TESTIMONIANZA DI UN EX PRATICANTE DELLA MEDITAZIONE TRASCENDENTALE (M.T.).

TESTIMONIANZA DI UN EX PRATICANTE DELLA MEDITAZIONE TRASCENDENTALE (M.T.).

Riportiamo di seguito la testimonianza di un medico cattolico che, dopo otto anni di pratica della cosiddetta Meditazione Trascendentale (M.T.), quando stava per diventare insegnante di questa tecnica, ha rinunciato ad essa perché gli fu chiesto di inginocchiarsi e di inchinarsi davanti all’immagine di un guru indiano.

 

Tra i “movimenti dello sviluppo del potenziale umano” vi è quello della cosiddetta Meditazione Trascendentale (M.T.), una tecnica che anche se definita «di meditazione» non ha però nulla a che fare con il significato che essa ha nel cristianesimo.

La M.T. è stata introdotta in Occidente da Maharishi Maesh Yogi che è stato allievo e segretario per quindici anni di Guru Dev, monaco indiano vissuto nello scorso nonché “shankaracharya” cioè leader spirituale ufficiale per il nord dell’India.

Questa tecnica viene presentata come un esercizio di meditazione che porta a un grande giovamento fisico e psichico e al dispiegamento del potenziale mentale. Si viene invitati a  procurarsi un fazzoletto bianco, dei fiori freschi,  ma non gli dicono che queste cose serviranno per sottoporlo a una cerimonia di iniziazione presentata come semplice memoriale della tradizione da cui viene tramandata la tecnica. La persona infatti viene introdotta in una stanza dove ci sono delle candele accese intorno a un quadro con l’immagine di Guru Dev vestito d’arancione; l’insegnante dice in maniera molto generica, che farà una piccola cerimonia di ringraziamento chiamata “pujja” durante la quale gli comunicherà il mantra. Offre davanti a quel quadro il fazzoletto, i fiori e del riso (quest’ultimo portato dall’insegnante stesso), poi cantando invoca innanzitutto il Guru Dev e quindi tutti i suoi predecessori vissuti nei secoli scorsi. A un certo punto comunica all’iniziato il mantra, una parola che gli dicono essere senza significato, ma “carica di energia”, che deve pronunciare ogni giorno lentamente e mentalmente ad occhi chiusi per venti minuti al mattino e venti minuti al pomeriggio (o alla sera) e che porterà la mente ad uno stato profondo di quiete vigile. In realtà questa parola è il nome di una divinità indù. Viene anche chiesta una quota che varia secondo il proprio reddito. Nel 1983 io pagai 600.000 lire. Tutto questo avviene il primo giorno. Nei quattro giorni successivi, si deve proseguire con l’insegnante la meditazione del mantra almeno una volta al giorno comunicandogli se la “meditazione” riesce bene, gli eventuali problemi o eventuali effetti collaterali. Questi quattro giorni servono a mettere a punto la tecnica. Si sta con l’insegnante circa un’ora: venti minuti per la meditazione e negli altri quaranta minuti si vedono alcuni nastri con gli insegnamenti di Maharishi sulla M.T. e si danno eventuali chiarimenti. Al termine dei quattro giorni viene detto: «Adesso sei autosufficiente, medita regolarmente da solo. Se vuoi puoi venire ogni mese o due mesi per un controllo dell’andamento della meditazione». Il controllo è gratuito. Si viene anche esortati a meditare il mantra il più possibile collettivamente, perché in gruppo, aumenterebbe in modo esponenziale l’effetto neuro-fisiologico, cioè il senso di quiete, di rilassamento profondo e di benessere generale e il potenziale mentale.

In periodi ben precisi dell’anno che corrispondono ai cambi di stagione o durante le nostre feste cristiane più solenni come il periodo delle feste natalizie e di quelle pasquali o i giorni intorno al ferragosto, che per i cattolici coincidono con la solennità dell’Assunta, i meditanti vengono invitati a partecipare a dei ritiri chiamati “assemblee di coerenza” che durano 8 o 15 giorni, organizzati ogni anno in diversi centri di M.T. del mondo.

Chi persevera nella meditazione (molti abbandonano data la grande difficoltà a inserire nel ritmo della vita quotidiana questa pratica), dopo due anni può passare alle tecniche avanzate che vengono veicolate non più da un insegnante, ma da un istruttore indiano preparato personalmente da Maharishi.

Inoltre esiste la M.T. SIDDHI il cui apprendimento comincia ripetendo la “pujja”, la cerimonia di ringraziamento. Si deve di nuovo portare un fazzoletto, fiori freschi e del riso, si viene di nuovo portati davanti al quadro di Guru Dev che viene invocato nel canto insieme a tutti i guru suoi predecessori. Durante il corso SIDDHI che si svolge per quattro sabati di un mese, più quindici giorni residenziali in un’accademia di Maharishi, al mantra già appreso con la M.T. si aggiungono gli aforismi di Patanjali, un filosofo indiano vissuto circa 2000 anni fa che mise a punto tutta la serie di tecniche chiamate “siddhi” che sono numerose e dalle quali il movimento di Maharishi ne ha selezionato circa una ventina. Per “siddhi” si intendono le virtù e le “capacità”, o meglio i “poteri”, che vanno nominati (si potrebbe dire quasi “chiamati”), dopo aver ripetuto il mantra per 20-25 minuti. Questo però allunga la meditazione da un’ora a un’ora e mezza circa al mattino e altrettanto al pomeriggio.

Lo scopo del corso SIDDHI è non solo un aumento delle “facoltà mentali” e del rendimento fisico come nella M.T., ma appunto l’ottenimento di queste “virtù” particolari (ad es. l’amicizia, la compassione, ecc.) e la manifestazione di poteri particolari considerati come normale sviluppo di potenzialità mentali a cui possono associarsi “esperienze” come la levitazione nei suoi vari stadi, il conseguimento della “luce interiore”, ecc.

Chi è costante e va avanti nella “meditazione” partecipando a tutti i ritiri, corsi e assemblee, facilmente viene invitato a diventare insegnante. Ed è quello che fu proposto a me dopo otto anni di fedeltà assoluta. Il corso per gli insegnanti durava un anno e prevedeva otto mesi di ritiro con isolamento completo dall’esterno (ogni anno si svolgevano in una nazione diversa): si faceva la meditazione di un’ora e mezza due volte al giorno e il resto del tempo era impiegato nello studio che si avvaleva molto di videonastri con insegnamenti di Maharishi.

Durante quegli otto anni mi sentivo avvicinare sempre più al mondo della spiritualità vedica (induismo) e anche se continuavo ad andare in chiesa, partecipare alla Santa Messa e a confessarmi, mi rendevo conto che in me stavano avvenendo delle trasformazioni che mi allontanavano sempre più dalla fede cattolica. Nei primi tempi in cui avevo iniziato la M.T., quando ancora non era evidente per me la matrice induista di questa pratica, avevo chiesto consiglio a un sacerdote descrivendogli quel che stavo facendo, ed egli mi disse: «Se ti fa del bene, se non ti fa male, se ti giova non può essere cattiva». Solo oggi mi rendo conto quanto questa affermazione del sacerdote – evidentemente come me non a conoscenza della vera identità della M.T. -sia stata fuorviante, dal momento che giudicando quella pratica come buona  per i suoi  benefìci psicofisici, non mi rendevo conto di essere stato introdotto inconsapevolmente all’induismo. Iniziando il corso insegnanti cominciai infatti a pormi alcune domande, quali ad esempio come mai, avendo abbracciato la pratica della M.T. per benefici personali e per scopi scientifici, mi sono trovato di fronte a una tecnica che sconfinava nella filosofia, poi nello spirituale e infine nella religione, con insegnamenti in evidente contrasto con la mia fede cattolica. Di conseguenza un forte conflitto interiore cominciò a travagliarmi enormemente. Il conflitto giunse al culmine quando dopo i primi otto mesi di ritiro mi fu detto che durante la cerimonia di ringraziamento alla quale mi sarei dovuto nuovamente sottoporre, avrei dovuto ad un certo punto onorare Guru Dev e tutta la linea dei guru che l’hanno preceduto inginocchiandomi e inchinandomi e che mi sarei dovuto completamente abbandonare a Guru Dev considerandolo il mio maestro.  Questa “novità” era necessaria per mettermi in grado, una volta diventato insegnante, di veicolare ad altri la conoscenza che è la tecnica di M.T., introducendoli ad essa con la “pujja”, durante la quale avrei chiamato a mia volta Guru Dev e tutti i guru precedenti a modo propiziatorio per poter poi comunicare il mantra.

Mi consigliai nuovamente con un altro sacerdote il quale a differenza del precedente mi aiutò finalmente ad aprire gli occhi.

A questo punto io mi chiesi proprio dove ero arrivato. Come cristiano cattolico mi resi conto del pericolo gravissimo che stavo correndo e mi dissi: «Il mio maestro è uno solo, Gesù Cristo e non Guru Dev!». Dover fare delle offerte propiziatorie come i fiori, il riso e il fazzoletto, dover ripetere come le litanie dei santi, tutte le generazioni di guru precedenti, l’aver visto inoltre comportamenti immorali tra gli appartenenti al movimento e l’incapacità di saper distinguere bene e male, mi hanno fatto fare la mia considerazione personale e mi sono detto: «No! Davanti a un atto che io considero religioso, mi fermo. La mia religione è quella cattolica e non l’induismo». Non ho concluso il corso insegnanti e mi sono affidato all’aiuto dei sacerdoti.  Costatavo dei benefici neurofisiologici ottenuti, ma allo stesso tempo mi accorgevo di essere stato ingannato perché a un certo punto mi sono trovato davanti a questa drammatica scelta: «O cristiano o induista!». Questo aspetto per me deve essere chiarito sin dall’inizio a chi abbraccia la M.T. mettendolo al corrente di quale sarà il termine e il fine della M.T., infatti si viene attratti da promesse molto allettanti di benessere fisico e mentale e di potenziamento della memoria, della capacità di attenzione, di lavoro e della creatività, si viene fortemente affascinati dalla promessa di acquisizione di poteri eccezionali e poi ci si ritrova svuotati completamente dal proprio assetto di coscienza cristiana e portati lontano dalle verità rivelate da Dio in Cristo Gesù e insegnate dalla Chiesa. Io ho visto tanti cattolici che hanno abbandonato il cattolicesimo per aderire totalmente a questi insegnamenti: se frequentavano la Messa la domenica hanno cominciato a non farlo più; se si confessavano non lo hanno più fatto; hanno cominciato a fare grandi confusioni dottrinali, a ritenere sbagliati i dogmi della fede cattolica e gli insegnamenti della Chiesa e a mettere in dubbio il valore dei Sacramenti.

Inoltre, poiché non ci veniva detto sul piano morale ciò che è bene e ciò che è male, ma semplicemente di non fare mai ciò che noi ritenevamo male, questa affermazione portava a gravi conseguenze sul piano morale, dal momento che si giungeva a considerare bene, non più ciò che oggettivamente è bene o male, ma bene ciò che sembra portare benessere, appagamento, piacere e male ciò che nega benessere, appagamento, piacere. Con questa mentalità, si arrivava a considerare lecita un’unione sessuale extraconiugale, semplicemente per il piacere che sembra procurare, e, per questo, addirittura ad abbandonare il proprio coniuge. Cristo Gesù invece mi insegna l’indissolubilità del matrimonio. La mia fede cattolica mi dice: «Difendi il bene del tuo matrimonio a qualunque costo». I Comandamenti mi dicono: «Non commettere adulterio, non desiderare la donna d’altri, non commettere atti impuri», e rimanevo veramente impressionato nel vedere invece come era diffuso nel movimento della M.T. – anche se non suggerito o favorito dagli insegnanti o dai direttori del gruppo o dallo stesso Maharishi – non solo l’adulterio, ma anche la separazione dei coniugi. E non si separavano per un motivo di ascesi personale, come ad esempio il non avere rapporti con il proprio coniuge per promuovere la castità, ma per andare a vivere con un’altra donna o un altro uomo sposato. E tutto ciò si verificava durante o dopo i corsi. Per cui io mi chiedevo: «A che serve praticare una tecnica di questo tipo, stare meglio fisicamente e mentalmente per poi distruggere il proprio matrimonio?».

E questa domanda vale in tutti gli aspetti della vita: otto anni di M.T. mi hanno fatto verificare lo svincolamento da ogni riferimento morale precedente.

E allora ecco che anche per la preghiera può accadere quello che ho visto negli Stati Uniti dove un gruppo di cattolici che si erano dati alla M.T. modificarono sia il modo di pregare, sia il Santo Rosario, eliminando da esso i misteri dolorosi.

A questo punto io tiro delle conclusioni: «Non nego i benefici neurofisiologici, ma la trappola sono proprio questi benefici. Da dove provengono? Chi me li dà? Se sono benefici neurofisiologici che coinvolgono solo l’apparato anatomico, il sistema nervoso centrale, gli organi periferici, perché modifica anche la mia coscienza? Perché mai mi provoca dei contrasti con la mia fede cattolica che per me non andava contrastata o messa in dubbio? È evidente che non c’è solo un effetto neurofisiologico, ma anche inquietanti effetti di altro genere, effetti spirituali di cui non si viene preavvisati e che prima o poi si manifestano quando uno pratica la M.T. per un certo tempo.

Una lunga riflessione mi ha portato a ritenere con certezza che i benefici sperimentati non sono da mettere in correlazione con la tecnica pura, ma a qualcos’altro o meglio a qualcun altro che non può essere se non colui che Gesù Cristo chiama nel Vangelo «padre della menzogna» cioè Satana.

In seguito ho saputo che alcuni sacerdoti e monaci cristiani che hanno praticato la M.T., hanno lasciato la loro vocazione oppure, pur continuando il loro sacerdozio o la vita religiosa, non l’hanno più vissuta in maniera autentica.

 

 

LA VERITÀ SULLA MEDITAZIONE TRASCENDENTALE

Associazione Internazionale Esorcisti

 LA VERITÀ SULLA MEDITAZIONE TRASCENDENTALE

Si moltiplicano tecniche mentali diffuse dalla New Age che promettono quasi il paradiso sulla terra e che in realtà possono far sperimentare l’ “inferno” sulla terra, dal momento che sono o causa di turbe psichiche o strade aperte all’intervento occulto e devastante degli spiriti del male. Negli Stati Uniti sono già sorte delle cliniche psichiatriche specializzate nella cura di soggetti che hanno ricevuto danni dopo aver praticato tali tecniche. Una di queste tecniche è la cosiddetta Meditazione Trascendentale (da qui in avanti: M.T.) che nulla ha a che fare con la Meditazione Cristiana. Si tratta infatti di un rito d’iniziazione detto Puja, che è una vera e propria pratica idolatrica, fatta davanti a un quadro con l’immagine di un monaco indiano vissuto nello scorso secolo, un certo Guru Dev. L’iniziatore offre a nome dell’adepto un insieme di oggetti simbolici: un fazzoletto bianco; legno di sandalo; canfora; incenso; frutta; riso; acqua; fiori. Il fazzoletto bianco e i fiori dovranno essere portati dall’iniziato, gli altri oggetti simbolici invece dall’iniziatore. Queste offerte che rappresentano la persona che sta per essere iniziata, vengono fatte alle divinità indù, ad antichi maestri e a Maharishi Maesh Yogi, il famoso guru dei beatles che ha introdotto in Occidente la M.T. Ovviamente ciò non è spiegato inizialmente allo studente.

L’iniziatore si prostra, adora e prega in sanscrito a nome della persona da iniziare. Alzandosi dall’adorazione comunica, all’iniziato, un mantra, che è il nome di una divinità indiana. La persona, ripetendo questo mantra, invoca quella divinità, ma ciò viene nascosto all’iniziato al quale invece viene detto che il “mantra” è una parola, senza significato, però carica di una “energia” che emana se pronunciata ogni giorno lentamente e mentalmente ad occhi chiusi per 20 minuti al mattino e 20 minuti al pomeriggio (o alla sera). Il mantra inserito in mezzo ad altre parole che verranno successivamente comunicate all’iniziato, formerà un’intera frase in sanscrito che consiste in una vera e propria abiura della propria fede cristiana, la frase infatti è un’affermazione di accettazione della signoria a una delle 108 divinità indù, riconosciute dagli indiani come “spiriti potenti”, per cui la persona è inconsapevolmente introdotta all’induismo.

A un certo momento però, in maniera evidente la M.T. tradisce lo stesso induismo che cerca la fusione con la “divinità” e non i poteri, i quali non sono un obiettivo da cercare, mentre la gran maggioranza di coloro che abbracciano la M.T. sono abbagliati dal miraggio dall’acquisizione di benefici psichici e fisici eccezionali. Tali benefici dovrebbero portare al miglioramento dei propri risultati nelle diverse attività e allo sviluppo di “capacità” della mente con il risveglio di presunti “poteri” mentali che la gran parte degli uomini avrebbe, ma in letargo (questo processo viene anche definito con il termine: “illuminazione”), poteri che renderebbero capaci di rendersi invisibili, di levitarsi, di viaggiare fuori dal corpo, ecc. Questi poteri così avidamente ricercati, in ultima analisi sono la tentazione della magia che è l’espressione di una volontà di dominio egocentrico.

È celebre in Francia padre Joseph Marie Verlinde, che nel 1991 entrò nella Fraternità monastica della Famiglia di San Giuseppe. Oggi insegna filosofia all’Università Cattolica di Lione ed è un apprezzato autore di saggi sui temi della fede.

Dopo essersi laureato in scienze atomiche a 24 anni, negli anni della contestazione sessantottina abbandonò la scienza ed anche il cristianesimo mettendosi alla scuola del guru indiano Maharishi Maesh Yogi (nome alla nascita: Mahesh Prasa Varma), che aveva introdotto alla fine degli anni cinquanta in Occidente la “Meditazione Trascendentale”.  Con lui ha percorso tutto il mondo, poi però un giorno dopo un incontro con un sacerdote esorcista francese, padre Mathieu, ha compreso il subdolo inganno con cui il demonio l’aveva portato lontano da Gesù Cristo.

