della testa. Il serial killer, appena colpito a morte, cade dal balcone, ma quando il dottore si affaccia a guardare, il suo cadavere è scomparso.

Quel film ebbe un così grande successo per cui dal 1978 ad oggi ne sono stati prodotti una decina tra sequel e prequel.

Unica costante, comune a tutti, è la descrizione della violenza e del terrore che si scatenano durante la notte di halloween.

Attraverso quel film scellerato, la conoscenza di halloween si è diffusa in modo inarrestabile in tanti Paesi, compresa l’Italia.

Negli anni seguenti l’uscita del film, le grandi multinazionali dell’intrattenimento hanno pensato di spingere ulteriormente l’evento…

I media e le testate giornalistiche hanno evidenziato, in modo martellante, con settimane di anticipo, l’arrivo del fatidico 31 ottobre, notte in cui si è quasi obbligati dall’insistente pubblicità, a dover festeggiare halloween.

Banale dirlo, ma grazie a questa strategia di marketing,  anche in Italia, in pochi anni, halloween si è traformato – da evento misconosciuto qual era  – ad uno degli appuntamenti più noti e seguiti dal pubblico giovanile.

Come, come si sa, i ragazzi – per lo più per inesperienza –  troppo facilmente si lasciano abbindolare, molto facilmente, da ciò che è di moda senza chiedersi se, sotto l’apparenza ludica, non si nasconda, purtroppo, qualcosa di pericoloso»[8].

Il fenomeno mostruoso di halloween a confronto con la bellezza di Dio

Noi sappiamo che Gesù è Dio, ed essendo Dio è la Verità, la Bontà, la Bellezza e la sua Mamma lo riflette pienamente! Guardando la loro bellezza e innamorandosene, non si riesce, se non con una grande difficoltà, a guardare anche per un solo istante halloween.

Halloween di fatto non propone niente di vero, niente di buono e non mostra niente di bello. Di conseguenza non mi sento aiutato ad essere più vero, più buono e a percorrere un cammino di bellezza e questo mi preoccupa dal momento che mi è stato insegnato che è la Bellezza che salverà il mondo. Il papa San Paolo VI quando intervenne al Congresso Mariologico del 1975, affermò, ripetendo quello che altri avevano già detto prima di lui: “Solo la bellezza salverà il mondo”, quindi è vero anche il contrario e cioè che la bruttezza manda il mondo in perdizione anche perché il bello è uno con il buono e con il vero e l’uno si risolve nell’altro. Halloween “imprime quanto meno la bruttezza. E imprimendo nei bambini la bruttezza, il gusto dell’orrido, del mostruoso, del macabro, del demoniaco messo allo stesso livello del bello, li orienta in qualche modo al male. Orientare alla bruttezza vuol dire infatti orientare in direzione opposta a ciò che è buono e a ciò che è vero e quindi orientare in opposizione a Dio perché in definitiva Dio, Gesù Cristo sono l’unico vero, l’unico buono e l’unico bello.

In Paradiso, dove regna la sola bontà, tutto è bello. All’Inferno, dove si respira solo odio, tutto è brutto. I bambini hanno bisogno di bellezza, non di bruttezza, perché hanno bisogno di bontà, non di cattiveria. Ed è quella bellezza che porta a Dio che li aiuta a discernere tra ciò che è buono e ciò che invece è cattivo e porta al nemico di Dio.

Questa è la pericolosità di halloween che mette veramente in una condizione disumana. Pensare di potersi illudere con ciò che è brutto, orrido, macabro, demoniaco e quindi con ciò che è orientato al cattivo e al falso è da folli, soprattutto se questo poi lo si fa nei confronti dei bambini che sono gli esseri umani più malleabili, più vulnerabili, più fragili.

L’atteggiamento nei confronti della festa di halloween per analogia che vale quello che vale, può essere paragonato all’atteggiamento in occasione della festa del Natale. A Natale c’è una minoranza, sempre in diminuzione, che lo festeggia in rapporto a Gesù Cristo, nel desiderio, nella fede, nella memoria e nell’amore per Gesù e c’è una maggioranza, sempre in crescendo che lo festeggia invece nell’aspetto meramente consumistico che con il Natale non c’entrano proprio niente.

Analogamente halloween è caratterizzato da una minoranza in crescendo che lo festeggia intenzionalmente in rapporto a Satana e c’è una maggioranza che lo vive invece come momento di diversione, di evasione, di divertimento. Questi ultimi possono benissimo obiettare: «Ma a me queste cose di occultismo, di satanismo, ecc. non interessano, io non festeggio per questo, lo faccio solo per divertirmi, per me è un carnevale e stop». Nonostante le tante (per così dire) “buone intenzioni” professate, è comunque innegabile che halloween celebri di fatto l’orrido e il macabro, componenti caratteristiche e proprie del mondo oscuro del satanismo e della stregoneria.

Ora questo elemento è tutt’altro che trascurabile perché va a toccare uno dei punti fondamentali dell’essere e del vivere dell’uomo predisponendolo, senza che egli se ne renda conto, all’accoglienza di proposte negative, occulte, esoteriche, favorendo questo indirizzo culturale.

Riporto alcune considerazioni e alcuni esempi pratici che dovrebbero far molto riflettere chi continua, non solo a sostenere che halloween è un gioco innocente, ma persino accusa di oscurantismo chi ne mette in rilievo la forte valenza negativa.

La stregoneria antica e la neostregoneria dei nostri tempi, che si è organizzata addirittura come movimento con il nome di Wicca, per le celebrazioni dei propri riti, segue le stesse date fondamentali che seguiva il mondo pagano celtico[9]. Tra di esse c’è appunto la ricorrenza di Samhain, nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre, considerata la festa principale, quella che dà il via al calendario delle celebrazioni, al nuovo anno della magia. Inoltre questo stesso calendario è stato fatto proprio anche dai satanisti. Essi però aggiungono anche tutte le notti tra il sabato e la domenica –  per dissacrare la domenica considerata festa dei cristiani –, le vigilie di numerose feste e memorie cattoliche e le notti che precedono ogni festa, solennità o memoria in onore della Beata Vergine Maria. Sta di fatto comunque che anche per i cultori di satana, la principale festa nel calendario delle celebrazioni, quella che per loro è l’inizio dell’anno satanico, è halloween.