Sottoposto a una serie di esorcismi e giunto alla liberazione dall’azione occulta del demonio, ha sentito successivamente la chiamata di Cristo al sacerdozio e alla vita monastica. Alcune decine di anni fa l’allora Vescovo di Parigi, il Cardinale Lustiger, gli chiese di predicare la Quaresima nella cattedrale di Notre Dame ottenendo un successo strepitoso, la cattedrale infatti si riempì come mai prima di allora.

A riguardo della sua esperienza con il guru Maharishi Mahesh Yogi e la M.T., riportiamo di seguito alcune sue testimonianze presentate durante il Convegno dell’Associazione Internazionale Esorcisti nel luglio del 2002.

«Un giorno una persona facoltosa, il pezzo grosso di una società, in una situazione particolare, si fece iniziare alla M.T. Dopo aver ricevuto il mantra, andò soggetto a dei movimenti del corpo che non riusciva a controllare. Cominciò ad avere dei movimenti ritmici che si amplificavano sempre più. Tutte le membra del corpo vibravano ed emise anche dei suoni strani finché cadde a terra e cominciò a strisciare e a grugnire sempre più forte.  Tutti videro quella scena e cercavano di capire cosa stesse succedendo per aiutarlo. Quella persona, che aveva un importante posto nella società, si calmò solo dopo tre quarti d’ora e quell’esperienza fu la vergogna della sua esistenza. Egli poi confessò che al momento del ricevimento del mantra, vide con i suoi occhi, una forma oscura, uscire dall’immagine del Guru-Dev e piantarsi in volto, in un luogo conosciuto bene dagli indù, il chakra che secondo loro è posto al centro degli occhi. Si piantò lì, come per entrare dentro di lui. E al momento in cui entrò dentro di lui, cominciò ad avere quei movimenti. Questa è un’iniziazione finita male. Normalmente quando c’era una iniziazione non sempre si assisteva a esperienze come questa, spesso però si verificavano movimenti incontrollati, fino a farsi male, senza potersi fermare. Le spiegazioni che i responsabili davano di queste cose, erano sempre le stesse: “Sono le tensioni che vengono fuori. Sta succedendo, dunque, qualcosa di buono”. Ho visto tali movimenti centinaia di volte. La sola risposta che i responsabili continuavano a dare era: “È qualcosa di buono!!!”. Vedete come c’è una perdita di ogni discernimento.  Un vero e proprio oscuramento dell’intelligenza che impedisce di accorgersi che c’è qualcosa di diabolico. Per questo insisto molto sull’atto di liberazione dell’intelligenza e della volontà».

In seguito, un giorno, mi trovai davanti a uno spettacolo allucinante con alcuni lebbrosi a nord dell’India. Maharishi reagì con disprezzo: «Allontanati, lasciali percorrere il cammino del loro karma». È allora che, nel mio cuore iniziarono a emergere le domande più profonde: «Ero pronto ad aderire fino in fondo a un sistema di pensiero e di pratiche che conducevano a un tale atteggiamento esistenziale davanti alla sofferenza e davanti all’altro?».

Dopo aver abbandonato la M.T. e Maharishi, prima di giungere all’autentica fede cristiana, Verlinde incappò però in un gruppo di “esoteristi cristiani” nel quale egli esercitava dei poteri che credeva buoni, in realtà si trattava di partecipazione di poteri demoniaci. Egli narra:

«Quando esercitavo i poteri occulti, nel gruppo esoterico-cristiano, era sempre per il bene. A quell’epoca ero sinceramente convertito. Andavo a Messa tutti i giorni, facevo un’ora d’adorazione e recitavo il Rosario. Però praticavo l’occultismo e con successo! Molto spesso si sente dire: “Quando impongo le mani è sempre dopo aver pregato”. Certo, ma non credo che sia una ragione sufficiente. Non basta pregare per rendere buona, una pratica che in se stessa è malvagia, è cattiva. Elia profeta diceva già, a suo tempo, che non si può zoppicare su due piedi. “Se il Signore è Dio, seguitelo!” (1 Re 18,21), sceglietelo chiaramente. Tutto questo l’ho scoperto a mie spese. Tutte le azioni, tutti i frutti di queste azioni occulte, scaturivano da una “diagnosi per veggenza”, confermata più volte. Si trattava di una pratica di medicina magnetica, una specie di magnetismo energetico che dava grandissimi risultati. Quando ho scoperto la verità, mi sono reso conto che lavoravo con uno spirito che dava suggerimenti interiori sul modo di agire! Tutto questo sembrava molto positivo. Ero però preoccupato perché, nel Vangelo, questi spiriti non erano considerati buoni. Mi sono informato e mi hanno detto: “Certamente c’è uno spirito che ti aiuta, altrimenti non avresti questi risultati. Ma stai tranquillo, è uno spirito buono, è un angelo guaritore”. Per loro, quelli del gruppo esoterico-cristiano, io lavoravo con un “angelo guaritore”. Come ho scoperto la verità?  Un giorno, mentre viaggiavo nella regione di Parigi, partecipai alla Santa Messa, come facevo ogni giorno. Al momento dell’elevazione dell’Ostia sentì chiaramente questo famoso “angelo guaritore”, che bestemmiava il nome di Gesù! Può darsi, dunque, che per me faceva cose “buone”, anche atti meravigliosi, ma bestemmiava il Cristo! Sono andato in sagrestia, per spiegare al sacerdote, ciò che mi succedeva e quel sacerdote mi disse: “Non mi stupisce”. “Perché non la stupisce – gli dissi – tutti i giorni vado a Messa; non è mai successo nulla, e qui, invece oggi…..”. “Non mi stupisce – ribadì quel santo sacerdote – perché sono l’esorcista della Diocesi”. Quindi la semplice presenza dell’esorcista, che ha ricevuto dalla Chiesa questo mandato, ha obbligato lo spirito a svelarsi per la prima volta nella sua vera identità. Bisogna riflettere con molta attenzione: andavo tutti i giorni a Messa, facevo solo il bene e per il bene!  Questo era ciò che io pensavo. Allora ho depositato tutti questi poteri (che mi avevano assicurato venire da Dio!) e che esercitavo in “spirito evangelico”. Li ho depositati ai piedi della Croce di Cristo e quando mi sono rialzato dalla preghiera di liberazione, a cui mi sono sottoposto, non avevo più alcun potere. Dobbiamo diventare, sempre di più, degli uomini di discernimento. Il fine, non giustifica i mezzi. Certo la salute è un bene. Ma non tutti i mezzi per ottenere la salute, sono giustificati. Ed i mezzi che io usavo erano cattivi e non mi portavano a raggiungere un buon fine».

«Dopo il mio ritorno all’autentico cristianesimo (mi riferisco al cristianesimo libero dall’esoterismo), Maharishi mi ha cercato. Andai e mentre ero con lui ebbi una forma di veggenza spontanea (che gli esoteristi cristiani hanno sfruttato). Dissi al guru che durante la meditazione, vedevo che i suoi adepti attiravano delle piccole entità oscure che si raggruppavano intorno al chakra. «Tu – mi disse – non puoi certo aver inventato quello che mi dici, perché il modo in cui lo descrivi è esattamente il modo in cui è scritto nei Veda (i libri sacri dell’induismo). Quindi dimmi bene ciò che vedi». Ogni volta che i suoi adepti ripetevano il mantra ed entravano nella meditazione, io vedevo arrivare quelle entità oscure. Gli ho riferito ciò ed egli mi ha detto: «Ebbene, quelle entità sono spiriti cattivi, che vengono attirati». Ma rifiutava di ammettere che fosse la M.T. ad attirarli. Poco dopo esser ripartito mandò a chiamarmi di nuovo e mi disse: «Io non posso credere che questo sia provocato dalla Meditazione. Hai un mezzo per liberare da questi spiriti, coloro che meditano?». Io avendo già fatto l’esperienza della liberazione da parte di Gesù, pieno di gioia per la potenza del Suo Nome, gli ho detto: «Sì, credo che sia il Nome di Gesù che può liberarli». E il guru: «Perché non provi su qualcuno dei miei discepoli?».  Ed io, candidamente risposi: «Sì, certo, perché no!». Andai e trovai una decina di persone, proprio quelle che costituivano lo staff ristretto del guru. Ho discusso a lungo invano con loro fino alle 3,00 di notte, ma visto inutile ogni spiegazione mi rivolsi improvvisamente alla persona che avevo di fronte dicendogli semplicemente: «Gesù, Signore, mostra la tua potenza. Nel Nome di Gesù, ti ordino, chiunque tu sia, di lasciare quest’uomo e di andare via da questa stanza». Non ero esorcista, certo, ma quelle parole che avevo pronunciato con fede mi sembrarono solo una reazione di buon senso. Quella persona tutto d’un colpo fu presa da una fortissima “vibrazione” in tutto il corpo gridando fortemente. Vi un soffio gelido che attraversò tutta l’assemblea. Quella persona, che si trovava tra un “meditante” e la finestra, fu spinta violentemente al suolo da una forza invisibile e poi, più niente. Vi fu silenzio di tomba. Tutti si guardarono negli occhi e capirono che “qualcosa” era successo. Maharishi riconobbe che era avvenuta una liberazione da uno spirito maligno. Ma quando vidi che, nonostante questo, continuavano a non voler credere che quegli spiriti cattivi erano venuti dalla M.T. stessa e che rifiutavano di aderire alla liberazione donata da Cristo, in quella stessa alba li ho lasciati e non sono mai più tornato da loro. Avevo avuto la prova che avevano rifiutato la verità che per pura grazia di Dio si era manifestata loro. La mia, in quell’occasione fu, certo, una presunzione, ma Dio ha permesso che accadesse questo, solo per manifestare dove fosse la verità. In tutti quegli avvenimenti Gesù aveva loro mostrato la verità, ma essi non l’avevano accettata.

Padre Verlinde così sottolinea i pericoli della M.T. di cui per anni fu il numero due al mondo:

– tutte le tecniche finalizzate ad aprire i chakra, rilassarsi o acquisire poteri, ci mettono tutte comunque in uno stato medianico e ci portano in contatto con mondi occulti pericolosissimi;

– con il rituale della Puja della M.T. la persona viene offerta ad entità del Pantheon induista (talvolta espressamente demoni) le quali possono, durante la meditazione, facilmente entrare nell’ignaro evocatore;

– non esiste l’acquisizione di alcun potere occulto senza l’aiuto o l’intervento di spiriti, infatti tutte le tecniche finalizzate ad aprire i chakra, mettono in contatto con il mondo nel quale vivono ed agiscono queste entità malefiche che altro non sono che i demoni descritti nella Bibbia.

Sempre durante il Convegno dell’Associazione Internazionale Esorcisti, che si svolse a Collevalenza nel luglio del 2002, fu posta a padre Verlinde la seguente domanda:

«Un sacerdote conduce da oltre 20 anni, corsi di meditazione e di “preghiera” trascendentale e di tutte queste nomenclature orientali. Cosa pensare di questo?».

La sua risposta fu la seguente:

In effetti oggi c’è una recrudescenza di queste cose. Quando seguivo ancora il guru, avevo un amico responsabile per la Francia della M.T. Cito il nome perché ha scritto molte cose: Daniel Maurin. Ho cercato, in seguito, di incontrarmi con lui, dopo la sua conversione, perché anche lui si è convertito al cristianesimo e ha incominciato a scrivere libri, proponendo una meditazione che chiamava “meditazione cristiana” e che si basava sui testi di S. Teresa D’Avila e di S. Giovanni della Croce. Avevo letto la sua opera che era una raccolta di questi testi e ne ero molto felice, convinto che avesse vissuto una vera conversione. Quando l’ho incontrato però, rimasi stupito dal suo modo di parlare della preghiera dei monaci, c’era in lui una specie di disprezzo: “Queste persone pregano da 20 anni e ancora non hanno avuto un’esperienza di Dio”. Ma, pensando alle opere scritte (S. Teresa D’Avila), non avevo ragione di dubitare di lui. Mi ha lasciato due cassette in cui inizia a parlare e poi mostra questa sua famosa meditazione che – dice lui – essere una meditazione carmelitana. Mentre guidavo, ascoltavo e ad un certo punto mi sono fermato perché ero stomacato. Aveva semplicemente ripreso l’iniziazione della M.T., cambiando il mantra indù con un nome, di preferenza in ebraico o in greco o in latino (es. Jeshuà) e proponeva questa come meditazione cristiana! Da due, tre anni sto constatando una recrudescenza di proposte di meditazioni dette cristiane che altro non sono che recuperi di tecniche orientali, più o meno cristianizzate. Rimandandovi al mio libro: “Esperienza proibita”, permettetevi di dirvi che questo è un grandissimo pericolo, perché le tecniche orientali non hanno niente a che vedere con la preghiera e la meditazione cristiana. Noi non abbiamo “tecnica” di preghiera cristiana. Ci sono metodi che preparano all’accoglienza e alla visita dell’Altro, di Dio. Il solo “metodo” cristiano è entrare nello spirito di Maria: “Io sono la serva del Signore”.  Inoltre il modello di questo metodo riconosciuto nella Chiesa sono gli esercizi spirituali di Sant’ Ignazio di Loyola, considerati dalla Chiesa come la traccia della meditazione cristiana, del ritiro cristiano, perché ci portano all’ascolto della Parola, a metterci in presenza di Dio che viene a visitarci e ci rendono così disponibili alle mozioni dello Spirito Santo. Tutto il lavoro di Ignazio di Loyola è un lavoro di discernimento degli spiriti. Posso dire che nei nostri ritiri di guarigione interiore ci basiamo completamente sulla pedagogia degli esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola che sono, fondamentalmente, una scuola di discernimento degli spiriti. Cercare di scegliere il buono spirito, familiarizzandoci con la Parola di Dio. Questo ci porta al vero discernimento degli spiriti. Questo è l’esempio di metodo di approccio alla preghiera cristiana, ma non è una tecnica. La parola tecnica sottintende una certa manipolazione efficace, che ci permetterebbe di mettere “le mani su Dio”, di disporre addirittura di Lui e di “utilizzarlo” (sic!) per me. Questo è coerente in una mistica naturale (o naturalistica), in cui io sono “dio” e ho l’energia divina per me. Ma questa tecnica è incompatibile con le nostre disposizioni della preghiera in cui ci dirigiamo verso Dio nella speranza che Lui, fedele alla sua Parola, venga a visitarci. Ecco perché sono preoccupato di questa recrudescenza di scuole di preghiera cristiana che utilizzano tecniche orientali più o meno “battezzate”, di nomi di mantra che hanno nomi cristiani, ma in cui la tecnicità orientale, resta sempre la stessa. Per esempio, in una di queste scuole, in Italia, si propone di lasciare d’invocare il nome di Gesù, dimenticando ciò che vuol dire, ma solo ripetendolo tante volte finché non sparisce piano piano e lascia in uno stato di sospensione, in cui non è scomparso. Attenzione: quello stato di sospensione è uno stato medianico, perché avete applicato una tecnica che viene dall’Oriente. Ora in queste tecniche che si usi il nome di Gesù o il nome di una divinità orientale, si mira solo ad indurre una disposizione psicologica che non ha più niente a che vedere con l’accoglienza della Grazia, perchè il soggetto viene messo in un tipo di sospensione delle attività intellettuali e volitive (e sottolineo volitive) in cui la libertà è paralizzata. Il soggetto è nella disposizione di ricevere influenze di questi “mondi paralleli” senza essere capace di discernere chi e che cosa viene ad influenzarlo! Per noi è il nome di Gesù che salva. Il nome è la Persona: esso ci pone in comunione con la Persona di Gesù, ma è necessario invocarlo nel modo giusto. Solo nella Persona del Verbo incarnato abbiamo accesso al Padre. Gesù è l’unica Porta, è l’unico Pastore. È l’unico che può portarmi al Padre e me lo fa conoscere. Le altre tecniche vogliono trascendere il nome di Gesù per una presunta esperienza immediata (N.d.R. = la falsa via inventata dagli uomini, viene messa al posto della Via donata da Dio = N.d.R.). Era già ciò che, al tempo di Sant’ Ignazio e di Santa Teresa d’Avila si rimproverava agli “alumbrados” (= gli illuminati) perché volevano fare “corto circuito” dell’Incarnazione del Verbo, per una presunta “esperienza diretta del divino” che, allora, diventa quell’energia impersonale di cui ho denunciato l’ambiguità.

Nel suo libro Attacco al cristianesimo[1] padre Verlinde specifica ulteriormente:

«Non si sottolineerà mai abbastanza che il valore delle preghiere ripetitive cristiane non scaturisce dalla loro formulazione meccanica, bensì dalla relazione che esse permettono di creare con Colui o Colei alla quale sono rivolte. In altre parole è l’intenzione del cuore, l’amore che mettiamo in ciascuna di queste giaculatorie, che giustifica il suo impiego nel contesto cristiano. Per essere chiari: la preghiera cristiana utilizzata come tecnica, può deviare dalla sua finalità e indurre degli stati secondi, cioè stati di medianità che non hanno più nulla che fare con la meditazione. Per esempio la setta IVI suggerisce ai suoi adepti di porsi in stato di trance ripetendo infinite volte l’Ave Maria in maniera incantatoria. Nel mio libro: Iniziazione alla lectio divina cito un brano in cui Teofane il Recluso sottolinea che la famosa preghiera di Gesù non è un talismano: tutto il suo valore consiste nell’unione profonda del nostro spirito e del nostro cuore con il Signore, unione favorita dalla ripetizione amorosa del suo Santo Nome, invocato con fede totale»[2].

«I metodi di preghiera che s’ispirano a tecniche di meditazione orientale sono di fatto tecniche e niente più. Non basta solo rimpiazzare il mantra indù con un termine del vocabolario cristiano – anche se ripetute in greco o in ebraico per facilitare il rilassamento – perché la tecnica sia “battezzata” e possa essere integrata in un cammino spirituale cristiano. Mi ha colpito leggere le opere che presentano questo approccio, per la similitudine dei dialoghi con quelli che gli iniziatori della M.T. devono imparare a memoria per poter rispondere alle domande di coloro che li hanno iniziati. La finalità di questa pratica è descritta in termine di serenità interiore, senza alcuna allusione a un incontro personale con Cristo. Mi sembra che la presa immediata del divino nel quale siamo immersi corrisponda sempre più a un’esperienza di mistica naturale che a un incontro con il Dio vivente che si rivela in Gesù Cristo. Vorrei citare a questo proposito Santa Teresa d’Avila: “Pretendere di frenare da sole l’intelletto: ecco ciò che chiedo di non fare più, non dobbiamo nemmeno smettere di utilizzarlo, rischiando di non ottenere nulla”[3]».

«Se è Dio che fa tacere l’intelletto, gli dà modo di occuparsi diversamente, e questo avviene mediante una illuminazione così chiara che esso ne rimane assorto, persuaso che per certe cose non può fare proprio nulla, e senza che ne sappia come, si trova meglio istruito che non con impiego di tutti i suoi attenti, accurati apporti, con i quali piuttosto si sarebbe fatto del danno. Siccome Dio ci ha dato le potenze dell’intelletto per aiutarci ad agire, non vedo perché ci si debba privarcene, tanto più che ad ogni loro azione ha da corrispondere un premio. Lasciamole fare il loro ufficio, fino a quando Dio non ce ne dona altre, più grandi». E ancora: «Voi potreste credere che godendo di questi favoritismi così sublimi non si debba più fermare la meditazione sui misteri della Sacratissima Umanità di Nostro Signore Gesù Cristo, ma occuparsi soltanto di amare. Io ho capito che il demonio ha tentato di ingannarmi; e ne sono rimasta così scottata che penso di ripetere qui ciò che ho detto in altri luoghi, affinché camminate con molta attenzione e non abbiate a credere – guardate che cosa ardisco dire! – a chi afferma il contrario: non dobbiamo separarci dalla Sacratissima Umanità di Nostro Signore Gesù Cristo, unico nostro bene e rimedio. Quelli che si separano da Essa fanno del male a sé e agli altri. Assicuro che non entreranno mai nel cammino perché, perduta la via, che è il buon Gesù, non ne troveranno la strada”[4]»[5].

 

[1] Padre Joseph Marie Verlinde, Attacco al cristianesimo, Edizioni Carismatici Francescani, Città di Castello, 2008.

[2] Ivi, pag.109.

[3] Santa Teresa D’Avila, Autobiografia, XII, 5.

[4] Castello interiore, VI Dimora VII, 5-6.

[5] Padre Joseph Marie Verlinde, Attacco al cristianesimo, Edizioni Carismatici Francescani, Città di Castello, 2008, pag. pag.112-114.

 

6 GIUGNO 2021: Beatificazione di sr. Maria Laura Mainetti

6 GIUGNO 2021: BEATIFICAZIONE DI SUOR MARIA LAURA MAINETTI, UCCISA IN ODIO ALLA FEDE DURANTE UN RITO SATANICO

 Di padre Francesco Bamonte, presidente dell’Associazione Internazionale Esorcisti

2 giugno 2021

Suor Maria Laura Mainetti

Domenica 6 giugno 2021, sarà beatificata Suor Maria Laura Mainetti, vittima sacrificale di un rito satanico realizzato da tre ragazzine. Appena arrestate, esse raccontarono infatti di averla offerta a Satana “per fare qualcosa di diverso dal solito e provare forte emozioni”.

Suor Maria Laura Mainetti, al secolo Teresina Elsa Mainetti, nacque a Colico (Lecco, Italia) il 20 agosto 1939 decima figlia di Stefano Mainetti e Marcellina Gusmeroli. Rimasta orfana di madre, pochi giorni dopo essere nata si prese cura di lei prima la sorella Romilda, aiutata da altre persone della famiglia di Tartano e poi la seconda moglie del padre.

Prese gradualmente coscienza che la mamma era morta per dare la vita a lei, sua decima figlia. E questo, forse, spiega anche perché cresca con una spiccata generosità e con la tendenza a farsi in quattro per le sue compagne, che la chiamano “santa Teresina”.

Un giorno andando a confessarsi, alla domanda del sacerdote su cosa voglia fare della propria vita, rispose: «Penso di fare della mia vita qualcosa di bello per gli altri». Il confessore le disse: «Allora pensaci bene. In che modo? Tu devi fare qualcosa di bello per gli altri».

Tanto bastò per scoprire in quella frase il progetto di Dio su di lei e di sentirsi così chiamata ad una donazione totale. Nel 1957, a diciott’anni entrò nel Postulantado della Congregazione delle Figlie della Croce, a Roma la cui regola di vita è «mettersi alla scuola di Gesù» che si è dato a noi fino alla morte in croce: sorprendente sarà il modo con cui lei incarnerà ciò fino al dono totale.

Concluse il Noviziato il 15 agosto 1959 emettendo la professione temporanea con i primi voti.

Iniziò poco dopo la sua missione di insegnante, passando dall’insegnamento nella scuola elementare a quello di coordinatrice nella materna, per terminare poi come educatrice tra le giovani del pensionato che le suore gestivano a Chiavenna (Sondrio). Il 25 agosto 1964 emise i voti perpetui a La Puye (diocesi di Poitiers in Francia) nella Casa Madre della Congregazione.

Dedicò la sua vita alla missione tra i bambini, i giovani e le famiglie, a Vasto (Chieti), Roma, Parma, fino ad approdare a Chiavenna (Sondrio) nel 1984: qui, nel 1987, divenne anche superiora della comunità. Fu insegnante, educatrice di molti giovani e studentesse e punto di riferimento spirituale per tante persone.

Le sue attenzioni furono rivolte in particolare ai giovani che vedeva così fragili, disorientati, plagiati: non perse occasioni per conoscere il loro mondo, il loro linguaggio, la cultura giovanile; si interessò alle diverse esperienze, non si tirò mai indietro davanti a nessuna proposta in loro favore; partecipò attivamente alle catechesi, all’oratorio, ai campi scuola, alle riunioni di ex alunni, offrendo ascolto e attenzione negli incontri personali.

Nel diario di Suor Maria Laura hanno trovato scritto: «La mia missione: essere segno dell’amore di tenerezza del Padre in comunità, nella scuola, tra le ragazze». E le testimonianze fin qui raccolte sembrano dire che ci sia riuscita. Anzi, affermano che «era persino esagerata nel vedere a ogni costo il lato buono delle persone» e che «faceva il bene in silenzio, senza dare importanza, quasi di sfuggita».

A Chiavenna, tre ragazze minorenni da tempo affascinate dal satanismo, progettarono di sacrificare al demonio una persona consacrata. Secondo quanto esse confessarono, la vittima inizialmente designata fu l’allora il parroco di San Lorenzo, monsignor Ambrogio Balatti, poi però ci ripensarono perché la sua corporatura robusta avrebbe reso difficile l’omicidio. Pensarono allora di immolare al demonio suor Maria Laura Mainetti, più facilmente sopraffabile perché di fisico esile.

All’inizio del giugno 2000 la suora fu contattata da una delle tre amiche. Finse di essere incinta a causa di una violenza sessuale subita e i famigliari volevano che abortisse. Diede per scontato che quella suora diventasse subito sua amica e che, per scongiurare l’aborto, le offrisse il suo incondizionato sostegno e perfino ospitalità nella propria comunità religiosa, almeno fino al termine della gravidanza.

Il 6 giugno la ragazza si fece nuovamente viva al telefono, chiedendo a Suor Maria Laura un appuntamento a Piazza Castello, dove si incontrarono. La ragazza la convinse ad accompagnarla a prendere il suo bagaglio rimasto nella valigia in un luogo isolato del paese raramente frequentato la sera. La suora uscì dal convento, verso le 22.00, da sola, ma le consorelle erano al corrente del suo impegno e chiese al parroco di vigilare sulla zona.

Quando si avviò a prendere i suoi effetti personali, entrarono in scena le due complici, che recitarono bene la loro parte ringraziando la suora e invitandola a seguirle lungo un viottolo poco illuminato. Poco dopo però, l’assalirono con dei sassi, poi la trascinarono ferita fino in un punto più isolato dove ognuna di loro le inflisse sei coltellate. Per rievocare il numero 666 della bestia satanica del libro dell’Apocalisse, avevano stabilito che il rituale di offerta della religiosa al diavolo, doveva essere caratterizzato dal numero dei fendenti, 6 per ciascuna delle tre ragazze in modo da comporre il 666. In tutto dovevano essere quindi 18 coltellate, ma nella foga i colpi furono uno in più. Avevano inoltre scelto proprio quella giornata, il 6 giugno del 2000, perché in quella data del nuovo millennio compariva due volte il numero 6.

La suora morì stando in ginocchio e la ritroveranno il giorno dopo, ormai cadavere. In seguito, nel corso degli interrogatori le giovani assassine confessarono che, mentre la colpivano, Suor Maria Laura disse: «Signore, perdonale!». Le ragazze ammisero di essere state impressionate non dalla vista del sangue e neppure dalla forza bruta che esse stesse non immaginavano di avere, ma piuttosto da quelle parole di perdono che la loro vittima pronunciò in punto di morte, preoccupata unicamente delle ragazze e dei contenuti dei loro quaderni con scritte sataniche. Risultò che, nei mesi precedenti, queste avevano compiuto un giuramento di sangue che le avrebbe legate fra loro indissolubilmente. Le indagini sull’omicidio esclusero la partecipazione diretta o indiretta di una persona adulta, che avrebbe potuto suggestionare le ragazze.

Pochi mesi prima della sua morte suor Maria Laura scrisse: “Dobbiamo essere disponibili a tutto per gli altri, sino a dare la vita come Gesù”. La sua morte violenta fu sulle prime pagine dei giornali italiani per molte settimane. Le tre ragazze furono condannate in via definitiva nel 2003: una, ritenuta la mente del gruppo, a 12 anni e 4 mesi, le due amiche a 8 anni e mezzo. Una volta scontata la pena, le tre ragazze hanno cambiato i loro nomi, si sono trasferite altrove, si sono sposate, hanno avuto figli, lavorano.

Il perdono della suora morente, che tanto colpì le giovani, fu in seguito anche il punto di ripartenza per la loro vita.

Sul luogo della morte di suor Maria Laura è stata posta una croce in granito che reca la scritta evangelica: “Se il chicco di grano muore, porta molto frutto”. Da subito tanti si sono recati lì in preghiera e, nel marzo 2019, la salma della suora è stata traslata dal cimitero a una delle cappelle laterali della Collegiata di San Lorenzo. Sulla balaustra è posto un diario dove si possono lasciare preghiere o riflessioni. In un anno sono state raccolte 1500 frasi, scritte in tutte le lingue del mondo da bambini, nonni, gruppi di ragazzi, genitori, oratori, scuole, cori, comunità.

Il 23 ottobre 2005 l’allora vescovo della diocesi di Como Alessandro Maggiolini aprì il Processo Diocesano per la beatificazione di suor Maria Laura, conclusosi il 6 giugno 2006. Successivamente nel 2008 la Santa Sede ha approvato la richiesta per l’inizio del processo di beatificazione. Nell’estate 2017 è stata consegnata la “Positio super martyrio”. Il 19 giugno 2020 Papa Francesco ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi alla promulgazione del Decreto che ne riconosce il martirio, in quanto compiuto “In odium fidei” (in odio alla fede), aprendo così la via alla sua beatificazione.

Oltre al luogo dove fu uccisa, meta di pellegrinaggi sono stati sin dall’inizio anche la sua tomba, prima nel cimitero di Chiavenna, poi, dal 2019, nella Collegiata di San Lorenzo a Chiavenna (precisamente nel pavimento della cappella di san Giovanni Nepomuceno, la seconda della navata destra), la casa dove visse.

La cerimonia di beatificazione e la celebrazione della Santa Messa si svolgerà nello stadio comunale di Chiavenna domenica 6 giugno 2021. Sarà presieduta dal Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, il cardinale Marcello Semeraro, e concelebrata dal vescovo della diocesi di Como monsignor Oscar Cantoni e da decine di presuli e sacerdoti. Si potrà seguire la trasmissione della celebrazione su TV 2000 poco prima delle 16.00.

Alcune considerazioni

La beatificazione di Suor Maria Laura Mainetti trucidata da tre ragazze adolescenti, deve farci riflettere seriamente sull’esito drammatico al quale può condurre non solo il vuoto di valori e la noia che caratterizza la vita di tanti giovani, ma anche quel bombardamento mediatico scellerato a cui essi sono sottoposti che si prefigge di suscitare in essi il fascino della trasgressione, dalle “sfide” (challenge) estreme, alla continua ricerca di proposte oltremodo stimolanti, fuori dall’ordinario e oltre ogni limite nelle quali rientra anche il culto al demonio con aberranti rituali di vario genere, che promettono non solo emozioni intense, ma l’appropriazione della sua forza malefica, dei suoi poteri (come se fossero poteri divini e non lo sono), delle sue prestazioni esoteriche.

Un numero crescente di giovani, e non solo, sottoposti a questo martellamento mediatico si ritrovano ad intraprendere dei sentieri che, si rivelano vere e proprie trappole che li conducono allo smarrimento e li inducono alla blasfemia, alla bestemmia, al vandalismo, alla violenza, all’omicidio, al suicidio. In tale propensione, l’occultismo esoterico e il satanismo, tendono sempre più a diventare delle vere e proprie corsie preferenziali. E la comunicazione mediatica costituisce uno dei canali privilegiati per la diffusione di simili percorsi. In particolare, alcuni generi mediatici risultano particolarmente adatti per catturare l’attenzione e adescare potenziali vittime.

Facciamo qualche esempio.

Basta scorrere i testi delle canzoni di gruppi musicali di vario genere (dal rock alla musica leggera diffusa dai festival più noti in Europa), oppure, visitando i siti internet relativi al sempre più variegato mondo dei cartoon per varie fasce di età, per scoprire come il culto della violenza, anche più estrema sino all’autolesionismo siano presi come modello; contenuti che costituiscono un vero e  proprio incitamento verso di essi, il tutto accompagnato da una specifica iconografia esoterica e satanica.

Un fenomeno spesso ritenuto come una sorta di neo-genere culturale, nuovi linguaggi artistici, etc.

Questo fenomeno non solo non va sottovalutato – e peggio ancora valorizzato – ma va guardato nella sua pericolosità e denunciato.

Stiamo assistendo, sempre più ignari, ad una vera e propria escalation di martellanti messaggi esoterici e satanici da parte del marketing. Romanzi, musica, videogiochi, moda, film, telefilm, pubblicità, mettono in moto un giro d’affari a livello planetario in cui il demoniaco viene presentato in chiave positiva: affascinante, accattivante, permissivo, un aspetto che attrae con forza le giovani generazioni, e senza preoccuparsi degli esiti educativi devastanti.

Si moltiplicano, ad esempio, le fiction televisive, cartoon e social forum che presentano Lucifero come un personaggio da imitare, un’icona della libertà contro la schiavitù della religione, della morale, delle regole che invece vengono sempre più percepite come realtà negative. Per esempio, per la Wicca (considerato come un nuovo movimento religioso afferente ai fenomeni cosiddetti di “neopaganesimo) Lucifero è “il principe del bene e della creazione misconosciuto e ingiustamente perseguitato dalla Chiesa cristiana”.

Se a questo si aggiunge una società fondata sempre più sull’avere tutto e subito, l’esoterismo che sfocia nel satanismo risulta essere la risposta più accattivante per il potere, il successo, il denaro, il sesso. In una siffatta prospettiva i valori della fede, della morale, la stessa Rivelazione cristiana, non solo non hanno più spazio ma vengono rifiutate e combattute con sempre più preoccupante disprezzo e odio.

Attraverso il web i ragazzi familiarizzano con sette e movimenti distruttivi tra i quali spicca il satanismo, con la possibilità di trasformare la conoscenza virtuale in quella reale.  Dinamiche che imperversano sui social forum e sulle numerosissime piattaforme dei siti web. Basta dare uno sguardo su Facebook per vedere che esistono una infinità di “pagine” e di “gruppi chiusi” relativi a questi temi.

Molte altre pagine sono presenti anche su Instagram e i “followers”. Se si prova a scrivere satanismo, esoterismo o sinonimi, ecco che si entra in un istante in quel mondo tenebroso che promuove e diffonde il vero e terribile oscurantismo che minaccia l’umanità e in particolare la vita dei giovani, con tutta una serie di immagini, foto di ogni genere, finalizzate a sedurre i visitatori e portarli a condividere queste realtà con tutte le loro proposte, convincendoli a liberarsi da quelli che vengono presentati come pregiudizi culturali, ideologici e religiosi.

Un vero e proprio indottrinamento esoterico e satanico in atto e troppo sottovalutato. Per cui l’informazione equilibrata, attenta e prudente urge soprattutto nell’ambito educativo e formativo delle famiglie e delle Istituzioni.

Come contrastare questo potere?

Bisogna che si ritorni con forza a distinguere chiaramente tra ciò che è moralmente corretto da ciò che non lo è; una mancanza che ha generato progressivamente un misconoscimento dei confini tra il bene e il male generando un sovvertimento di quei valori che sono a fondamento della stessa dignità umana.

Mettere in atto un annuncio integrale della fede, affascinante, credibile e senza compromessi, accompagnata da robuste proposte educative ed informative sui rischi e i pericoli di una vera e propria cultura della morte spesso ammantata dalle maschere di una falsa vitalità e felicità.