Bisogna poi tener ben presente che molte testimonianze attestano come la ricorrenza di halloween, incluso il periodo di tempo che la prepara, sia di fatto per alcuni giovani, un momento privilegiato di contatto con il mondo dell’occulto attraverso una massiccia propaganda mediatica, soprattutto in rete. Il rischio ulteriore è finire nel giro di realtà settarie o comunque legate al mondo dell’occultismo, con conseguenze anche gravi non solo sul piano spirituale, ma anche sul piano dell’integrità psicofisica.

Che halloween sia un mezzo attraverso il quale viene promossa la conoscenza e la pratica dell’esoterismo tra i piccoli, potremmo portare molti esempi.

Uno fra i tanti è quello che è accaduto lo scorso anno in varie scuole italiane nelle quali è stato proposto questo “gioco” nei giorni che hanno preceduto il 31 ottobre: «Disegnare (con pennarelli cancellabili) un cerchio sul pavimento; disegnare una stella a cinque punte nel cerchio; chiudere le finestre perché non vi sia luce e fare il girotondo con i propri compagni di classe. A chi gira la testa perde. Quando uno si ferma, prima di rigiocare deve ripetere in coro la filastrocca: Periculum in mora, periculum in mora”». Il cerchio con la stella a cinque punte, il gesto di girare intorno al cerchio tenendosi per mano, pronunciare determinate parole in una lingua sconosciuta (certamente il latino per i bambini delle scuole elementari è sconosciuto), sono tutti elementi tipici dei rituali della stregoneria. In particolare le parole: “Periculum in mora, periculum in mora” vogliono significare: “pericolo/danno da ritardo” come a dire: “C’è un danno, ci sia un male se non riprendiamo a fare il girotondo”. E da chi dovrebbe venire questo danno? Dalle “entità evocate”. I bambini sono quindi iniziati inconsapevolmente a un rito di stregoneria.

Mentre assistiamo – in varie nazioni di antica cristianità, tra cui l’Italia – al tentativo ricorrente di eliminare i Crocifissi dai luoghi pubblici e, in prossimità del Natale, addirittura al divieto di allestire nelle scuole il Presepe e di rappresentare il messaggio spirituale del Natale (o comunque alla proibizione di nominare il nome di Gesù durante le recite natalizie, quasi fosse una bestemmia), nelle medesime strutture scolastiche spesso si promuove o più precisamente si impone e si celebra halloween che, come abbiamo dimostrato, ha le sue radici in una religione pagana, con una componente altamente nefasta e funesta. Nella sua ritualità, infatti, erano introdotti non solo sacrifici di animali, ma anche di esseri umani.

Un altro esempio che vi porto è dei giorni scorsi. In una scuola di prima elementare, la maestra di italiano ha consegnato a tutti i bambini un foglio sul quale ha stampato una poesia. Ha invitato i bambini a incollare sul quaderno quel foglio e poi a imparare a memoria la poesia. La mamma di uno di quei bambini, che fa un cammino di fede, quando si è visto arrivare a casa suo figlio con quella poesia sul foglio incollato sul quaderno, ha deciso di non mandare il bambino a scuola il 31 ottobre, giorno in cui la maestra di italiano avrebbe chiesto ai bambini di declamare la poesia. Il testo è il seguente:

Filastrocca della paura

Nel bel mezzo della notte oscura

Ecco senti arrivare la paura.

Le ombre sulle pareti sono mostri orribili.

Sotto le coperte vedi figure terribili.

Alla porta del tuo cuore comincia a bussare.

Forza, chiudi gli occhi e lasciala andare.

Lasciati guidare dai pensieri vellutati.

Fatti cullare dai sogni zuccherati.

Inclina poi la testa di qua e di là.

Vedrai che la paura presto svanirà.

Passiamo a Foggia. Sentite che annuncio alcuni giorni fa è stato dato circa un nuovo spettacolo teatrale de “Il Teatro della Polvere”.

«Invitiamo voi, anime sensibili, coraggiose e vicine all’occulto a partecipare al nostro rituale (nella speranza che tutto vada per il meglio). Lo spettacolo va in scena il 31 ottobre e il 1° novembre ed è riservato a 15 spettatori alla volta. Tre repliche previste, con ingressi alle ore 20.00, 21.00 e 22.00. Così viene descritto dagli organizzatori: una presenza infesta il Teatro di via Nicola Parisi. Ha una storia da raccontare. In cerchio, dita contro dita, si cercherà di rievocare lo spirito per conoscere la sua storia. Quale terribile segreto nasconde? Ma le cose prendono un’altra piega e, insieme a lui, altre anime inquiete si manifesteranno, ognuno con la propria verità, per dare voce e corpo alla storia della protagonista di una antica leggenda foggiana.

“La seduta spiritica nasce da due desideri: il primo è d’interagire col pubblico e dar loro modo di modificare e partecipare direttamente alla storia; il secondo è quello di diffondere un po’ della nostra cultura popolare antica” spiega la regista Anna Laura d’Ecclesia. Una storia orrorifica inedita, ma con qualche traccia del passato, che possa lasciare nei cuori dei nostri spettatori un’impronta di quello che siamo e che siamo stati, e che, seppur morti, hanno ancora molto da dire, da rimpiangere e da sognare. I deboli di cuore e di spirito si tengano lontani, per la loro tranquillità: invitiamo solo anime forti e rispettose”, conclude. “Gli spiriti non vanno mai disturbati, bensì aiutati a trovare la pace. E il nostro pubblico li condurrà verso la luce, in un modo o nell’altro”. Gli spettacoli saranno riservati ai soli soci del Teatro della Polvere (per partecipare è necessario tesserarsi). Prenotazione obbligatoria».