Iniziare a denunciare con forza tutte quelle proposte del demoniaco presentato come una realtà positiva. Tali proposte infatti rappresentano una forma di pervertimento talmente devastante, che non può avere diritto di cittadinanza in una società civile se vuole continuare ad essere tale.

Infine, pregare per i nostri giovani perché accolgano le ispirazioni del bene che Dio sempre cerca di comunicare ai loro cuori e respingano le falsità che il “padre della menzogna” (cfr. Vangelo di Giovanni 8, 44) diffonde nella società attraverso i suoi cultori. Quest’ultimi infatti presentano i comandi di Dio e l’ubbidienza a Lui come una mortificazione, una minaccia alla propria libertà, realizzazione e felicità. In realtà, è esattamente il contrario: è Satana che minaccia la libertà, la felicità, la realizzazione personale e l’eterna salvezza di ogni uomo come anche la pace tra i popoli e le nazioni e il vero progresso dell’umanità. L’adesione incondizionata a Dio e l’obbedienza a Lui ci rendono veramente liberi, perché in Dio è la nostra pace, la nostra gioia, l’autentica e duratura felicità a cui anela il nostro cuore, la realizzazione piena della nostra esistenza in questa vita terrena e nell’eternità.

Luogo dove fu uccisa suor Laura Mainetti

VOLUMI PUBBLICATI DAL PRESIDENTE DELL’ A.I.E.

VOLUMI PUBBLICATI DAL PRESIDENTE DELL’ A.I.E.

Di seguito riportiamo le copertine dei volumi che ha pubblicato p. Francesco Bamonte icms, Presidente dell’Associazione Internazionale Esorcisti, al fine di promuovere la retta conoscenza del ministero degli esorcismi nel popolo di Dio e prevenire i danni dell’occultismo nella società.

Spettacoli e blasfemia

La sera di sabato 13 marzo 2021, dalle 21.00 alle 22.30 padre Francesco Bamonte, Presidente dell’Associazione Internazionale Esorcisti,  ha condotto il programma: “Padre, liberaci dal maligno” sull’emittente Radio Maria. L’argomento della serata è stato: “Spettacolo e blasfemia”. La trasmissione è stata dedicata interamente a una riflessione sulle blasfemie nei confronti di Cristo e di Maria Vergine che si sono verificate nel corso dell’ultimo festival della canzone italiana di Sanremo.

Padre liberaci dal maligno – 13/03/2021

IL GENERALE DELL’ORDINE DEI GESUITI CI RIPENSA: IL DIAVOLO NON È UN SIMBOLO. ESISTE REALMENTE

IL GENERALE DELL’ORDINE DEI GESUITI CI RIPENSA: IL DIAVOLO NON È UN SIMBOLO. ESISTE REALMENTE 

Città del Vaticano, 6 dic 2019 / 12:12 (Catholic News Agency – CNA)

Martedì scorso il Superiore Generale dell’ordine dei Gesuiti ha detto ai giornalisti che il diavolo è reale, dopo aver fatto notizia ad agosto affermando che Satana è un simbolo, non una persona.

Padre Arturo Sosa, SJ, secondo un rapporto di Vida Nueva, in una riunione del 2 dicembre (2019) con i giornalisti, ha dichiarato che Satana “è colui che sta tra il piano di Dio e la sua opera di salvezza compiuta in Cristo, perché ha preso questa decisione irreversibile e libera, e vuole trascinare gli altri per rifiutare il Dio misericordioso, che preferisce dare la sua vita per salvare invece di condannare”.

Sosa ha aggiunto che “il potere del diavolo … ovviamente esiste ancora come una forza che cerca di rovinare i nostri sforzi”.

I commenti di Sosa giungono a seguito delle osservazioni che egli ha offerto riguardo i sei Gesuiti e i due impiegati uccisi nel novembre 1989 dai soldati salvadoregni all’Università dell’America Centrale a San Salvador.

Il 21 agosto (2019), Sosa aveva dichiarato a una rivista italiana che il diavolo “esiste come personificazione del male in diverse forme, ma non nelle persone, perché non è una persona, è un modo di agire malvagio. Non è una persona come una persona umana. È un modo del male di essere presente nella vita umana”.

“Il bene e il male sono in una guerra permanente nella coscienza umana e noi abbiamo modi per identificarli. Riconosciamo Dio come buono, pienamente buono. I simboli fanno parte della realtà e il diavolo esiste come realtà simbolica, non come realtà personale”, aveva aggiunto ad agosto.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che «Satana all’inizio era un angelo buono, creato da Dio: il diavolo e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi» (CCC 391).

Gli angeli, dice il Catechismo, sono «esseri spirituali, non corporei» (CCC 328).

Sosa, 71 anni, è stato eletto Superiore Generale dei Gesuiti nel 2016. Venezuelano, ha una licenza pontificia in filosofia e un dottorato in scienze politiche. È stato Superiore Provinciale Gesuita in Venezuela dal 1996 al 2004. Nel 2014 ha assunto un ruolo amministrativo nella Curia Generale dei Gesuiti a Roma.

Sosa ha offerto commenti controversi su Satana in passato. Nel 2017 aveva dichiarato a El Mundo che “abbiamo formato figure simboliche come il Diavolo per esprimere il male”.

Dopo che la sua osservazione del 2017 ha generato polemiche, un portavoce di Sosa ha detto al giornale cattolico Herald che “come tutti i cattolici, padre Sosa professa e insegna ciò che la Chiesa professa e insegna. Non possiede un insieme di credenze diverse da quelle che sono contenute nella dottrina della Chiesa Cattolica”.

San Giovanni Calabria: “zero e miseria” vince il diavolo

San Giovanni Calabria: “zero e miseria” vince il diavolo[1]

  di Alberto Castaldini[2]

L’intera esistenza di Don Giovanni Calabria ci conferma che il santo, e, potremmo aggiungere, l’uomo e il sacerdote, è colui che fa dell’umiltà il tratto costitutivo della sua vocazione e la cifra principale della sua azione. Questa genuinità dello spirito, accompagnata a un animo sensibile e introspettivo, porta non solo a consolare i sofferenti, ma a farsi concretamente carico del loro dolore, ispirandosi a tal punto a Cristo da completare, giorno dopo giorno, quello che manca ai suoi patimenti “a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24).

San Giovanni Calabria (Verona 1873-1954), santo della Provvidenza e dell’Umiltà, che amava definirsi “zero e miseria”, beatificato nel 1988 e canonizzato nel 1999 da Papa Giovanni Paolo II, figura significativa nella vita ecclesiale italiana della prima metà del Novecento, sino alla fine della sua esistenza terrena fu consapevole che – come scrive san Paolo – “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno”, tanto che “li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8, 28-29). Proprio in ragione della sua conformità a Cristo, molte furono le prove e le sofferenze da lui sopportate in vita, inizialmente contrastato nella vocazione sacerdotale poiché i superiori non lo ritenevano di sufficiente ingegno (possedendo in realtà un’intelligenza intuitiva che nella maturità si manifestò fornendo risposte profonde e risolutive ai quesiti anche di intellettuali), e che invece si rivelò non solo zelante e ispirato fondatore della Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza (1932), come del suo ramo femminile, ma profetico esempio per la Chiesa italiana e universale (“apostolo dalle vedute sconfinate”, lo definì il gesuita P. Domenico Mondrone), stimato da protagonisti della vita ecclesiale del suo tempo, come il cardinale Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano, o Padre Pio da Pietrelcina; fu inoltre pioniere nel dialogo ecumenico con i cosiddetti fratelli cristiani separati: come lo scrittore anglicano inglese Clive Staples Lewis e il metropolita ortodosso romeno Visarion Puiu. Don Calabria fu anche in speciale comunione fraterna con il mondo ebraico, che sempre stimò e amò dopo che da bambino aveva assistito alle cerimonie di culto nella sinagoga di Verona. Durante l’ultima guerra mondiale portò concreto conforto agli ebrei perseguitati e il rabbino di Verona, memore di questa vicinanza, partecipò al suo funerale cui concorse l’intera cittadinanza.

La sua multiforme dedizione apostolica, il primato della carità e l’abbandono alla Provvidenza divina, l’intuizione verace e lo slancio che animavano ogni suo gesto, la purezza della sua testimonianza spirituale non potevano perciò che unirlo nelle sofferenze a Cristo, supremo modello della sua missione sacerdotale, perché la strada di Gesù verso la gloria è la stessa dei suoi figli (Rm 8,17) e passa attraverso una porta stretta che non esclude il sacrificio. Di ciò il santo sacerdote veronese fu sempre consapevole, tanto da affermare che le nostre sofferenze, in unione a quelle di Gesù, impreziosiscono le nostre anime e vivificano le opere di Dio. Eppure, con la sua innata umiltà, assimilata nella modesta abitazione natale di Vicolo Disciplina a Verona, nella centralissima Contrada Santi Apostoli, dove vide la luce l’8 ottobre 1873, battezzato il giorno di Ognissanti, figlio di Luigi, calzolaio, e di Angela Foschio, sarta e stiratrice, Don Giovanni, già anziano, chiedeva ai confratelli di pregare affinché potesse comprendere il “dono della sofferenza”. Nel maggio del 1930 proprio lui aveva dato inizio alla sezione italiana dell’“Apostolato infermi”. I suoi furono dolori non solo fisici ma soprattutto spirituali, che, nonostante i frutti copiosi della sua Opera, gli cagionarono angoscia e disperazione, sia in ragione del male così diffuso nella società, culminato nelle due guerre mondiali le cui privazioni egli sperimentò personalmente, sia per una misteriosa prova interiore, un’offerta di sé per la riparazione dei peccati che lo accompagnò fin dalla giovinezza, e si perfezionò in modo esplicito e per un misterioso disegno pochi anni prima della morte.

A undici anni si ammalò gravemente, gettando nello sconforto la madre che aveva perso già quattro figli, ma guarì provvidenzialmente dopo essere stato in pericolo di morte. La sua vocazione sacerdotale fu a lungo osteggiata in modo a tratti incomprensibile, forse perché grande sarebbe stato il bene da essa scaturito per il riscatto degli orfani e dei giovani in difficoltà attraverso la Casa Buoni Fanciulli da lui fondata nel 1907. Ma la volontà di Dio non si ferma agli ostacoli umani o spirituali, col tempo sapientamente li aggira, e Giovanni venne infine ordinato nel 1901 dal cardinal Bartolomeo Bacilieri, vescovo di Verona. In compenso la sua missione non fu mai disgiunta da un personale calvario. Il cardinale Schuster, che con il sacerdote veronese scambiò – come vedremo – un folto epistolario, ebbe a dire: “Mi pare che in queste sofferenze di Don Calabria ci sia la mano di Dio. Quando vuole adoperare un’anima, la stritola”.

Don Calabria fu sempre consapevole che questo era il prezzo per accedere al Regno di Dio (Quaerite primum regnum Dei! fu il motto e impegno suo e dell’Opera, di cui era custode, casante, come ancora oggi si definisce il superiore generale della congregazione). Se la sofferenza – affermava cosciente Don Calabria – è “moneta di Dio”, ciò significa solamente che essa può essere elargita a garanzia dei percorsi misteriosi del suo provvidente disegno. Resta il fatto che ogni croce genera anche angoscia, abbandono, esclusione, e negli ultimi anni il santo veronese non temette di affermare che l’ora “terribile” da lui vissuta era “l’ora di Satana”, che induceva a tornare urgentemente al Vangelo nella consapevolezza che l’ora del dolore fisico e spirituale “è anche l’ora di Gesù: è l’ora delle grandi decisioni…Gesù non verrà meno alla sua parola”.

Nonostante le promesse divine, molte ore buie segnarono infatti l’esistenza del santo veronese fino al suo tramonto ed egli ne fu anche scosso, impaurito, nel suo animo così profondamente sensibile che conviveva, alimentandolo, con lo zelo apostolico del fondatore.  Fu lunga la sua “notte oscura”, segnata da stati ansiosi, depressivi e ossessivi, ma Don Calabria trovava la forza di affermare: “Accetto tutto in espiazione dei miei peccati, per l’Opera, per il mondo…”. Alla mente del sacerdote, anziano e fragile, si riaffacciavano forse le parole del suo direttore spirituale, il carmelitano Padre Natale di Gesù del convento veronese degli Scalzi: “Si ricordi che il demonio è uno dei più terribili avversari di Lei, e se potesse precipitarla nell’Adige, sarebbe per lui una grande vittoria e trionfo”. Quindi, egli fu sempre pronto a combattere la sua buona battaglia, sopportandone i colpi violentissimi, rivestito “dell’armatura di Dio” (Ef 6,11). Come san Paolo, Don Calabria comprese di essere stato “afferrato” da Gesù, ma in questa sua chiamata che presentava gioie e dolori non fu mai un alienato bensì un uomo in costante relazione con Dio e i fratelli.

L’antico Avversario di Genesi, lo spirito negatore e distruttore – Padre Natale ne era certo – fu sempre il suo “acerrimo nemico”, poiché Don Giovanni era “tanto amato da Gesù” in quanto “istrumento nelle mani di Dio per compiere opere a bene della Chiesa di Dio”. La purezza di Don Calabria, il profumo della sua santità già in vita (Padre Pio ai fedeli veneti che a lui si rivolgevano nel Gargano consigliava di recarsi dal sacerdote veronese), la genuinità della sua testimonianza scatenavano certamente la furia distruttiva del Maligno, a tal punto che la sua azione persecutoria non gli risparmiò le pene interiori più laceranti, angosciandolo per la temuta inutilità dell’intera sua vita. Come il Curato d’Ars egli non fu esorcista, ma con le sue opere e le sue sofferenze strappò molte anime al diavolo, che in ogni momento “come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare” (1Pt 5,8). Come Giobbe, anch’egli levò il suo grido a Dio, soffrendo ingiustamente ma rimanendo fedele nella speranza della consolazione, infine morendo “vecchio e sazio di giorni” (Gb 42,17). Non a caso, il carmelitano p. Cherubino della Vergine del Carmelo, che divenne suo confessore dopo la morte di p. Natale di Gesù, lo paragonò proprio a Giobbe.

Il citato scambio epistolare intercorso tra il beato Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano, e san Giovanni Calabria, ci rivela non solo la comunanza di intenti pastorali fra questi due uomini di Dio (Schuster ebbe a cuore e promosse la presenza calabriana a Milano nel borgo periferico di Cimiano), ma sottolinea la condivisa consapevolezza verso l’azione del Maligno, soprattutto nell’ultima fase della vita del veronese, segnata da profonda, quasi inconsolabile sofferenza. Don Calabria cercò il conforto spirituale dell’arcivescovo, che condivise con lui un senso di smarrimento, di incertezza sullo stesso futuro della Chiesa, consapevole però che la disperazione è generata dall’inganno diabolico, dal verbo di falsità che ferisce e indebolisce l’animo dell’uomo. E Schuster non temeva di confidare al sacerdote veronese le sue timorose fragilità, anche nei confronti dell’azione di Satana, nel solco di quella humilitas che gli derivava dalla formazione benedettina (Regula Sancti Benedicti VII) ma che fu anche il motto di un suo illustre predecessore sulla cattedra ambrosiana: San Carlo Borromeo. Non fu solo stima amicale a unirli ma anche partecipazione alla passione del Signore, come esorta l’apostolo Paolo, in anni in cui entrambi vedevano maturare “l’ora di Satana” (complice la complessa situazione geopolitica) e, nel contempo, “l’ora di Gesù” per la divina volontà di purificare il presente e il futuro. Schuster ribadì spesso al suo corrispondente che l’unica arma efficace contro il demonio è la santità, che Satana “non potrà essere vinto che con armi soprannaturali. Egli è intangibile a tutto il resto. Ha paura solo della santità della Chiesa” (lettera del 7/7/1951). Soprende la sensibilissima attenzione del porporato al presbitero e alle sue sofferenze, tanto che l’arcivescovo gli consigliò, nel luglio del 1949, di indossare la medaglia di san Benedetto. Attenzione umana così significata da Don Calabria in un appunto scritto con mano malferma, quasi cieco: “Nella mia croce come sento la predilezione di Gesù per Lei. Per questo Satana freme” (lettera del 18/12/1950). L’anno successivo Don Giovanni confiderà al card. Schuster che dopo avergli spedito una lettera ebbe “grandi prove fisiche e spirituali”, ma a un certo punto gli parve di udire una voce dire “basta per ora”, cui seguirono pace e serenità interiori. Un concomitante dettaglio, il primo, molto significativo per cogliere le eventuali strategie vessatorie del Nemico (lettera del 10/12/1951).

La desolazione morale, la notte oscura dell’anima, una melanconia infinita, rivelarono i tratti della persecuzione spirituale protrattasi fino agli ultimi giorni terreni di Don Calabria, allorché una serenità interiore lo pervase a tal punto da indurlo a offrire la sua vita per la guarigione di Papa Pio XII gravemente ammalato (e ricordiamo per inciso come anche a Schuster stesse a cuore la salute del Pontefice, e che l’arcivescovo precedette nella morte Don Calabria, spirando il 30 agosto del 1954). I medici e i collaboratori di Don Calabria testimoniano come il sacerdote soffrisse nella persuasione di aver commesso gravi peccati, di essere lontano dal pentimento, ritenendosi perciò ancor più colpevole e meritevole di castigo. A ciò si aggiungeva anche la frequente impossibilità a pregare, con la mente deturpata da pensieri avversi al Signore e alla fede, come nel cosiddetto “delirio di colpa”, grave stato di melanconia che tormenta le anime, spesso le più elette, tanto da far supporre l’azione straordinaria di uno spirito infernale. Non sorprende il fatto che in questi casi la mente della persona (anche del sacerdote) può essere angustiata persino da imprecazioni blasfeme, come avvenne per Don Calabria. Non per caso, Don Gabriele Amorth, chiedendo al passionista Padre Candido Amantini, l’esorcista della Scala Santa e suo maestro, che nome avrebbe dato al demonio, si sentì rispondere: “Il suo nome è bestemmia”.