Per i cultori del maligno è motivo di grandissimo compiacimento che le menti e i cuori di tanti bambini, adolescenti, giovani e di non pochi adulti, anche se per gioco e divertimento, nei giorni e nelle settimane di ottobre che precedono il 31 ottobre, siano messi in collegamento con questa religione pagana senza che ne siano consapevoli e che quindi siano messi in comunione nel medesimo tempo con l’irrisione beffarda che il nemico del genere umano ispira alle menti degli uomini nei confronti del momento più importante e decisivo dell’esistenza di un essere umano che è quello del suo trapasso.

Pochi sanno, inoltre, che i cultori di Satana, nei perversi riti da essi realizzati in suo onore, in tutto il mese di ottobre e nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre, considerano donate a loro le “energie” di tutti coloro che, sia pure per gioco, stanno evocando il mondo delle tenebre. Per i seguaci del maligno è motivo di grande soddisfazione che tanti bambini, adolescenti, giovani e adulti, nel mese di ottobre e nella notte tra il 31 e il 1° novembre siano orientati non alla meravigliosa luce e bellezza di Dio, ma in qualche maniera al mondo del male. I seguaci del maligno sono convinti che in tal modo si rafforza il potere di satana nella società e in essi stessi.

Questo non vuol dire che quelli che festeggiano halloween avranno certamente tutti delle esperienze di particolare disturbo da parte del demonio, ma potrebbe renderli più vulnerabili nei confronti della sua attività straordinaria qualora fossero coinvolti in autentici rituali come sedute spiritiche o il “gioco” del girotondo intorno a un cerchio e una stella tracciati sul pavimento al buio e dicendo nel medesimo tempo determinate parole in latino come precedentemente descritto. Circa questi rischi, uno psicoterapeuta cattolico con il quale ho condiviso alcune considerazioni su halloween, mi ha scritto: «Grazie, carissimo padre Francesco, delle condivisioni, che personalmente vorrei portare nelle scuole (primarie e secondarie) dove, sicuramente, c’è più bisogno di sensibilizzare gli insegnanti/educatori e gli stessi genitori, i quali a volte sottovalutano tale fenomeno addirittura minimizzandolo. Sono convinto che ci dobbiamo spendere di più per contrastare questa pericolosissima deriva, che miete molte vittime, soprattutto tra i giovani. Io stesso come medico ho visto dei disturbi psichici, anche gravi, insorti dopo la partecipazione a festicciole, dove per superficialità (dabbenaggine!) e ignoranza si incorre in pratiche di divinazione, aprendo la strada all’attività demoniaca straordinaria. In alcuni casi particolari, avvenuti nelle scuole pubbliche durante l’orario di lezione (incredibile dictu) ho sollecitato i genitori a sporgere denuncia al Provveditorato».

Don Aldo Buonaiuto, animatore generale del Servizio Anti Sette dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, da anni schierato con decisione nel combattere il fenomeno halloween, in un articolo sul quotidiano online InTerris di lunedì 28 ottobre 2019 dal titolo: “Halloween attenzione alle zucche vuote”, ha dichiarato:

«… Per gli operatori delle tenebre non importa la consapevolezza di chi si presta a questa mascherata. Per loro, cosciente o no, chiunque partecipi direttamente o indirettamente alle celebrazioni di oscure presenze, minimizzate sotto mentite spoglie, corrisponde pur sempre a una vittoria del maligno al quale si rende onore pur senza (spesso) saperlo. …

Facciano attenzione i genitori a quale porta bussano i loro figli. E i mass media riflettano su quali messaggi diffondere prima di dover piangere vittime e feriti di rituali satanici e di giochi horror come quello giustamente sventato dalle forze dell’ordine alla periferia di Milano. … Nelle città da secoli si prega nei Santuari per la “buona morte”, al contrario halloween si fa gioco (con la scusa di esorcizzarlo) del senso sacro e del passaggio alla vita eterna.

E così è tutto un rimbalzare multi-mediatico di vampiri, zombi, pipistrelli, mostri e fantasmi, come se tra il mondo e l’aldilà esistessero e andassero omaggiate delle figure a loro modo metafisiche che, sotto sembianze di spiriti, turbano i sogni e la vita delle “persone perbene”. Insomma per duemila anni sono bastati i Santi e gli Angeli custodi, adesso c’è bisogno, per qualcuno ben informato, delle banalità volgari e diaboliche di una falsa ricorrenza creata e propagandata a uso e consumo del più squallido consumismo di riporto.

Quando si parla di crisi educativa, si immaginano edifici scolastici fatiscenti e abbandono delle aule. Eppure a forza di rendere liquido il pensiero corrente, si finisce per trasformare le nuove generazioni in spugne che assorbono tutto il veleno prodotto dagli adulti. La zucca va bene per cucinare il risotto, per favore in testa mettiamo le buone idee»[10].

In un altro articolo su halloween, pubblicato il 30 ottobre 2019 dall’Agenzia SIR della Conferenza Episcopale Italiana, don Paolo Morocutti, docente di psicologia generale e di teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore ed esorcista ha tra l’altro dichiarato: «Del resto, è tipicamente diabolico minimizzare, declassare e ridicolizzare un fenomeno additandolo come innocuo quando invece non lo è affatto. Tutto ciò richiama la comunità cristiana ad affrontare un serio allarme educativo, una vera e propria battaglia, e l’arma principale è l’evangelizzazione delle coscienze per ripristinare, soprattutto nei giovani, un umanesimo cristiano votato alla cultura del bello e del vero»[11].