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Veniamo ora a illustrare la vicenda calabriana anche sotto il profilo fenomenologico. Don Giovanni Calabria patì duramente come molti altri santi. Tornano alla mente episodi della vita del Santo Curato d’Ars o di Padre Pio, di Santa Veronica Giuliani o di Santa Mariam Baouardy, ma le esperienze vissute dal sacerdote veronese sono forse assimilabili a quelle di Santa Gemma Galgani (1878-1903), la giovane passionista lucchese che abbracciò la croce assegnando alla propria esistenza un significato reale che mutasse il dolore sofferto nell’amore assoluto e incondizionato per Cristo. Non si trattò in entrambi di una conformazione ideale, ma di un patire concreto, che comprendeva pesantissime vessazioni spirituali e fisiche, culminanti in un’ossessione dello spirito che spingeva al dubbio insanabile, al senso di fallimento, alla disperazione, accompagnando Gesù in un doloroso Getsemani quotidiano al punto di superare persino il confine dell’insanabile smarrimento, sperimentando l’angoscia del non-ritorno.

L’esperienza di Santa Gemma può pertanto essere accostata a quella di San Giovanni Calabria (peraltro si vedrà come un filo passionista unisca le due figure), e ci aiuta a farlo il filosofo e teologo Cornelio Fabro, autore di un denso saggio sulla giovane lucchese. Un realismo costante attraversa la sperimentazione della sofferenza in Gemma, e lo stesso possiamo cogliere in Don Calabria. Esso, ha scritto Fabro, è nella sua crudezza tale “da porre problemi gravi di teologia”, ai quali, almeno sotto il profilo “esistenziale”, non è facile dare una risposta. Possiamo in tal senso cogliere una specularità tra le sofferenze di Gemma, quella del sacerdote veronese e la Passione di Cristo, in cui però il soprannaturale, sperimentato da una creatura umana e non da Dio che si è fatto carne, è – scrive Fabro – fonte di sofferenze per certi versi più intense. Le vessazioni cui fu sottoposto Don Calabria non furono accompagnate come nel caso della santa lucchese da locuzioni interiori con Gesù, che consolarono la giovane nei momenti di maggiore travaglio. Ma il rapporto di Don Calabria con Cristo non fu meno intenso per il tramite sacramentale dell’Eucarestia nella sua condizione sacerdotale (tanto che l’azione vessatoria nei suoi confronti era diretta ad impedirgli di celebrare la Messa).

La vessazione in entrambi i casi, allorché intaccava l’esercizio della libertà interiore sul piano psicologico, con un grave riflesso nella prostrazione fisica, preparò il terreno a un’ossessione pesante (altrimenti definibile vessazione demoniaca mentale o interna) che si manifestava come premessa o financo anticamera della possessione, giungendo sulla sua soglia, ma che, ad avviso di Fabro, in Gemma, e per quanto ci consta anche in Don Calabria, non ha mai intaccato la piena e duratura unione della libertà interiore con Dio, quantunque culminando in pensieri e gesti di disperazione oltre che in moti verbali di avversione al sacro. Così riporta la Positio super Virtutibus del sacerdote veronese, ampiamente citata dai suoi biografi: “La coscienza di don Giovanni rimase costantemente identica sia nel suo aspetto positivo di promozione della vita di fede e di morale, sia nel suo comportamento critico di ogni idea… Il profondo della sua personalità non fu mai compromesso e la sua attività raziocinante non scomparve mai”.

Tutto ciò ci conferma come la presenza oscura del Male non impedisca la misteriosa cooperazione delle anime al piano di salvezza, pur generando eventuali perplessità circa il prezzo di tale sofferenza. Ma il Dio vivente è ineffabile e la sua trascendenza calata nell’immanenza non ci rivela sempre chiaramente l’economia della sua strategia salvifica. Ogni spiegazione diviene in tal senso impossibile alla mente umana e ci riconduce al tema dell’umiltà creaturale. La semplicità d’animo di Don Calabria, che coesisteva con la progettualità profetica del fondatore, dell’infaticabile costruttore di opere, rappresentava un modello di vita per quanti lo conoscevano, e si accompagnava a un cuore introspettivo che si esprimeva nella relazione col prossimo. Questo atteggiamento, come accadde in altri santi, perfezionava una profonda empatia che sfociava nel comune soffrire, conformandosi a Cristo nell’atto della riparazione, camminando lungo quel percorso che conduce alla gloria futura ma che per tutti passa inevitabilmente dal Golgota. Don Calabria fece proprio un carico di sofferenza intimamente lacerante che giunse nei momenti di maggiore disperazione a offuscare persino quella prospettiva d’eternità che si colloca al centro delle promesse divine per l’uomo.

L’aneddotica calabriana riporta molti episodi in cui il confine tra il mondo spirituale e la dimensione terrena appare labile. Anche la documentazione del processo canonico, che elevò il prete veronese agli altari, ne reca puntuale testimonianza, a conferma di come – pur nella sofferenza – in Don Calabria rimanesse la vigilante responsabilità verso le macchinazioni del Maligno (2Cor 2,11) nella fedele adesione a Gesù Cristo.

Allorché all’avvio del suo ministero fu vicario cooperatore a Santo Stefano, antica chiesa di Verona nei pressi dell’Adige, nella casa in cui viveva con la madre e la nipote, dopo un periodo di iniziale tranquillità, seguirono inspiegabili fenomeni fisici. Oggetti e mobili si muovevano da soli, il campanello della porta non dava tregua senza che nessuno lo toccasse e invano si cercò di fissarne il tirante. Lo si avvolse persino con degli stracci, ma fu inutile. Testimoni oculari di questi eventi furono notabili cittadini come il marchese Da Lisca, il prof. Grancelli e Don Pietro Scapini, professore di matematica al Seminario. Anche mons. Luigi Peloso, vicario generale della diocesi, che abitava nei pressi, udì quegli strani rumori e frastuoni. Il parroco di Santo Stefano cercò di bloccare la corda metallica del campanello, avvolgendosi le mani con delle pezze. Mollò la presa prima che la corda gli ferisse i palmi. Anche Padre Natale di Gesù volle assistere ai fenomeni nella casa di Vicolo Fontanelle. Essi durarono alcuni mesi per poi cessare del tutto.

Pochi anni dopo i fatti di Santo Stefano, quando l’Opera dei Buoni Fanciulli, grazie alla generosità del conte Francesco Perez, era già stata avviata e il progetto iniziava a dare i frutti sperati, ecco che l’ansia, lo scoraggiamento, iniziarono a tormentare Don Calabria. Padre Natale di Gesù in una lettera del 21 settembre 1913 gli scrisse: “Per obbedienza poi Le comando e Le impongo di mettersi in pace, quieto e tranquillo e tutta la sua responsabilità, tutti i suoi peccati, lasci tutto a carico della mia coscienza, perché io devo rispondere della Sua anima dinanzi a Dio. Per carità, non la dia vinta al demonio…”. Ma notte e giorno non c’era pace per il giovane prete. Notti lunghissime, disperanti, l’impossibilità di raccogliersi nella preghiera, di lavorare per la Casa dell’Opera. In una missiva del 1914 p. Natale significò al presbitero la ragione ultima delle sue sofferenze: “Non dimentichi mai che S. Zeno in Monte [sede dell’Opera, ndr] è il suo Calvario, sopra il quale Gesù lo vuole immolato, a gloria Sua, a salute di tante anime, di milioni di anime, e per la santificazione dell’anima della Reverenza Vostra”.

In una notte del 1934 Don Calabria si rifugiò nel Convento degli Scalzi, presso P. Natale di Gesù, per trovare un po’ di pace. Ciò si era verificato già agli inizi dell’Opera, ma il suo confessore quella volta lo aveva rimandato a casa. Dopo averlo ospitato in una delle celle, i carmelitani udirono nella quiete notturna rumori e gemiti. Entrati nella stanza trovarono il prete tremante e pieno di lividi, tanto da indurli a benedirlo. L’episodio si ripeté quella stessa notte e la benedizione fu rinnovata. Poi Don Calabria si addormentò.

Le vessazioni fisiche di Don Calabria, così simili a quelle che patì Padre Pio, sorprendono, ma nello stesso tempo inducono a quella cautela che non è espressione di incredulità, ma di ponderata attenzione verso analoghi episodi straordinari, indizi di una vita intensamente spirituale, di una sensibilità certamente fuori dall’ordinario, nella consapevolezza che nulla, nemmeno il più feroce persecutore, “potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8, 39), giacché – per citare Papa Leone Magno –  “colui che è in noi è più forte di colui che è contro di noi, il nostro vigore è in lui, nel confidare nella sua forza. Per questo infatti il Signore ha voluto subire l’attacco del tentatore: per istruirci con il suo esempio e insieme difenderci con il suo aiuto” (Leo I, Homilia XXXIX, 3).

Una testimonianza contenuta nella Positio parrebbe indicare in Don Calabria anche la presenza di uno stato dissociativo grave. Racconta fratel Oliviero Prospero: “Ad un certo punto si divincolava, gesticolava, digrignava i denti, faceva boccacce”. Il fratello coadiutore cercava di portargli conforto, rinfrescando il viso e le mani infiammate dal calore con una pezzuola bagnata. Don Calabria in dialetto e con una voce alterata allora esclamava: “Cópelo (uccidilo) ‘sto prete, questo saco de carbon, questo assassino che mi ruba tante anime. Quando è che muore? Brucialo!”. Passata qualche ora Don Calabria tornava quieto, e talvolta capitava che predicesse l’ora in cui sarebbero cessati questi fenomeni. Questi eventi si verificarono a Villa Ugolini, sulle Torricelle – le colline alle spalle di Verona – dove il sacerdote visse negli anni della Prima guerra mondiale. In un’altra occasione preannunciò un prossimo attacco, ingiungendo al confratello di non interloquire in alcun modo con quella presenza. Verificatosi quanto previsto, quella voce che lo pervadeva chiese perentoria: “Cosa fa Don Calabria? Mi porta via tanti giovani…sarebbero tutti miei”. Consapevole di queste improvvise e pesanti vessazioni, il sacerdote ripeteva spesso giaculatorie e invocazioni.

Di fenomeni apparentemente inspiegabili, ma noti alla letteratura demonologica, fu testimone diretta anche una delle religiose della casa dell’Opera a San Pancrazio, rione nei pressi della città, la quale, ricevuta una telefonata da una voce minacciosa ma simile a quella del Fondatore, pochi istanti dopo trovò alla porta Don Calabria in visita che ascoltò profondamente scosso il racconto. Il sacerdote all’udire i dettagli si turbò in viso, e fu persino colto da un tremito, accasciandosi.

Pare di scorgere in tutte queste prove il “pungiglione nella carne” evocato da san Paolo nella Seconda lettera ai Corinzi (12,7), che lo tormentò per non indurlo in superbia. Tali gravi vessazioni, culminanti come già detto in pensieri ossessivi e fenomeni talora dissociativi, di profonda prostrazione psicologica, non furono comunque in grado di minare totalmente, in modo continuato e prolungato, le basi della volontà di Don Calabria, nemmeno quando gli assalti lo colpivano nel corso della Messa a tal punto da indurlo a sospenderla per poi riprenderla. Infatti, la personalità di Don Calabria univa a una spiccata sensibilità verso l’altro, il prossimo, i poveri della città, una convinta determinazione nella sua azione apostolica. Come riporta la Positio super Virtutibus: “Aveva ottime capacità di dominio… Sapeva anche andare contro corrente con un rifiuto od un “no” se non vedeva chiaramente”. Così in essa si sintetizza efficacemente la personalità calabriana: “Animo percettivo e volontà solida”. Certamente nell’ultima fase della sua esistenza questi tratti riconoscibili ebbero a mutare in ragione delle sofferenze quotidiane. Nel contempo, e la Positio lo attesta, nella sua emotività “potevano determinarsi, al di fuori delle intenzioni di don Giovanni, manifestazioni contrarie alla sua coscienza”. Che esse possano essere culminate in uno sdoppiamento temporaneo della personalità, in quello che si definisce momento della crisi nella possessione per l’azione straordinaria del maligno, va dimostrato, giacché “non necessariamente chi ha vessazioni od ossessioni demoniache è anche posseduto”, ha scritto P. Francesco Bamonte nel suo volume Possessioni diaboliche ed esorcismo. La vicenda calabriana presenta a tratti questa ambiguità e, va detto che, a quanto risulta, Don Calabria non fu mai sottoposto ad esorcismo.

Negli anni della vecchiaia si fece più profondo e radicato il senso di disperazione e abbandono nell’anziano sacerdote: “Non credo più a niente…ho le mani vuote…sono zero e miseria…cosa vuole Gesù da me?”. Egli inoltre lamentava che un “muro di divisione” lo separava da Cristo, tanto da credere di essere da Lui rifiutato per sempre, senza alcuna speranza. “Dio el me leva la presenza”, affermava sconsolato Don Calabria nel suo amato dialetto. L’inganno operava sull’umore e le ideazioni più fosche lo affliggevano, facendogli paventare lo smarrimento della ragione. Ma la vicinanza delle anime, la comunione dei santi lo confortavano: di ciò egli rimase sempre consapevole. Che Don Calabria abbia sperimentato tutto ciò per così molti anni non deve sorprendere, perché il dato della sofferenza umana per causa del Maligno è parte dell’annuncio cristiano, tanto che – come ha scritto Don Renzo Lavatori nel suo saggio Satana, l’angelo del male  – “non si può togliere tale aspetto dal vangelo, senza, con questo, cambiare il senso dell’essere e dell’opera di Cristo”. Gli esorcismi operati da Gesù e descritti dagli evangelisti non costituiscono un racconto simbolico, ma una battaglia personale, tanto che il Redentore ordina ai demoni di rivelare il loro nome, dopo che loro hanno osato fare il suo. Il nome nella Scrittura ha, come sappiamo, un significato profondo, che tocca l’essenza della persona.

Non si deve però considerare che Don Calabria attribuisse con facilità queste prove all’azione del demonio. Uomo e prete di antica quanto solida formazione, ragionava e si esprimeva con innato discernimento, e da queste esperienze sapeva trarre ammaestramenti che condivideva per il bene delle anime, affinché la sua palestra personale potesse irrobustire i fratelli. Per questo affermava che “il demonio tenta in modo speciale con lo scoraggiamento”, ma che proprio per questo occorreva farsi santi a suo dispetto. Ciò non significa demonizzare ogni fenomeno incomprensibile che coinvolge l’uomo (e che la scienza potrebbe un giorno spiegare), ma raccomandare criterio nel giudizio, non escludendo nel contempo le indicazioni di quella sensibilità spirituale che proviene solo dall’esercizio assiduo della vita cristiana e dalla pratica della preghiera. Padre Candido Amantini dal canto suo, nella presentazione del volume di Don Amorth Un esorcista racconta, osservò: “noi non neghiamo minimamente i progressi della scienza; ma è contro la realtà, da noi continuamente sperimentata, illudersi che la scienza possa spiegare tutto e voler ridurre ogni male alle sole cause naturali”.

Dunque, nulla di sorprendentemente “paranormale” nella vita del santo prete veronese, piuttosto molto di autenticamente spirituale e perciò non sempre spiegabile con categorie umane, ma comprensibile con quelle evangeliche e teologiche o grazie a metafore efficaci perché imbevute di quella saggezza popolare che Don Giovanni Calabria aveva respirato alla scuola domestica di mamma Angela: “Satana è in catena – amava dire il nostro santo – ma bisogna stare attenti, perché la catena è lunga”. Don Calabria, osservando e benedicendo come soleva fare al termine del giorno la sua città dal colle di San Zeno in Monte, era convinto che quella catena fosse in grado di imprigionare il mondo intero e con sensibilità escatologica visse le prove più tragiche dell’umanità nel Novecento. Uno scenario questo che viene riaffermato nei documenti del Concilio Vaticano II: “Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, destinata a durare, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l’uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l’aiuto della grazia di Dio” (Cost. Gaudium et Spes, 37).

Tutte queste prove rientrarono comunque in un progetto divino a cui il santo veronese aveva più volte aderito consapevole. Sin dai primi anni di ministero Don Calabria – come ha scritto Don Luciano Squizzato – ebbe del suo sacerdozio una precisa concezione, quella del sacerdos alter Christus, ovvero a suo avviso il sacerdote doveva offrirsi come vittima perché il Signore è per lui “eredità” e “calice”. Giovane prete, egli si offrì da subito come vittima per la crescita dell’Opera, da poco fondata e nella quale aveva infuso tutto il suo zelo, intendendo questa offerta non come qualcosa di temporaneo ma come una scelta definitiva. Il 27 novembre 1907, il giorno seguente all’apertura della prima “Casa Buoni Fanciulli” nell’antico borgo di San Giovanni in Valle, Don Calabria scrisse in chiusura a una lettera indirizzata all’amico Don Pio Vesentini: “Prega perché possa amare il patire”. Naturalmente l’oblazione – che verrà ripetuta nel corso degli anni – implicava una conformazione radicale, financo una identificazione con il modello supremo della vittima, e la conseguente partecipazione al disegno di redenzione salvifica. Il prezzo non poteva che essere elevato: il Golgota personale di Don Calabria fu soprattutto la notte oscura iniziata nel 1949 e conclusasi nell’anno della morte del santo, il 1954. Nel suo diario, il 12 luglio 1950, nel pieno di quella quotidiana sofferenza – come ricorda Don Luigi Piovan, postulatore della Congregazione –, l’anziano sacerdote ribadì la sua offerta personale: “Io, povero ed ultimo servo, da alcuni mesi ho sofferto e soffro ciò che mente umana, così mi pare, non possa capire. […] Offro la mia povera anima alla divina misericordia”.