Si consideri poi il fatto assai inquietante registrato in alcune zone del mondo dove all’avvicinarsi di halloween vengono costantemente segnalate misteriose scomparse nel nulla di bambini, segno evidente che vengono rapiti per essere poi sacrificati nei riti satanici della notte di halloween da parte di alcuni che vogliono imitare, replicare e continuare i sacrifici umani del mondo pagano celtico per ingraziarsi gli spiriti maligni nei propri affari. Attenzione: non sono solo satanisti a realizzare tali nefandi riti, ma anche persone che non sono direttamente coinvolte nel giro del satanismo. E tali infami ed efferati delitti sono “protetti”, per così dire, da grandissime misure precauzionali, tanto che la possibilità, per coloro che li mettono in atto, di essere colti in flagrante sono molto ridotte. Essi infatti si sentono salvaguardati dalla copertura scrupolosissima di persone situate in posizioni di altissima autorità e potere nella società. Questo è il motivo per cui tali atroci delitti, a differenza di quelli commessi dal satanismo improvvisato giovanile, non vengono mai scoperti e non giungono mai alla ribalta dei mass-media.

Senza dire poi delle gravidanze nascoste e preordinate in modo che il parto avvenga proprio quella notte. In alcune sette i bambini nel grembo materno, con il consenso della mamma da tempo preparata dai capi e da altri membri della setta, vengono tirati fuori con taglio cesareo e offerti al demonio durante il rito in suo onore.

In occasione di halloween sono inoltre sempre più segnalate manifestazioni volutamente e gravemente offensive nei confronti della fede cristiana, come ad esempio quel che è avvenuto in una grande discoteca di Roma dove è stato esibito per tutta la notte di halloween un fantoccio che rappresentava un sacerdote con clergyman e colletto bianco, appeso per i piedi, con la testa in giù. Su internet inoltre si possono acquistare – in prossimità della festa di halloween – vestiti di suora macchiati di sangue e corredati da crocifissi, stole, casule e abiti sacerdotali strappati, associati a maschere di volti di sacerdoti simili a quelli di zombi.

Lo scorso anno su un quotidiano laico, che è il più venduto in Italia, un sacerdote aveva scritto un lungo articolo nel quale attaccava in un modo virulento e ingiusto i sacerdoti che mettono in evidenza la valenza negativa della festa di halloween accusandoli di oscurantismo e addirittura di essere fomentatori della religione della paura. Alla luce di quanto abbiamo sin qui illustrato, la religione della paura non è certamente identificabile in chi mette in rilievo la valenza negativa di halloween, ma nell’esoterismo e in tante religioni pagane che oggi tornano in auge, mascherate –  come nel caso del fenomeno halloween – da una «malefica alleanza tra consumismo e fascinazione dell’occulto»[12].

Ebbene il giorno dopo la pubblicazione di quell’articolo si venne a sapere che nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre in una chiesa della stessa città dove risiedeva proprio quel sacerdote, era accaduto un fatto gravissimo, documentato con tanto di foto scattate durante la serata.

La Curia di quella città aveva affidato a un’associazione alcune chiese cosiddette museali, cioè chiese aperte al culto solo la domenica, e che negli altri giorni della settimana sono aperte a visite culturali. Quell’associazione aveva il compito di organizzare le visite.  Ebbene i responsabili di quell’associazione, senza ovviamente preavvisare né la Curia né il rettore di quella chiesa, organizzarono la festa di Halloween in una di quelle chiese. Le immagini che vi sto per mostrare sono eloquentissime, parlano da sole. Lo stesso quotidiano che aveva riportato l’articolo del sacerdote favorevole ad Halloween, non fece parola alcuna della dissacrazione e profanazione di quella chiesa e il sacerdote si guardò dal bene dal commentare nei giorni seguenti il fatto sui giornali.

Ci chiediamo davanti a queste manifestazioni della festa di halloween in cui si giunge a profanare e dissacrare una chiesa aperta al culto, chi sono i veri oscurantisti? Quelli che mettono in comunione i bambini e le nuove generazioni con la bellezza, la bontà e la verità di Dio che si contempla nei Santi oppure piuttosto coloro che insegnano loro, sotto forma di gioco, le oscure pratiche del rinascente mondo celtico pagano e del mondo dell’esoterismo e della stregoneria e giungono persino a farlo profanando le chiese cattoliche?

Chi sono i veri oscurantisti: coloro che preferiscono investire sulla bellezza del messaggio cristiano, degli eroi di Dio e fanno conoscere alle nuove generazioni i grandi benefattori dell’umanità che sono i Santi, la vita e le opere meravigliose da essi compiute, oppure coloro che addestrano le nuove generazioni alla cultura della morte, dissacrano i simboli della fede cristiana, esaltano le tenebre e il male?

Chi sono i veri oscurantisti? Quelli che invitano a ispirarsi agli esempi dei Santi, ad affidarsi alla loro fraterna e amorevolissima intercessione presso Dio, conducono i ragazzi e i giovani nei luoghi dove quei Santi sono vissuti o dove sono custoditi i loro resti mortali oppure coloro che offuscano le menti delle nuove generazioni con un grigio che fa sembrare tutto innocuo?

Il dovere dei genitori, degli educatori, dei mass media cristiani e di noi sacerdoti è quello di impegnarci intensamente nelle parrocchie e nelle scuole affinché emerga l’evidente componente anticristiana di questo fenomeno, senza il timore di essere etichettati come bigotti ma avendo sempre come bussola del proprio agire quotidiano il radicamento nella Verità. E nel medesimo tempo valorizzare la festa di Tutti i Santi, così come la luce è la bella alternativa al buio: rilanciare tra le nuove generazioni gli splendidi volti dei Santi invece delle orride maschere degli zombie.

E’ consolante e riempie il cuore di gioia il fatto che nella sera e nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre in alternativa ad halloween, sempre più parroci organizzino iniziative varie, quali veglie di preghiera nelle chiese, processioni dei Santi, rappresentazioni della vita dei Santi nelle sale parrocchiali, ore di adorazione del Santissimo Sacramento in riparazione e varie altre proposte orientate alla sensibilizzazione cristiana della celebrazione della festa di Tutti i Santi in particolare tra i bambini e i giovani, riparando e sostituendo l’aberrante esaltazione e celebrazione dell’occultismo e del demoniaco proposto da halloween.

La storiella di Jach o’lantern

L’usanza di tagliare una zucca a forma di faccia spaventevole lungo il tempo si è legata anche a una storiella, quella di Jack o’lantern, detto anche Jack il tirchio. Questi era un fabbro irlandese imbroglione che passava le giornate al pub a giocare a dadi, senza mai impegnarsi in qualcosa, nella vita, che fosse a fin di bene. Un giorno giunse persino a vendere l’anima al diavolo per pagare i suoi debiti di gioco.

Quando, tempo dopo, venne il diavolo a reclamare quanto gli spettava di diritto, Jack chiese al diavolo di poter bere un ultimo bicchiere, e poiché, come sempre, non aveva soldi, il diavolo accettò di trasformarsi in una moneta per permettergli di pagare. Jack, anziché ordinare da bere, ripose velocemente la moneta nel borsello, insieme ad una croce d’argento che impediva al demonio di ritrasformarsi. Fu con questo astuto trabocchetto che riuscì ad ingannarlo e costringerlo a scendere a patti. Ottenne di poter vivere per altri 10 anni. Sprecò, però, tutto il suo tempo nella solita dissoluta vita, e quando, trascorsi due lustri, il diavolo venne di nuovo, Jack gli chiese di salire per lui su un albero e raccogliergli un’ultima mela da mangiare prima di morire, poi lo bloccò sulla pianta incidendo una croce nella corteccia. Con questa ulteriore astuzia ottenne di essere lasciato in pace dal diavolo, che promise di rinunciare per sempre alla sua anima. Alla morte naturale, che inevitabilmente sopraggiunse, si presentò alle porte del paradiso, ma San Pietro non poté lasciarlo entrare, perché in tutta la vita non aveva mai fatto una sola cosa onesta o caritatevole. Venne, di conseguenza, spedito all’inferno, dove il diavolo, tenendo fede al patto con lui stipulato tempo addietro e risentito degli inganni subiti, non volle accettarlo dicendogli di tornarsene da dove era venuto.

Jack sarebbe stato costretto a vagare per sempre alla ricerca di un luogo che lo ospitasse per l’eternità, ma la strada era buia quindi chiese almeno una luce per vedere il proprio cammino Il diavolo gli gettò un tizzone ardente. Jack lo infilò in una rapa per farne una lanterna. Da allora egli vaga per il mondo con quella lanterna ricavata da una rapa.

Da tale storiella risale la tradizione di costruire lanterne ricavate inizialmente dalle rape successivamente sostituite da zucche. Come accennato in precedenza, dopo l’immigrazione negli anni seguenti al 1846 degli irlandesi in America a seguito della gravissima carestia del 1845-1846, essi cominciarono a usare zucche che sul suolo americano – oltre che più facile da reperire rispetto alle rape – sono anche più morbide e comode da intagliare.

La leggenda di Jack ò lantern si pensa sia nata a seguito dell’antica usanza sull’isola irlandese di porre sulla soglia delle case rape illuminate a mo’ di faccia orribile per non far avvicinare le anime erranti cattive e gli spiriti maligni.  Esse sarebbero quindi servite anche per incutere timore e cacciare via l’anima vagante di Jack o lantern che in quella notte si avvicinava alle case.

 

La commemorazione di Tutti i Defunti il 2 novembre

La commemorazione di “Tutti i Defunti” –  il giorno dopo la festa di “Tutti i Santi”  –   si impose da sé, quando il popolo di Dio, spontaneamente iniziò a ricordare i propri defunti il giorno seguente quello di “Tutti i Santi”.

L’istituzione ufficiale della Commemorazione dei Defunti è dovuta all’abate di Cluny, San Odilone, verso la fine del secolo X, dapprima nei monasteri francesi cluniacensi e in seguito in tutta l’Europa cattolica. Secondo lo storico Bérault Bercastel[13], il Santo fu spinto da una rivelazione:

«Ecco come la cosa è riferita dagli storici: mentre il santo abate governava il suo monastero in Francia, viveva un pio eremita in una piccola isola sulle coste della Sicilia. Un pellegrino francese che ritornava da Gerusalemme, da una tempesta fu gettato su quello scoglio. L’eremita che andò a visitarlo, gli domandò se conosceva l’abbazia di Cluny e l’abate Odilone. “Certamente, rispose il pellegrino, li conosco e mi glorio di conoscerli; ma voi, come li conoscete? E perché mi fate questa domanda?”. “Odo spesso, replicò il solitario, gli spiriti maligni lamentarsi delle pie persone che, con le loro preghiere ed elemosine, liberano le anime dalle pene che soffrono nell’altra vita; ma particolarmente si lamentano di Odilone, abate di Cluny, e dei suoi religiosi. Quando dunque sarete arrivato nella vostra patria, in nome di Dio vi prego a esortare quel santo abate e i suoi monaci a raddoppiare le loro buone opere in favore delle povere anime”.

Il pellegrino si recò all’abbazia di Cluny e fece la sua commissione. Perciò sant’Odilone ordinò che in tutti monasteri del suo istituto, ogni anno si facesse, il giorno dopo “Tutti i Santi”, la commemorazione di “Tutti i Fedeli Defunti”, sin dalla vigilia recitando i Vespri dei Defunti e l’indomani il Mattutino, suonando tutte le campane e celebrando per i Defunti una Messa solenne. Si conserva ancora il decreto che, nell’anno 998, fu fatto a Cluny, tanto per quel monastero quanto per tutti gli altri (monasteri) dipendenti»[14].

La missione assunta da Odilone nella Chiesa venne specificata da papa Benedetto VIII che, nella Bolla papale del 1° settembre 1016, così la descrive: «Servire Iddio, permettere di aderire a Dio, pregare, celebrare la Messa per i vivi e defunti, prender cura degli ospiti e dei poveri, fare l’elemosina»[15].

La festività, chiamata originariamente Anniversarium Omnium Animarum, apparve per la prima volta, nell’Ordo Romanus[16] del XIV secolo; venne poi definitivamente rinominata: Commemoratio Omnium Fidelium Defunctorum (Commemorazione di Tutti i Fedeli Defunti) solo qualche secolo più tardi.