Squizzato ha sviluppato un raffronto tra l’esperienza calabriana e quella descritta con vertici di mistico afflato nonché di razionale consapevolezza, da san Giovanni della Croce (carmelitano come P. Natale di Gesù). Il quadro di sofferenze interiori che le testimonianze, rese nella Positio, delineano è dettagliato, confermando certe pagine del mistico spagnolo: tentazioni contro la fede, contro la speranza, prove cagionate dalla calunnia degli uomini o dall’incomprensione del mondo. Don Calabria, l’abbiamo già accennato, sperimentò anche la tentazione blasfema, come confidò al suo successore Don Luigi Pedrollo nel giorno dell’Addolorata del 1950 (“[…] ebbe l’ossessione di avere sulla punta della lingua parolacce, bestemmie; temette di essere abbandonato da Dio e di non essere compreso dai suoi stessi figli”). Tali sofferenze lo tormentarono sino alla fine della sua esistenza terrena, assieme a un conseguente senso di colpa e di oppressione della coscienza che non temeva di rivelare ai suoi collaboratori con atto di estrema umiltà.

Nell’ultima annotazione sul suo diario, il 29 maggio 1954, sei mesi prima della morte causata da emorragia cerebrale, Don Calabria ribadì la continua lotta interiore di fronte all’instancabile e pervicace azione diabolica: “Ora sono alla fine. Satana mi vuole nello scoraggiamento e miseria”. Nondimeno il vecchio sacerdote si affidava alla divina misericordia. Nel febbraio di quello stesso anno mariano, Don Pedrollo aveva registrato il suo smarrimento e la disperazione per l’indifferenza avvertita di fronte alla Messa: “Mi pare di essere perduto, sulla porta dell’Inferno!”.

Nel santo veronese non venne meno la cognizione che tutto quanto gli accadeva si collocava nella sequela di Cristo, quale intima offerta di sé per il suo piano redentivo e in opposizione al suo ministero. Proprio per la sua esperienza personale, a un prete conterraneo, il venerabile Don Giovanni Ciresola, suo figlio spirituale che aveva gettato le basi del Cenacolo della Carità, raccomandava perseveranza di fronte alle molte difficoltà patite perché gli ostacoli frapposti dal demonio erano il segno che l’opera era voluta dal Cielo.

Nonostante ciò in Don Calabria ci fu il desiderio di essere aiutato, supportato da “uomini di Dio”, da quelli che lui stesso chiamava “angeli del conforto”. Il card. Schuster fu certamente uno di loro. Agli inizi degli anni Cinquanta le sofferenze in lui si acuirono a tal punto che attraverso un medico di fiducia chiese aiuto a Padre Pio da Pietrelcina, il quale assicurò che avrebbe pregato “con tutta l’anima” per il prete veronese, aggiungendo però che Don Calabria era giunto, “vicino al Signore”, “sulla via della grazia”, a tali altezze difficilmente raggiungibili dalla scienza medica. Ad analoghe conclusioni giunse un illustre clinico che lo ebbe in cura, il prof. Cherubino Trabucchi, direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Verona, il quale diasgnosticò una “melanconia con associata una psiconevrosi ossessiva”, allorché nella testimonianza resa nella Positio definì Don Calabria “un martire dell’amore attraverso una sofferenza tragica di ordine psichico, potenziata spiritualmente”. Trabucchi, nella dichiarazione citata da Squizzato, osservò che in Don Calabria non riteneva “giustificate” le “drastiche cure, e ormonali e di elettroshock che gli furono applicate” e che mai vide soffrire un paziente come lui, in quanto – continuò – “i mali del mondo e soprattutto il peccato del mondo lo accasciavano tremendamente e lo facevano soffrire indicibilmente”. Pertanto, affermare, com’è accaduto anche di recente, che il santo veronese fosse affetto sostanzialmente da episodio depressivo maggiore e da nevrosi ossessiva, cui sarebbe stata di beneficio la terapia elettroconvulsivante, denota forse una prospettiva limitata sia della vicenda personale di Don Calabria, sia della stessa dimensione umana nella sua complessità antropologica.

Nella vicenda personale di Don Calabria si riscontrano i sintomi della cosiddetta depressione maggiore, con un persistente senso di colpa che generava autorecriminazioni di tipo morale e spirituale, con persistenti ideazioni ossessive che lo prostravano. Ma i sintomi non sembravano risolversi con le terapie, anzi parevano peggiorare, mentre il conforto della preghiera come della relazione/direzione spirituale ne attutiva gli effetti, sollevandolo temporaneamente. Si manifestavano inoltre i segni di un disturbo ossessivo:  una condizione di sofferenza che genera un senso di fallimento totale di sé, arrivando a includere impulsi autodistruttivi e al suicidio, blocco della preghiera e improvvisa avversione al sacro (oggetti, pratiche devozionali). Nella Positio si può ritrovare manifestazione di tutti questi sintomi. Che quella descritta dalla letteratura demonologica come “azione straordinaria del Maligno” abbia perciò trovato una breccia nella spiccata sensibilità, come nella sofferente fragilità, di Don Calabria («Diceva di se stesso di essere “una pianta sensitiva” che sente tutto», si afferma nella Positio) è più che probabile, ma appare semplicistico ricondurre a fattori esclusivamente organici o psichici episodi dolorosi così ricorrenti e radicati, nonché avvalorarne il loro rimedio attraverso terapie invasive. All’indagine scientifica – le parole del prof. Trabucchi lo confermano – non è possibile stabilire con argomentazioni teorico-empiriche che le ossessioni o le possessioni siano, ad esempio, problemi di scissione o proiezione. Essa può certamente fare luce, indagando, su queste fenomenologie, ma non può spiegarle in modo definitivo o generalizzato. La soggettività del caso, nella sua complessità interiorizzata, costituisce e resta un dato centrale.

In questi termini si espresse dal canto suo il card. Pietro Palazzini, prefetto della Congregazione dei Santi, nel corso  della plenaria del 1° dicembre 1985 alla presenza dei cardinali riunitisi per il voto sull’eroicità delle Virtù di don Calabria, e riportata da Don Piovan: “Il Suo scontro con Satana durò tutta la vita, ma sempre nell’ombra. L’affermazione che un influsso malefico demoniaco sia stato esercitato su Don Calabria, tenuta presente la sua personalità, non può essere considerata pretestuosa o diminutiva della sua grandezza spirituale. Per chi non accettasse l’influsso malefico del diavolo, rimane vero, ipoteticamente, che nel quadro psicofisico del Servo di Dio le sue convinzioni religiose abbiano raggiunto apici cosi alti da determinare momenti drammatici di sofferenza e di angoscia, nei quali l’idea satanica personificava tutte le difficoltà che si opponevano alla realizzazione dell’Opera che egli si sforzava di portare avanti. […] Se poi si tien presente che Don Calabria, pur non avendo avuto visioni di figure e simboli demoniaci (un dato però che alcune testimonianze sembrerebbero disconfermare, ndr), ebbe esperienze sensibili di realtà sataniche, l’interpretazione più ragionevole e maggiormente nella logica della fede è che l’intervento del maligno abbia accentuato i processi di alterazione fisica e psichica del Servo di Dio per gli stessi motivi per cui nell’ora delle tenebre si avvicinò a Cristo a rendergli più difficile il suo sacrificio”.

Concludendo, lungo la sofferenza di ogni uomo si snoda un sentiero di purificazione che introduce a una piena dimensione di grazia. Un vissuto come quello calabriano sotto il profilo teologico rappresenta una sintesi di dimensione antropologica, psicologia umana e tensione mistica. Esso costituisce un paradigma umano, creaturale, prima che un caso clinico e dovrebbe essere interpretato anche in questa arricchente prospettiva. Persino il Vangelo ci attesta lo stato di melanconia che assalì gli apostoli alla vigilia della Passione, esponendoli all’influsso dell’Iniquo, cui seguì però immediata l’esortazione liberatoria di Gesù: «Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: “Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione”» (Lc 22, 45-46).

La sofferente e nel contempo gioiosa santità di Don Giovanni, che in vita ebbe sì a soffrire, ma di cui si ricorda anche l’arguzia nelle espressioni (e Mons. Franco Costa, vescovo di Crema, citato da Piovan, affermò: “Quando si usciva da don Calabria, si sentiva la gioia grande del santo, ma si sentiva il mistero della sofferenza”), va riconosciuta anche e soprattutto nella sua dedizione paterna verso l’uomo povero, il tutto svolto in quella piena consapevolezza della quale il Maligno è acerrimo nemico. Egli stesso ammonì che “il nemico si oppone a quello che domanda Gesù”, e “se ne ride dei nostri piani e delle nostre industrie separate dalla santità”, rimanendo consapevole che “il grande conduttore della grazia di Dio è il dolore”.

Negli ultimi anni della sua esistenza, a partire dal 1947, il santo ricevette una serie di lettere confortanti scritte da P. Adalberto Cerusico, un religioso passionista a conoscenza del suo stato, simili nello stile a quelle di P. Natale di Gesù, morto nel 1941. Una delle missive, riportate da Ottorino Foffano nella sua biografia calabriana, così recitava, spronandolo: “tutto ciò che l’opprime, sia che venga dai demoni, dagli uomini, dal Cielo: tutto è opera dell’Amore. Amore di Dio, Amore di Maria, per un disegno di amore salvifico, a gloria di Dio”. Padre Cerusico visitò di persona Don Calabria solo nel settembre del 1954, dopo essere stato a san Giovanni Rotondo da Padre Pio, il quale in quell’occasione gli disse che le sofferenze del prete veronese presto sarebbero cessate e che avrebbe ricevuto consolazione. Don Calabria morì il 4 dicembre di quello stesso anno, ultimo primo sabato del mese dell’Anno Mariano.

Si è detto come Don Calabria vivesse queste esperienze fuori dall’ordinario con grande sofferenza, ma come nel contempo conservasse il necessario discernimento verso ogni fenomeno soprasensibile di natura religiosa. Egli visse un’epoca segnata da due conflitti mondiali con immense rovine, animata da grandi aspettative dopo i molti patimenti, e caratterizzata da frequenti episodi di misticismo. A Verona nell’immediato secondo dopoguerra si segnalarono ripetuti fenomeni mistici che Don Calabria osservò con scetticismo, tanto da dire: “trucco, isterismo e il demonio concorrono bene spesso in questi casi di pseudomisticismo e il demonio lavora sovente sulla povera natura malata”. Sulla “Rivista del Clero Italiano” (marzo 1953) intervenne infatti con un articolo contro il falso misticismo. Ma di fronte ai celebri fatti della Madonna delle lacrime di Siracusa (agosto-settembre 1953) il suo atteggiamento dubbioso scomparve.

Nel suo cuore – vogliamo così pensare – Don Calabria comprese, di fronte alle straordinarie manifestazioni della Madre di Dio, Mediatrice universale di grazie, l’importanza del sacrificio personale, delle proprie lacrime, sempre credendo, nonostante le molte traversìe patite, nel sacerdozio che tanto aveva desiderato, restando perciò, sino alla fine, saldo nelle parole accorate contenute nella Prima lettera di Pietro: “non siate sorpresi per l’incendio di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. Ma nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare” (1Pt 4, 12-13).

 

Bibliografia

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Zonin S., D’Auria A., I disagi dell’anima e l’esorcismo. Liberazione e guarigione interiore nel percorso pastorale e terapeutico, SugarCo, Milano 2017.

 

[1] Questo intervento riprende il testo della relazione tenuta su invito al Convegno Nazionale 2019 dell’Associazione Internazionale Esorcisti AIE, Sacrofano – Roma, Fraterna Domus, 16-20 settembre 2019.

[2] Professore nella Facoltà di Teologia Greco-Cattolica dell’Università Babes-Bolyai di Cluj (Romania).

Linee guida per il ministero dell’esorcismo”, un vademecum di dottrina e prassi alla luce del nuovo Rituale

Da articolo di LA STAMPA: https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/libri/2020/07/14/news/linee-guida-per-il-ministero-dell-esorcismo-un-vademecum-di-dottrina-e-prassi-alla-luce-del-nuovo-rituale-1.39082435

Linee guida per il ministero dell’esorcismo”, un vademecum di dottrina e prassi alla luce del nuovo Rituale

Curato dall’Associazione Internazionale Esorcisti e pubblicato dalle Edizioni Messaggero Padova un testo fondamentale per far luce sull’azione del maligno.

 

TORINO. Negli ultimi anni, l’azione diabolica è oggetto di notevole interesse nel mondo occidentale, in particolare riguardo al fenomeno della possessione e al ruolo che svolgono gli esorcisti nel ministero di liberazione. Come ha rilevato il cardinale Bassetti, presidente della CEI, «esistono nel mondo delle periferie esistenziali dove è sempre inverno, dove l’aria è impregnata di paura. Il boss di queste periferie è il maligno che, come ricorda papa Francesco, non è “un mito, una rappresentazione, ma un essere personale che ci tormenta” e riguardo al quale Gesù ci ha insegnato a chiedere ogni giorno di essere liberati “perché il suo potere non ci domini”». Tuttavia, molto spesso la percezione dell’azione del maligno è distorta e l’esorcismo cattolico è visto come «una realtà scabrosa, violenta, oscura quasi quanto la pratica della magia, […] sullo stesso piano delle pratiche occulte».

Il libro “Linee guida per il ministero dell’esorcismo”, pubblicato inizialmente in forma riservata per i membri dell’Associazione Internazionale Esorcisti, è ora disponibile in un volume pubblicato dalle Edizioni Messaggero Padova (EMP). Il testo, curato dall’Associazione Internazionale Esorcisti, fornisce anzitutto ai sacerdoti esorcisti gli elementi fondamentali per esercitare il loro servizio. Si tratta di uno strumento prezioso, frutto dello studio e dell’esperienza di molti esorcisti, il quale, pur non essendo un documento magisteriale, è stato esaminato e corretto dai Dicasteri competenti della Santa Sede. La decisione di rendere il testo fruibile a tutti offre l’occasione di mettere ordine sulla questione dell’azione diabolica e della liberazione da essa, per evitare di cadere in pericolosi inganni e illusioni; questa trattazione è di particolare interesse e andrebbe raccomandata a tutti i sacerdoti che esercitano il servizio pastorale nelle comunità.

Il punto fondamentale dal quale parte l’attività esorcistica è la Divina Provvidenza: Dio si prende cura in modo concreto e immediato di tutte le sue creature. Tuttavia, il male è presente nel mondo, favorito e stimolato dall’azione diabolica che avviene in modo ordinario (attraverso la tentazione) e in modo straordinario (attraverso fenomeni come la possessione, l’ossessione, la vessazione e l’infestazione, di cui viene fatta un’adeguata trattazione). Questo non deve spaventare, perché Dio è il più forte; anche le azioni straordinarie del maligno sono da Dio permesse per manifestare la Sua misericordia, la quale, come ricorda san Giovanni Paolo II, «non consiste soltanto nello sguardo, fosse pure il più penetrante e compassionevole, rivolto verso il male morale, fisico o materiale: la misericordia si manifesta nel suo aspetto vero e proprio quando rivaluta, promuove e trae il bene da tutte le forme di male esistenti nel mondo e nell’uomo» (cfr. Dives in misericordia, n. 6).

Il testo si sofferma, con spiegazioni ed esempi, su alcuni comportamenti che possono diventare causa occasionale per l’azione straordinaria del maligno, in particolare la superstizione e i malefìci. Non sempre tale azione si verifica: spesso, però, di fronte ai guai della vita, alcuni concludono che “tutto va storto” perché “qualcuno ci sta facendo qualcosa”… ma questo può essere un alibi che distoglie dall’insegnamento più importante. Infatti, come sosteneva il famoso esorcista padre Gabriele Amorth, «il primo e autentico male per l’uomo è il peccato; salvaguardare e accrescere la propria comunione con Dio, per mezzo di una vita di fede, di preghiera, di sacramenti e di carità operosa, è la vittoria contro l’azione ordinaria del demonio ed è insieme la migliore prevenzione contro la sua azione straordinaria».

La parte centrale è dedicata al discernimento dei segni dell’azione straordinaria del maligno; questo richiede una formazione specifica, in particolare per l’accertamento della presenza del maligno (azione preternaturale) e l’accompagnamento del paziente, soprattutto nel coltivare un’autentica vita spirituale. Infatti, come ha affermato Papa Francesco, il pericolo maggiore per il cristiano è la corruzione spirituale: «Coloro che non si accorgono di commettere gravi mancanze contro la Legge di Dio possono lasciarsi andare ad una specie di stordimento o torpore. Dato che non trovano niente di grave da rimproverarsi, non avvertono quella tiepidezza che a poco a poco si va impossessando della loro vita spirituale e finiscono per logorarsi e corrompersi. La corruzione spirituale è peggiore della caduta di un peccatore, perché si tratta di una cecità comoda e autosufficiente dove alla fine tutto sembra lecito: l’inganno, la calunnia, l’egoismo e tante sottili forme di autoreferenzialità, poiché “anche Satana si maschera da angelo della luce” (2 Cor 11,14)» (cfr. Gaudete et exultate, nn. 164-165).

Infine, nel libro viene anche spiegato il rito dell’esorcismo, di esclusiva competenza del sacerdote esorcista: evitando ogni genere di sensazionalismi, si mette in luce il fatto che l’agente principale è Cristo Dio, mentre l’esorcista è uno strumento che agisce secondo il rito stabilito dalla Chiesa. Non è la ricerca della formula esorcistica più potente, né particolari “poteri” del sacerdote che ne determinano l’efficacia, sulla quale vengono fornite rilevanti argomentazioni teologiche.

“Linee guida per il ministero dell’esorcismo. Alla luce del rituale vigente”, Associazione Internazionale Esorcisti (a cura), 1a edizione 2020, pagine 306, in Libreria da Maggio 2020.

Vai alle edizioni Messaggero Padova:

http://www.edizionimessaggero.it/ita/catalogo/scheda.asp?ISBN=978-88-250-5206-0

 

 

 

 

Circa la beatificazione del dott. José Gregorio Hernandez e la strumentalizzazione da parte della Santeria

CIRCA LA BEATIFICAZIONE

DEL DOTT. JOSÉ GREGORIO HERNANDEZ

E LA STRUMENTALIZZAZIONE DA PARTE DELLA SANTERIA

 

A cura dell’Associazione Internazionale Esorcisti

11 luglio 2020

È dello scorso mese di giugno 2020 la bella notizia della prossima beatificazione del grande medico venezuelano, il Venerabile José Gregorio Hernández Cisneros[1]. Tra coloro che più si sono rallegrati per questo gioioso evento figura, a buon diritto, il Cardinale Jorge Liberato Urosa Savino, Arcivescovo Metropolita emerito di Caracas (Venezuela)[2], il quale ha, con il futuro Beato, uno stretto legame: in primo luogo come venezuelano, ma soprattutto per aver lavorato come vice-postulatore della sua causa di canonizzazione, dal giugno 1984 al maggio 1990, e in seguito come attore principale di questa causa in qualità di arcivescovo di Caracas da novembre 2005 a luglio 2018.

Il sito della Conferenza Episcopale Venezuelana ha riportato una sua recente intervista in cui, tra l’altro, in relazione al dottor Hernández Cisneros ha affermato: «La sua condotta può essere classificata come un’esperienza eroica delle virtù proprio perché ha vissuto intensamente unito a Dio. Questo è importante che lo sottolineiamo, poiché molte volte ci soffermiamo a sottolineare l’esatto adempimento dei suoi compiti professionali e dei suoi doveri civici, e non evidenziamo sufficientemente ciò che costituisce l’essenza della santità: la viva unione con Dio, il seguire e imitare Gesù Cristo intensamente nell’adempimento della volontà divina. In una parola, essere una donna o un uomo di Dio. Così è stato José Gregorio. Senza dubbio è stato un cittadino esemplare, un grande professore, un eccellente ricercatore, un medico accurato e generoso, pieno di carità. Ma anche molto di più di questo: un uomo di Dio. Prepariamoci, quindi, nei prossimi mesi a celebrare la sua beatificazione. Sentiamo il desiderio di imitarlo nell’esperienza dell’amore per Dio, della nostra fede cristiana e cattolica, con una intensa pietà, con la pratica religiosa, con l’esperienza dei 10 comandamenti, con l’ascolto e il compimento della Parola di Dio. È questo il percorso verso la santità e la felicità. José Gregorio è stato, tra altre cose, un uomo di Dio. Imitiamolo!»[3].

Anche se la beatificazione di un Servo o di una Serva di Dio interessa, per sé, l’ambito di una Chiesa particolare o di un Istituto di vita consacrata, non ci meraviglieremmo se in un futuro, che speriamo vicino, il culto del dottor José Gregorio Hernández Cisneros venisse esteso all’intera Chiesa Cattolica attraverso la sua canonizzazione, come è avvenuto per altri suoi illustri colleghi, quali Giuseppe Moscati o Riccardo Pampuri. Il prossimo Beato José Gregorio Hernández Cisneros ha infatti, a nostro parere, tutti i requisiti per essere proposto a tutti i fedeli come modello da seguire e come intercessore da invocare.

C’è però un aspetto che riguarda il culto di quest’uomo di Dio che, a nostro parere, deve essere preso in considerazione per evitare che ne soffra la sua vera immagine e, insieme, ne patisca la fede delle persone umili e semplici, oggetto particolare delle sue cure e della sua carità ed è l’uso che è stato fatto sino ad oggi della figura di questo grande medico cristiano da parte della Santeria (una forma di stregoneria, molto diffusa in Sudamerica, che richiede il sacrificio di animali e, in casi estremi, anche mutilazioni umane e “donazioni” da parte di chi presiede il rito).

Il dottor José Gregorio Hernandez è considerato infatti, dai cultori della Santeria, capo della “Corte medica”. Ciò ha generato grave confusione intorno alla figura di questo medico e ancor più ne produrrà nel popolo latinoamericano, se non verrà chiarita l’appropriazione indebita che essi hanno fatto della sua figura.

Per inquadrare meglio la questione, riteniamo opportuno dare un rapido sguardo alla gerarchia dello spiritismo venezuelano.

La Santeria ha ventuno “Corti spiritiche”, con a capo le tre grandi “potenze” dello spiritismo: Reina Maria Lionza, considerata a capo di tutte le Corti spiritiche e affiancata da Negro Felipe e Guaicaipuro.

Le statue delle tre “potenze spiritiche”.

Tra le ventuno Corti troviamo anche una “Corte medica” in cui la Santeria ha messo a capo abusivamente, dissacrandone la figura il dottor José Gregorio Hernandez. Per ottenere guarigioni e interventi, sia a livello fisico che spirituale, gli spiriti di questa Corte vengono invocati dalle sciamane, dai medium e dai maghi tramite sedute spiritiche e con dei rituali, nel corso dei quali vengono usate candele sia di colore bianco che verde (da essi precedentemente “consacrate” agli spiriti).  La sciamana o il medium o il mago chiede alla persona ammalata di portarle una bottiglia d’acqua, una di alcool, cotone, garze, la statua o l’immagine dello stesso dottore, lenzuola bianche, fiori (alcuni chiedono anche tabacco). Questi oggetti verranno da essi sottoposti a dei rituali nel corso dei quali li consacreranno agli spiriti e poi saranno riconsegnati alla persona ammalata con le seguenti istruzioni: preparare nella propria casa un altare in onore del dottor José Gregorio Hernandez sul quale depositare questi oggetti, eccetto le lenzuola che, invece, dovrà porre nel letto nel quale dormirà quella notte, che sarà la notte dell’“intervento”.  L’acqua e l’alcool dovrà depositarli sull’altare in un bicchiere. La mattina seguente, la persona che nella notte sarà stata “operata” dal dottor Gregorio, dovrà bere l’acqua che era nel bicchiere sull’altare.

La gente bisognosa, pensa che sia intervenuto veramente il dottore, esistito storicamente, che per permissione di Dio opera miracoli, ma in realtà sono intervenuti gli spiriti della Corte che operano pseudo guarigioni, chiedendo però allo sciamano, al medium o al mago di dare loro in cambio l’anima del “paziente”, senza che egli ne sappia nulla. Più precisamente la sciamana, il medium o il mago offrono e consacrano agli spiriti non solo gli oggetti che avevano chiesto di portare, ma anche la persona che si è rivolta a loro. E ciò a insaputa della persona stessa.

Una immagine del dottor José Gregorio Hernandez

Come sappiamo, gli schiavi africani, al tempo della loro deportazione in Sudamerica, camuffarono gli spiriti in cui credevano con le immagini dei santi cristiani per poter proseguire le loro invocazioni e i loro riti agli spiriti. Un fatto analogo accade ora con la persona del dottor Josè Gregorio da parte di sciamani, maghi e medium.

Nelle immagini che riportiamo di seguito, apparentemente cristiane, sono rappresentate in realtà gli spiriti della Santeria africana, sotto forma di Santi e anche di Gesù.

Anche quella che segue, apparentemente sembra una immagine sacra cattolica, perché sono rappresentati: Sant’Anna, la Vergine Maria, il Bambino Gesù, San Giuseppe, San Gioacchino. Sotto di essi è rappresentata una mano. Alla gente viene detto che è la mano di Cristo: in realtà è la mano delle cinque “potenze” dello spiritismo, ovvero di “cinque spiriti”. Si noti come l’agnello immolato è per terra, sottomesso a questa mano misteriosa; inoltre quasi tutti gli altri agnelli sono rivolti non verso Cristo ma verso la mano “miracolosa”.

Davanti a questa immagine vengono proferite delle formule, che hanno come scopo di ottenere abbondanza di beni e anche protezione da ogni tipo di magia.

Quella che riportiamo, nell’immagine di seguito, è invece la stessa mano a forma di candela da usare nei diversi rituali di stregoneria. Alla gente viene però falsamente detto che è la mano di Cristo o di Dio.

Le seguenti immagini sono presenti su internet e ci aiutano a comprendere come gli operatori dell’occulto usano la figura del dottor Josè Gregorio per circuire le persone umili e semplici.

Servendosi di queste immagini, sciamane, medium e maghi ingannano il popolo dicendo di operare magia bianca o addirittura dicendo che Dio ha permesso che essi fossero mediatori tra il santo e le persone che si sono rivolte a loro. Sappiamo bene, però, che la magia è in assoluta antitesi con la fede cristiana e non esiste una “magia buona”.

Molte persone sono state irretite da questo mondo di stregoneria e spiritismo senza accorgersene.  In modo speciale descriviamo brevemente il caso di una suora che soffriva di diversi problemi di salute. Giacché sua madre era una sciamana e praticava la magia nera della Santeria venezuelana e tante altre forme di magia, invitò l’altra figlia a portarla in una “farmacia” per essere curata da un uomo che diceva essere un “fratello mediatore” tra il santo dottor Gregorio Hernandez e gli ammalati. Ella ricorda che, arrivando in quella presunta farmacia, c’erano tante statue e immagini come quelle che sono state riportate nelle immagini precedenti. Venne quindi invitata da quell’uomo a mettersi su un lettino ospedaliero e chiudere gli occhi, perché avrebbe pregato su di lei per ottenerle la guarigione.  La suora, non solo non è guarita, ma ha subito ulteriori danni sia a livello di salute fisica che spirituale, che ancora oggi le provocano grandi sofferenze.

Si consideri che quando la gente soffre e non ha le idee chiare e non ha una fede cristiana ben formata (e questo può incredibilmente accadere anche a una suora che ha un genitore sciamano), si fida di chiunque promette di ottenerle la salute e la guarigione e non si accorge che sta cadendo in una trappola del maligno.

È certo, pertanto, che gli operatori dell’occulto strumentalizzeranno enormemente la beatificazione del dottor José Gregorio per confondere ancora di più quei cristiani cattolici del Sudamerica, quasi analfabeti nella propria fede. E molti di essi, ingannati da sciamani, medium e maghi, faranno spiritismo senza saperlo, credendo di pregare un nuovo santo cattolico.

Sarebbe cosa molto conveniente che la Chiesa latinoamericana si preparasse a questo importante evento della beatificazione del dottor José Gregorio con una grande opera di purificazione dell’immagine della sua persona presentata dagli operatori dell’occulto, smascherando le loro falsità … solo così questa beatificazione sarà davvero un momento di grazia per tutta la Chiesa e non di ulteriore inciampo e confusione per le persone semplici.

Segnaliamo alcuni siti internet sui quali si possono trovare video con finte preghiere e rituali spiritici che vengono indirizzati al falso dottore:

https://www.youtube.com/watch?v=MkqgECHII7o

https://youtu.be/-tEDDIujRxg

https://youtu.be/_RfP5CTB26g

https://youtu.be/j4Vhbguhojw

Circa il culto di Maria Lionza, regina di tutte le Corti spiritiche, si può vedere invece:

https://youtu.be/lNafMgt9QLM

https://youtu.be/rWXv44h0tyY

Davanti alle agghiaccianti immagini delle automutilazioni del culto a Maria Lionza che sono una gravissima violazione della dignità umana e che si possono vedere in questi ultimi due link segnalati e davanti alla distorsione del vero culto al nostro prossimo beato, il Venerabile dottor José Gregorio Hernández Cisneros, non ci resta che affidare pertanto la Chiesa del continente latinoamericano allo Spirito Santo, perché la guidi e illumini in questo momento di preparazione e attesa…

[1] Si veda, al riguardo, l’intervista al Card. Becciu in http://www.causesanti.va/it/notizie/notizie-2020/intervista-al-card-becciu-sulla-beatificazione-di-jose-cisneros.html

[2] https://press.vatican.va/content/salastampa/it/documentation/cardinali_biografie/cardinali_bio_urosa-savino_jl.html

[3] «Su conducta se puede catalogar de vivencia heroica de las virtudes precisamente porque vivió intensamente unido a Dios. Esto es importante que lo destaquemos, pues muchas veces nos quedamos en señalar el exacto cumplimiento de sus tareas profesionales y sus deberes cívicos, y no destacamos suficientemente lo que constituye la esencia de la santidad: la viva unión con Dios, el seguir e imitar a Jesucristo intensamente en el cumplimiento de la divina voluntad. En una palabra, ser una mujer o un hombre de Dios. Así fue José Gregorio. Sin duda él fue un ciudadano ejemplar, un gran profesor, excelente investigador, médico certero y generoso, lleno de caridad. Pero también mucho más que eso: un hombre de Dios. Preparémonos, pues, en los próximos meses para celebrar su beatificación. Sintamos el deseo de imitarlo en la vivencia del amor a Dios, de nuestra fe cristiana y católica, con una intensa piedad, con la práctica religiosa, con la vivencia de los 10 mandamientos, con la escucha y cumplimiento de la Palabra de Dios. Ese es el camino hacia la santidad y la felicidad. José Gregorio fue, entre otras cosas, un hombre de Dios. ¡Imitémoslo!» https://conferenciaepiscopalvenezolana.com/cardenal-urosa-jose-gregorio-hernandez-fue-realmente-un-hombre-de-dios

Testimonianze circa l’uso dell’esorcismo di Leone XIII da parte di chi non ne ha ricevuto facoltà dalla Chiesa

Testimonianze circa l’uso dell’esorcismo di Leone XIII

da parte di chi non ne ha ricevuto facolta’ dalla Chiesa.

 

Testimonianza n. 1

Una volta venne da me una donna che sembrava soffrire di violenti attacchi demoniaci. Le preghiere di liberazione non le recavano alcun sollievo. Nel colloquio mi raccontò che, esortata da un sacerdote, recitava ogni giorno l’esorcismo di Leone XIII per perorare la liberazione della sua nazione dalle forze del male.

Le risposi che recitando quell’esorcismo aveva ingaggiato una lotta spirituale più grande di lei. Se lei attaccava il nemico, senza il mandato della Chiesa, doveva anche aspettarsi che il nemico «rispondesse al fuoco».

Ho usato un esempio per illustrare questo concetto.

Immagini di essere un soldato davanti al fronte nemico. Si trova senza alcuna protezione in pieno campo di battaglia. Ha lasciato la trincea e per sua iniziativa personale corre da sola con una mitragliatrice incontro al fronte nemico che avanza verso di lei con diversi carri armati. Pensa di poter abbattere i carri armati nemici con la sola mitragliatrice?

Cosa pensa che accadrà a lei? I carri armati nemici prenderanno la mira e la abbatteranno.

In che modo avrebbe dovuto quindi reagire? Il suo posto non è in prima linea. A lei spetta un altro compito: da un terreno sicuro, deve sostenere a modo suo i combattenti di prima linea. Se lei lavora lì, i combattenti di prima linea, che hanno una maggiore esperienza, saranno più forti, più protetti e con una maggior capacità offensiva da dispiegare al fronte.

Esprimo ora il concetto in modo analogo: se lei recita l’esorcismo di Leone XIII, si schiera sul fronte di battaglia e ingaggia una lotta solitaria contro le forze del demonio. Ma questa lotta non è un gioco: il nemico è reale e al tempo stesso non innocuo, come scrive l’apostolo Paolo: «Poiché non abbiamo a combattere contro carne e sangue, ma contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti maligni che sono nei luoghi celesti» (Ef 6,12). Lei combattendo nel posto che non le compete, rischia grandemente perché affronta un nemico che è più forte di lei da una posizione in cui può essere facilmente sconfitta.

Quindi, cosa deve fare?

«Nella battaglia spirituale dobbiamo applicare gli stessi principi di una guerra terrena. I combattenti di prima linea nell’esercito di Dio, sono i Vescovi e i Sacerdoti esorcisti. Hanno un equipaggiamento diverso e godono di una speciale di protezione di tutta la Chiesa.

Lei è una semplice fedele e non può attaccare direttamente e personalmente il nemico con armi che non sono destinate a lei. Non può recitare quindi l’esorcismo di Leone XIII che è un sacramentale della Chiesa e nel quale si usa una forma imperativa nei confronti del demonio che solo i Vescovi e i Sacerdoti che ne hanno ricevuto autorizzazione dai propri Vescovi Ordinari possono usare.

Sostenga i combattenti di prima linea con le sue preghiere. Preghi Dio perché sconfigga il nemico. Si accontenti di recitare la preghiera a san Michele Arcangelo e lo supplichi di lottare per noi contro il nemico. E preghi la Beata Vergine Maria, vincitrice di tutte le battaglie di Dio, che porterà alla vittoria. Reciti il Rosario. Si confessi e partecipi alla Santa Messa regolarmente, e cerchi di vivere la sua vita cristiana mantenendosi salda nella fermezza della fede. Questo è il suo posto nella lotta spirituale».

Di lì a poco, questa donna tornò da me per raccontarmi che stava già molto meglio e non molto tempo più tardi mi riferì che i fenomeni di cui mi aveva parlato erano scomparsi.

Ho così imparato che il documento del 29 settembre 1985 redatto dal Cardinale Ratzinger, rappresenta un grande aiuto per alcuni credenti per evitare che si espongano con negligenza o incautamente agli attacchi del demonio ritenendo erroneamente, anche se con le migliori intenzioni, che usando l’esorcismo di Leone XIII possano liberare il mondo dalle potenze del male. Quando il Cardinale Ratzinger vieta ai fedeli di recitarlo, intende quindi proteggerli e difenderli dagli attacchi del nemico, per loro imprevedibili.

Nei casi summenzionati, è stato per me un valido aiuto porre la seguente domanda: «A chi volete obbedire: a un Sacerdote che vi dice che potete usare l’esorcismo di Leone XIII per combattere il demonio o all’Autorità della Chiesa che ve lo vieta?». Questa domanda ha aiutato numerose persone a liberarsi da un grande peso.

(Don Martin Ramoser)

 

Testimonianza n. 2

Per motivi di riservatezza manteniamo l’anonimato dell’autrice della presente testimonianza e omettiamo quei riferimenti che permetterebbero di identificarla.