[1] “Halloween attenzione alle zucche vuote”, articolo di don Aldo Buonaiuto sul quotidiano online InTerris di lunedì 28 ottobre 2019.

[2] La festa di Imbolc che significa in grembo, riferito alla gravidanza delle pecore, si celebrava l’1 febbraio. Imbolc era una festa legata alle pecore da latte e all’allungamento della durata della luce del giorno e per indicare tale allungamento della luce era tradizione accendere lumini e candele. In quella festa veniva celebrata anche una dea chiamata Brigid. La festa di Beltane, il fuoco luminoso, associato alla divinità, Belenus, dio del sole e della guarigione, celebrava il momento della semina tra fine aprile e i primi di maggio. La festa del dio Lugh detto anche Lughnasadh o Lammas si celebrava tra fine luglio e i primi di agosto corrispondeva al momento del raccolto (leggi anche la nota n. 9).

[3] Lingue celtiche parlate nelle isole britanniche.

[4] Il 1° agosto 1984 a Lindow Moss, nella contea di Cheshire (pronuncia: Cesciair) venne ritrovato il corpo mummificato di un uomo. Gli studi scientifici hanno stabilito che quell’uomo era morto intorno al II secolo a.C. e che all’epoca della morte doveva avere tra i venticinque e i trent’anni. Di peso medio e dotato di una corporatura massiccia, sebbene priva della muscolatura accentuata tipica dei guerrieri, aveva le mani lisce, non callose, di chi apparteneva ad un’alta classe sociale. Se il corpo offriva vari indizi riguardo alla vita di quell’uomo, straordinaria fu la prova delle modalità della sua morte. Portava infatti evidenti i segni di un assassinio rituale. Sul suo corpo non vi erano tracce di lotta, e gli studiosi conclusero che era stato tramortito con due colpi in testa ed in seguito dissanguato con un’incisione alla carotide. Sino al momento della sua orribile morte, aveva goduto di perfetta salute. In base allo studio dei suoi resti si ritiene che sia un druido, quindi un membro della casta sacerdotale pagana dei Celti, la quale presiedeva alla vita spirituale, intellettuale e rituale del popolo, praticava sacrifici umani durante le cerimonie religiose. I resti di cibo rinvenuti nello stomaco di quell’uomo hanno con grande probabilità a che fare con tali cerimonie. Gli scienziati hanno infatti verificato che l’ultimo pasto di quell’uomo fu un pezzo carbonizzato di focaccia d’orzo, il cibo tradizionalmente consumato durante le feste celtiche in onore dell’avvento della primavera (Beltane). Secondo un’antica usanza celtica, a tutti i presenti veniva distribuita una porzione di una speciale focaccia d’orzo; una di queste porzioni era carbonizzata, e chi la riceveva era destinato ad essere sacrificato agli dei.

[5] Cfr. Aldo Buonaiuto, Halloween. Lo scherzetto del diavolo, Ed. Sempre, 2015, pag. 48.

[6] Qualche variante di traduzione per i termini Trick e Treat sono i seguenti: «Trick: inganno, stratagemma, trucchetto, raggiro, trappola, segreto». «Treat: piacere, delizia, offerta, trattamento, regalo, cura».

[7] Il lungo testo, riportato tra le virgolette, è desunto con alcuni liberi adattamenti dal volume: Aldo Buonaiuto, Halloween. Lo scherzetto del diavolo, Ed. Sempre, 2015, pag. 48-50».

[8] Il lungo testo, riportato tra le virgolette, circa il film “Halloween – La notte delle streghe”, è desunto con alcuni liberi adattamenti e alcuni tagli dal volume: Aldo Buonaiuto, Halloween. Lo scherzetto del diavolo, Ed. Sempre, 2015, pag. 52-55».

[9] Nella stregoneria antica e odierna si segue il calendario celtico. Le feste vengono però distinte in sabbat ed esbat. I sabbat sono dedicati al principio maschile della divinità e si svolgono in tempi diversi secondo la posizione del sole rispetto alla terra. Anche se legati alle fasi solari si svolgono di notte e raccontano la vita della dea e del dio secondo il seguente ordine: Samhain (notte tra il 31 ottobre e il primo novembre); Yule (notte tra il 20 e il 21 dicembre, solstizio d’inverno); Imbolc (notte tra l’1 e il 2 febbraio); Ostara (notte tra il 20 e il 21 marzo, solstizio di primavera); Beltane (notte tra il 30 aprile l’1 maggio); Litha (notte tra il 20 e il 21 giugno, solstizio d’estate;  altri preferiscono la notte tra il 23 e il 24 giugno detta anche notte di San Giovanni); Lughnasadh (notte tra il 31 luglio e il 1° agosto); Mabon (notte tra il 20 e il 21 settembre). I riti svolti nei solstizi sono considerati sabbat maggiori, gli altri minori. Gli esbat sono dedicati al principio femminile della divinità e si svolgono quando c’è la luna piena, ogni 28 giorni. Secondo le fasi lunari dell’anno possono essere quindi dodici o tredici. Viene festeggiata la dea di cui la luna è un simbolo. Il mese lunare è composto di 28 giorni, durante i quali la luna assume quattro fasi: luna nuova, luna crescente, luna piena, luna calante. Vi sono riti legati a ogni fase lunare, tuttavia si ritiene che nelle notti di luna piena l’“energia” emanata dalla luna sia maggiore ed in genere si svolgono i riti magici per ottenere cose considerate più urgenti o importanti.

[10] “Halloween attenzione alle zucche vuote”, articolo di don Aldo Buonaiuto sul quotidiano online InTerris di lunedì 28 ottobre 2019. Per leggere l’intero articolo vai sul link: https://www.interris.it/editoriale/halloween–attenzione-alla-zucche-vuote

[11] https://www.agensir.it/chiesa/2019/10/30/halloween-don-morocutti-esorcista-fenomeno-culturale-ambiguo-al-servizio-del-male/

[12] “Halloween attenzione alle zucche vuote”, articolo di don Aldo Buonaiuto sul quotidiano online InTerris di lunedì 28 ottobre 2019.

[13] Antoine-Henri Bérault Bercastel, nato a Briey (Meurthe-et Moselle) il 20 novembre 1722 e morto a Noyon (Oise) nel 1795, è un religioso, storico della chiesa e poeta francese.

[14] M. Abbè Berault-Bercastel, Histoire de l’Eglise, Toulouse, 1809, J.B. Broulhiet éditeur.

[15] L. Tomassetti et Collegii adlecti Romae virorum s. theologiae et ss. canonum peritorum, Bullarium Romanum (Tomi XXIV), Augustae Taurinorum: Seb. Franco, H. Fory et Henrico Dalmazzo editoribus: [poi] A. Vecco et sociis, 1857-1872.

[16] L’insieme dei vari riti e cerimonie papali della Chiesa Cattolica.

Halloween. Don Morocutti (esorcista): “Fenomeno culturale ambiguo al servizio del male”

da Agenzia SIR  (Fonte)

Intervista di Giovanna Pasqualin Traversa

Torna la notte delle zucche e delle streghe, ma l’esorcista don Paolo Morocutti mette in guardia dalla sua apparente innocuità: “È un inno al macabro legato ad un movimento esoterico e anticristiano”. Per i satanisti “è la notte con il più alto tasso di profanazione dell’Eucaristia”. Di qui il monito: “Ascoltate gli esorcisti”.

Come ogni anno, torna puntuale Halloween e mentre molti negozi si addobbano di zucche, nelle vetrine delle pasticcerie appaiono dolcetti a forma di zucca, piccole tombe, streghe e scheletrini dondolanti, mentre ristoranti e locali offrono cene e serate a tema. Solo un formidabile fenomeno commerciale – secondo Confesercenti sono oltre 17 milioni gli italiani coinvolti in un business che sfiora i 260 milioni di euro – o dietro la notte delle zucche e delle streghe si nasconde qualcos’altro? Lo abbiamo chiesto a don Paolo Morocutti, docente di psicologia generale e di teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore ed esorcista della diocesi suburbicaria di Palestrina, che premette: “Ogni modello culturale scaturisce da un dato antropologico concreto e trova applicazione nella vita degli individui determinando stili di vita e comportamento. Un modello culturale che inneggia alla morte e alla bruttezza non può che essere nocivo perché

l’animo umano è per sua natura votato alla bellezza”.

Ma questa vocazione al bello è esclusivamente prerogativa del pensiero cristiano?

No, fa parte da sempre del patrimonio del pensiero antropologico universale. Dalla cultura classica all’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre fino al pensiero del filosofo ebreo Levinas – per citare alcuni grandi filosofi del ‘900 – troviamo sottinteso questo costitutivo bisogno di bellezza. E se il bello giova all’animo umano, ciò che è tenebroso lo distoglie dalla sua vocazione.

Halloween è un inno al macabro e alla dissacrazione del senso della vita.

Qual è l’errore che si compie nella comprensione di questo fenomeno?

Quello di contrapporre la realtà culturale a quella spirituale; ed è un errore gravissimo perché sono due rovesci della stessa medaglia. Per condurre la sua opera di seduttore delle coscienze, il maligno deve trovare uno spazio antropologico attraverso il quale agire sull’uomo e sui suoi comportamenti. Per lui la via migliore è agire sui modelli culturali, facendo sembrare buono ciò che non lo è e facendo sembrare cattivo ciò che in realtà è buono.

Il fenomeno “Halloween” non deve essere un pretesto per contrapporre cultura e fede, ma deve piuttosto aiutare a ripristinare il necessario dialogo fede-cultura per fare luce su ciò che è veramente utile allo sviluppo di un umanesimo integrale e combattere questa cultura malata. Occorre vigilare seriamente sui modelli culturali perché siano per l’uomo e non contro di lui.

don Paolo Morocutti

In concreto, dunque, che cosa fare?

Nello specifico, i cristiani e la Chiesa si devono mettere in serio ascolto soprattutto di coloro che sono chiamati dalla Chiesa stessa, con un mandato e una preparazione specifica, ad approfondire e interpretare questi fenomeni. Mi riferisco ai presbiteri esorcisti che hanno ricevuto dai propri vescovi questo mandato. L’Associazione internazionale esorcisti alla quale appartengo è più volte intervenuta in questi ultimi anni per spiegare che a questo fenomeno è legato un vero e proprio movimento esoterico e anticristiano.

Occorre ovviamente fare le opportune distinzioni. Un conto è l’adolescente che inconsapevolmente si presta ad un modello culturale sbagliato che veicola messaggi subliminali incompatibili con la fede cristiana; un conto sono le organizzazioni esoteriche o addirittura legate al culto di satana che in questi giorni operano ogni genere di blasfemia e profanazioni. Evidentemente in entrambi i casi si deve intervenire con decisione, ma è chiaro che si tratta di situazioni diverse, seppur collegate tra loro dal sottile filo che il maligno tesse instancabilmente per veicolare messaggi sbagliati e contrari alla fede cristiana.

Sembra che qualche parrocchia metta a disposizione i propri locali: che ne pensa?

Lo trovo irragionevole, incomprensibile e profondamente sbagliato. Si tratta di una festa che in realtà festa non è e non ha nessun messaggio neutrale o innocuo. La solennità di Tutti i Santi è stata quasi del tutto soppiantata da questa nuova festività del macabro e quello che è più triste è vedere come alcune delle nostre comunità cristiane si prestino a questo degrado culturale e spirituale. Come cristiani siamo chiamati ad annunciare il bello e il buono della vita che per noi si è fatta pienamente visibile in Gesù di Nazareth, non ad aprire le porte alla cultura e all’esaltazione del macabro e della morte.

Come comprendere se una cultura è al servizio del male?

Per poter emettere un giudizio positivo ed equilibrato su questo fenomeno occorre saperlo interpretare e per fare questo si devono ascoltare coloro che hanno gli strumenti per farlo. Ancora una volta vorrei tornare sull’importanza del ruolo pedagogico ed educativo degli esorcisti i quali sono concordi nel rilevare come questo fenomeno sia strettamente legato al mondo dell’occulto e dell’adorazione a satana. I dati forniti dal ministero dell’Interno sulla presenza di sette di ispirazione satanica nel nostro Paese sono impressionanti. Culmine poi di questo fenomeno legato al culto di satana è la profanazione delle specie eucaristiche che trova nella notte di Ognissanti un vero e proprio apice rituale. Ogni esorcista sa bene per esperienza che questa è la notte della profanazione.

Inoltre, non solo la notte di Ognissanti, ma l’intero periodo che la precede costituisce un tempo privilegiato nel quale molti giovani entrano in relazione con il mondo dell’occulto attraverso una massiccia propaganda mediatica, soprattutto in rete. Un “bombardamento” tale che non si è più in grado di discernere ciò che è solamente di cattivo gusto da ciò che può essere davvero pericoloso. Del resto, è tipicamente diabolico minimizzare, declassare e ridicolizzare un fenomeno additandolo come innocuo quando invece non lo è affatto. Tutto ciò richiama la comunità cristiana ad affrontare un serio allarme educativo, una vera e propria battaglia, e l’arma principale è l’evangelizzazione delle coscienze per ripristinare, soprattutto nei giovani, un umanesimo cristiano votato alla cultura del bello e del vero.

Halloween, attenzione alle zucche vuote

di don Aldo Bonaiuto

C’è la malefica alleanza tra consumismo e fascinazione dell’occulto dietro il fenomeno sempre più irrazionale e dilagante di halloween. Persino negli ambienti più insospettabili alligna la tentazione di legittimare una usanza pagana e contraria alle nostre radici storico-religiose con una sbrigativa equazione: “halloween uguale Ognissanti”. In realtà basta risalire alle sue origini celtiche per sgomberare il campo dagli equivoci: halloween non ha proprio nulla di cristiano, (anche se qualche finto sapiente equivoca, forse volutamente, persino l’etimologia confondendola con il reale significato), anzi la sua radice rimanda alle festività demoniache celebrate in varie parti del mondo da entità occulte che ne hanno fatto il loro “capodanno” blasfemo. Invece di accendere una candela come si fa nella festa dei Santi, halloween festeggia ciò che di più tragico si possa immaginare e cioè l’incombere sull’umanità delle forze del male che vogliono spegnere proprio quella luce che Cristo ha portato sulla terra.

Vetrine, finestre degli asili e delle scuole, sono ricolme in questi giorni di raffigurazioni fintamente innocue di cadaveri deturpati, pagliacci horror, persino teschi insanguinati, in una macabra esaltazione della civiltà di morte. Addirittura, forse per sembrare al passo con i tempi, arrivano via whatsapp gli inviti per festicciole in istituti, palestre, fast food nei quali si mette “scherzosamente” in preventivo che possano accadere imprevisti, fuoriprogramma, visite di entità sovrannaturali. Ma cosa ci è successo? Invece di valorizzare ciò che di meglio la nostra cultura, la nostra fede e anche la nostra storia dell’arte hanno prodotto in duemila anni al cospetto e su ispirazione della santità, ci siamo ridotti a scimmiottare una pessima versione del paganesimo che mescola fantasy, new age, satanismo, spiritismo e la più volgare ricerca di guadagno consumistico. Come dire, tutto va bene purché si riempiano i negozi di gadget, dolciumi e regali per una festa che tale non è. Altro che “dolcetto o scherzetto”, di fatto per il mondo dell’occulto la reale domanda, da molti banalizzata o ignorata, è: offerta o maledizione?

Per gli operatori delle tenebre non importa la consapevolezza di chi si presta a questa mascherata. Per loro, cosciente o no, chiunque partecipi direttamente o indirettamente alle celebrazioni di oscure presenze, minimizzate sotto mentite spoglie, corrisponde pur sempre a una vittoria del maligno al quale si rende onore pur senza (spesso) saperlo.

C’è poi una tentazione snobistica di derubricare tutto a innocente trasgressione. Si, va bene, qualche ragazzo tirerà uova o pietre contro la casa di un anziano, qualcun altro si vestirà in modo kitsch per scopiazzare i telefilm americani o al cinema proietteranno l’ennesimo film che si burlerà delle anime dei defunti. Ecco, è proprio questa sottovalutazione che fa il gioco delle forze del male.

Facciano attenzione i genitori a quale porta bussano i loro figli. E i mass media riflettano su quali messaggi diffondere prima di dover piangere vittime e feriti di rituali satanici e di giochi horror come quello giustamente sventato dalle forze dell’ordine alla periferia di Milano.

Nelle città da secoli si prega nei Santuari per la “buona morte”, al contrario halloween si fa gioco (con la scusa di esorcizzarlo) del senso sacro del passaggio alla vita eterna.

E così è tutto un rimbalzare multi-mediatico di vampiri, zombi, pipistrelli, mostri e fantasmi, come se tra il mondo e l’aldilà esistessero e andassero omaggiate delle figure a loro modo metafisiche che, sotto sembianze di spiriti, turbano i sogni e la vita delle “persone perbene”. Insomma per duemila anni sono bastati i Santi e gli Angeli custodi, adesso c’è bisogno, per qualcuno ben informato, delle banalità volgari e diaboliche di una falsa ricorrenza creata e propagandata a uso e consumo del più squallido consumismo di riporto.

Quando si parla di crisi educativa, si immaginano edifici scolastici fatiscenti e abbandono delle aule. Eppure a forza di rendere liquido il pensiero corrente, si finisce per trasformare le nuove generazioni in spugne che assorbono tutto il veleno prodotto dagli adulti. La zucca va bene per cucinare il risotto, per favore in testa mettiamo le buone idee.