 

Reverendo Padre Francesco Bamonte, ho seguito la vicenda circa l’uso dell’esorcismo di Leone XIII e spero con queste poche righe di aiutare tutti a riflettere.

Vorrei con molta semplicità e umiltà, ma soprattutto nella verità, condividere la mia esperienza di vita.

Il dono della vita mi è stato dato da Dio in un paese dell’America Latina e oggi sono una Consacrata nella Vita Religiosa. Come è ben risaputo, in tante zone di questo bellissimo continente si pratica largamente la stregoneria, la magia nera, la santeria, lo spiritismo e tante altre pratiche esoteriche.

Sono nata in una famiglia nella quale si esercitava tranquillamente la magia nera, lo spiritismo e addirittura erano stati realizzati patti con il demonio: uno lo aveva fatto la mia nonna materna, un altro mio padre. Sono nata e cresciuta in questa realtà aberrante, come se fosse la cosa più normale del mondo. All’età di 5 anni ho subito la prima violenza sessuale, in un rituale di iniziazione -con profanazione dell’Eucaristia- al quale fui costretta a partecipare e a cui ne seguirono molti altri per 5-6 anni.

Sin dall’inizio fui considerata la prescelta, l’ “eletta”, colei che alla morte della nonna avrebbe dovuto continuare le sue opere di stregoneria. Dato l’ambiente familiare nel quale vivevo imparai gradualmente, come se fosse un fatto del tutto normale l’uso del pendolino, della tavola ouija per evocare i defunti, la consacrazione dei bambini agli spiriti nel ventre delle donne in gravidanza, come fare malefici e tante altre cose di questo genere.

Nella mia classe ero l’unica bambina a non aver ricevuto il Battesimo e questo, spesso, diventava per me motivo di disagio, perché mi sentivo diversa dagli altri alunni. Cominciai a desiderare di ricevere il Battesimo, ma senza manifestarlo ai miei genitori. Il desiderio del Battesimo, però, era motivato anche da un sincero sentimento d’amore che stava crescendo nel mio cuore nei confronti di Gesù e dal desiderio di diventare cristiana, entrando a far parte della Chiesa.

Un giorno -avevo 6 anni- seppi di un grande raduno organizzato da un sacerdote in una parrocchia, un po’ distante dalla mia. In quella occasione sarebbero state battezzate tante persone, bambini e adulti.

Celebrazioni collettive di Battesimi, amministrati ad adulti e a bambini, circa 40 anni fa erano molto usuali in alcune zone del Sud America, da parte di sacerdoti missionari, proprio perché il Sud America era considerata da loro “terra di missione”.

All’insaputa dei miei genitori e di mia nonna, riuscii a convincere il cugino di mio padre e sua moglie ad accompagnarmi a quel raduno, dove chiunque, non battezzato (sia i bambini portati dai genitori, sia gli adulti), poteva ricevere questo sacramento, senza alcuna preparazione previa e senza nemmeno che il parroco lo conoscesse.

Al momento del Battesimo, che si svolse in una cattedrale (che era anche chiesa parrocchiale), mi confusi con tutti gli altri battezzandi e ricevetti anch’io, con grande gioia, il sacramento. Mio cugino e la moglie mi fecero da padrino e madrina.

Al termine della celebrazione tutti i battezzati venivano censiti nel registro parrocchiale dei Battesimi.

Dopo il Battesimo, cominciai a frequentare spontaneamente la Santa Messa festiva nella mia parrocchia, ma vi andavo da sola, perché i miei genitori non vi partecipavano. Dopo un anno circa volli iniziare il cammino di preparazione alla Prima Confessione e alla Prima Comunione, che ho ricevuto all’età di 9 anni. I miei genitori non parteciparono alla Messa in cui ricevetti la Prima Comunione e non permisero che io fossi festeggiata da alcuno. Nonostante ciò, da quel momento cominciai a sentire nel mio cuore un amore sempre più grande per Gesù; e, sebbene continuassi a essere coinvolta nella realizzazione delle pratiche magiche, provavo un disagio crescente, ogni volta che le facevo. Mi sentivo, al contempo, attratta dalle attività parrocchiali e, all’età di 10 anni, mi resi disponibile per aiutare alla mensa dei poveri e al dispensario farmaceutico della parrocchia. Entrai anche a far parte del coro parrocchiale.

Il senso di disagio crescente, che sentivo nei confronti delle pratiche magiche, giunse a un punto tale che, all’età di 11 anni, rinunciai definitivamente ad esse. Nel mio cuore entrò in abbondanza la pace e la serenità, che scaturiscono dal sentirsi accolti, amati e perdonati da Dio. Contemporaneamente, però, in seguito al mio rifiuto di prestarmi ancora alle pratiche magiche e ai riti di stregoneria, si scatenò una fortissima reazione da parte dei miei familiari, che si manifestò in un continuo tentativo di farmi desistere dalla scelta fatta: mi parlavano sempre del demonio come di un “buon amico”, al quale si doveva obbedire; lui, in cambio, mi avrebbe fatto dono di tante cose, compresa la salute. Dovevo solo consegnargli continuamente la mia anima e servirlo fedelmente. Mi rifiutai decisamente e, insieme alle persecuzioni familiari, si aggiunse quasi subito una guerra aperta e tremenda nei miei confronti da parte del demonio, che di notte mi assaliva con vessazioni fisiche: cercava di soffocarmi, mi bloccava nel letto; oppure mi procurava un peso tremendo sul petto, tanto che mi sentivo schiacciare; mi appariva sotto forme mostruose e mi diceva che ero sua e non mi avrebbe mai lasciata; altre volte provocava forti rumori in casa per impedirmi di dormire. Reagivo con la preghiera e, dopo una lotta estenuante, finalmente desisteva. Potrei raccontare ancora tante altre cose che mi rendevano la vita assai difficile, però ritengo che non sia qui né il luogo né il momento adatto. È importante, però, sapere che nel frattempo ero diventata catechista dei piccoli e nel mio cuore cominciò a manifestarsi il desiderio di donarmi totalmente a Gesù nella Vita consacrata, in un Istituto religioso. Tale desiderio si realizzò all’età di 17 anni, quando entrai nell’Aspirandato di un Istituto religioso. Per la mia famiglia fu una vergogna, un disonore, un’onta che ancora oggi desiderano farmi pagare, operando rituali di maledizione contro di me. Questo gesto, infatti, fu considerato anche un sacrilegio, ed essi, nei loro riti, mi offrono continuamente a satana, chiedendogli tutto il male possibile nei miei confronti. Sono trascorsi 23 anni da allora: nel frattempo sono diventata Suora, consacrandomi per sempre a Gesù con la professione perpetua dei voti religiosi. Attualmente offro a Lui l’esperienza di continui malesseri fisici -che i medici non sanno diagnosticare- e di visite notturne del maligno, che prosegue a tormentarmi con le sue vessazioni. La preghiera e gli esorcismi della Chiesa mi sono però di grande aiuto in questa lotta.

Mi chiederete: che c’entrano queste cose con l’uso dell’esorcismo di Leone XIII?

Vi narro un fatto che, a mio parere, dimostra come non possiamo sfidare il demonio con iniziative personali o con armi che la Chiesa mette solo nelle mani dei Vescovi e di Sacerdoti che ne hanno ricevuto legittima facoltà dai propri Vescovi.

Nella casa di mia nonna si svolgevano messe nere e rituali in cui venivano sacrificati animali e profanate le Ostie consacrate che si procurava tramite dei bambini che le portavano via di nascosto al momento della distribuzione eucaristica e che ella ricompensava con denaro (a quest’ultima nefandezza della nonna io non mi sono mai voluta prestare, nonostante me lo avesse chiesto più volte). Un giorno alcuni di questi fatti che accadevano in casa di mia nonna arrivarono alle orecchie del nuovo parroco, giovane e inesperto. Senza preavviso, si presentò immediatamente in casa di mia nonna con un secchiello di acqua benedetta e l’aspersorio in mano. «Cosa fate in questa casa? Adesso ci penso io!», esclamò l’ingenuo sacerdote. Mia nonna lo lasciò entrare, gli permise di benedire e di fare tutte le sue preghiere. Alla fine, con un sorriso perfido, gli domandò come stavano i suoi parenti e gli raccomandò di salutarli. Il parroco era appena giunto in canonica, quando ricevette una telefonata: veniva informato che suo padre, recatosi in campagna, non era più tornato ed era introvabile. Trascorsero sei giorni di inutili ricerche, quando fu ritrovato morto. Sul terreno e sul suo corpo vi erano evidenti tracce di un rituale satanico. Eppure, in quel luogo, coloro che erano alla sua ricerca erano passati in precedenza diverse volte, ma non avevano notato nulla. Il giovane parroco, poco tempo dopo, cadde in una tremenda depressione e dovette essere rimosso dalla guida della parrocchia.

Vengo ora a me. Da anni sono sottoposta regolarmente ad esorcismi per essere aiutata nelle continue vessazioni del maligno, che sperimento nella mia carne e so quanto sono delicate e umilianti le cose che possono venire alla luce o accadere durante un esorcismo.

Immagino, anzitutto, i possibili traumi psicologici che ne conseguirebbero se l’esorcismo fosse qualcosa che ogni persona, senza aver ricevuto una preparazione adeguata e senza che sia stata verificata la sua capacità ad assumersi un tale compito, facesse senza un mandato espresso da parte della Chiesa.

Inoltre, temo, per la mia esperienza, che si aprirebbero delle porte, attraverso le quali queste persone sarebbero attaccate in maniera molto forte dal demonio, divenendo a loro volta sue vittime e bisognose anch’esse di esorcismi.

Spesso, infatti, giungono alle Comunità monastiche richieste di preghiere in favore di persone sottoposte a esorcismi da Sacerdoti autorizzati. Queste richieste danno molto fastidio ai demoni, i quali cercano di vendicarsi su quelle Comunità e non è raro che Dio, per i fini misteriosi della sua Provvidenza, a volte permetta delle loro azioni di disturbo. Ora, se questi “disturbi” si verificano quando si fanno semplici preghiere quotidiane nelle quali si affidano le persone tormentate dal maligno alla Madonna e si offrono per loro sacrifici giornalieri, mi chiedo che cosa potrebbe accadere se qualcuno, senza godere della protezione assicurata da un mandato ufficiale della Chiesa, cominciasse a fare esorcismi, anche senza rivolgersi direttamente al demonio, ma semplicemente invocando l’aiuto di Dio servendosi di quelle che nel rito degli esorcismi della Chiesa sono definite “formule deprecative!”.

Nel mandato ricevuto dal Sacerdote esorcista scorgo la figura materna della Chiesa, che non abbandona mai i suoi figli e vi vedo la cura e la preghiera di tutta la Chiesa: non del singolo che opera in maniera privata e autonoma, ma l’unità e la forza della comunione ecclesiale.

Affido alla Madonna queste poche righe, che spero possano servire al bene di tante anime, nel desiderio che questo bene possa in qualche modo ridondare anche per la salvezza dei miei famigliari, ai quali ho sempre perdonato e di cuore perdono. Con questa intenzione concludo con l’antica preghiera per mezzo della quale i primi cristiani chiedevano l’intervento della Madre celeste:

Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio,

Santa Madre di Dio, non disprezzare le suppliche

di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo,

o Vergine gloriosa e benedetta.

 

 

A.I.E. ITALIA Segreteria – Come ricevere la comunione spirituale

Pace e bene.

            Stiamo attraversando un delicato tempo di sofferenza fisica e spirituale causata dall’epidemia che attanaglia l’umanità. Non poter essere insieme ad altri per non favorire il contagio, ci impedisce anche di poter ricevere i Sacramenti necessari alla nostra vita di cristiani. Essi infatti ci permettono di incontrare l’azione di Dio ed avere conforto spirituale.

           La Segreteria Italiana dell’Associazione Internazionale Esorcisti, per rispondere alla richiesta di poter incontrare il Signore Gesù, desidera offrire un piccolo aiuto ai fratelli e sorelle laici, rammentando loro la preghiera per la comunione spirituale assunta dalla tradizione della Chiesa e formulata da Sant’ Alfonso Maria de Liguori.

Possiamo ricevere Gesù spiritualmente nella comunione di desiderio, una volta veramente pentiti dei peccati (se si può dopo essersi confessati, altrimenti col deciso proposito di confessarsi appena possibile).

Sant’Alfonso spesso ricorreva alla comunione spirituale, al pari di tanti altri Santi come Tommaso d’Aquino, Francesco di Sales, Caterina da Siena, Josemaría Escrivá e Margherita Maria Alacoque. Secondo lo stesso San Tommaso, questa pratica, autorevolmente confermata dal Concilio di Trento, consiste in un desiderio ardente di ricevere Gesù sacramentato e in un abbraccio amoroso, come già fosse ricevuto. «Non posso ricevere la Santa Comunione così spesso come lo desidero – ripeteva Santa Teresa di Gesù Bambino – ma, Signore, tu non sei l’Onnipotente? Rimani in me, come nel tabernacolo, non allontanarti mai dalla tua piccola ostia».

In comunione con Gesù e uniti alla Chiesa preghiamo:

“Gesù mio, io credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento.

Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia.

Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente,

vieni almeno spiritualmente nel mio cuore.

(piccola pausa di silenzio e raccoglimento)

Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a te;

non permettere che mi abbia mai a separare da te”. Amen.

Sant’ Alfonso Maria de Liguori

L’esorcista contro la t-shirt con satana di madonna: “Insulto blasfemo a ciò che hanno di più sacro migliaia di malati”

Pubblicato su «La Stampa» l’8 aprile 2020 [1].

Intervista di Giacomo Galeazzi a don Aldo Buonaiuto.

La cantante Madonna indossa una maglietta con il diavolo in croce al posto di Gesù mentre lancia una raccolta fondi per la pandemia. «Strumentalizza e offende la fede», stigmatizza don Aldo Buonaiuto, responsabile del Servizio Antisette della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Nell’appello della raccolta fondi per la pandemia, Madonna indossa nella settimana santa una maglia con Satana in croce al posto di Gesù, suscitando proteste nel mondo cattolico. “Un gesto offensivo e irridente compiuto a Pasqua e con migliaia di innocenti crocifissi dal coronavirus”, afferma l’esorcista don Aldo Buonaiuto, responsabile del Servizio Antisette della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Satana al posto di Gesù. Qual è il significato di questa provocazione di Madonna?

“Sono tentativi di strumentalizzare la fede per attirare l’attenzione mediatica. È la stessa cantante che si è fatta crocifiggere sul palco dello stadio Olimpico durante un concerto a Roma. Stamattina poi ha invocato Dio di proteggere l’Italia, mentre da Youtube rimbalza in tutto il mondo la sua immagine con la t-shirt blasfema. Ancora una volta questa signora offende e insulta il sentimento religioso di miliardi di cristiani e in più lo fa in un momento tragico nel quale l’unità e la condivisione dei valori devono avere un ruolo fondamentale nella resistenza all’emergenza sanitaria”.

A quale messaggio si riferisce?

“In una situazione difficilissima nella quale c’è bisogno di testimoni credibili proprio oggi il Papa ha richiamato la figura eroica di Enea per esortare l’umanità a prendere le proprie radici culturali e religiose per andare oltre la pandemia superando insieme l’emergenza. Tutto il contrario di quanto fanno coloro che strumentalizzano la fede per scandalizzare e umiliare il sentimento religioso individuale e collettivo, come è nell’etimologia stessa della parola “diavolo”, cioè il separatore, colui che provoca divisione”.

Perché ora ritiene più grave il gesto di Madonna?

“In questo momento sulla croce ci sono molte migliaia di ammalati a causa del coronavirus. È in atto una strage degli innocenti che fino all’ultimo respiro hanno accanto il volto luminoso e autentico di Gesù, rimasto accanto a loro mentre l’emergenza sanitaria tiene lontani i loro affetti più cari. Morire senza la vicinanza e il sostegno della propria famiglia è atroce. Sfregiare addirittura nella settimana santa il simbolo fondante del cristianesimo e del bimillenario umanesimo che ne è scaturito è tanto più deprecabile quando lo si fa ancora una volta per incassare un attimo di visibilità beffandosi di quanto c’è di più sacro nel cuore della gente”.

Nel videomessaggio, però, Madonna raccoglie fondi per la pandemia…

“Come ci insegna la sociologia della comunicazione, il mezzo è il messaggio. Se si promuovere una condivisibile campagna ma lo si fa calpestando l’altrui sensibilità religiosa si contraddice la finalità stessa dell’iniziativa. E ciò smaschera le reali intenzioni che hanno nell’animo coloro che fomentano in questo modo le divisioni. Al contrario sono la condivisione, l’amore e il rispetto le vere testimonianze di chi credibilmente può far sentire tutta la propria vicinanza alle persone più esposte a questa tremenda prova collettiva che stiamo vivendo nel mondo intero. Sono i più fragili ad essere crocefissi dalla pandemia e loro meritano la nostra attenzione non le solite velleità mediatiche di incalliti provocatori al servizio del dio denaro e dell’ossessiva bulimia di celebrità”.

[1] https://www.lastampa.it/topnews/primo-piano/2020/04/08/news/coronavirus-l-esorcista-contro-la-t-shirt-con-satana-di-madonna-insulto-blasfemo-a-cio-che-hanno-di-piu-sacro-migliaia-di-malati-1.38694443

La Vergine Maria e il diavolo negli esorcismi

DEMONOLOGIA OGGI: 

FONDAMENTI TEOLOGICI E ASPETTI PRATICI  

Convegno Internazionale

 Blaj, Sede della Facoltà, Piața 1848, nr. 1

Venerdì 18 ottobre 2019

 

LA VERGINE MARIA E IL DIAVOLO NEGLI ESORCISMI

Relazione di padre Francesco Bamonte, esorcista nella diocesi di Roma e presidente dell’Associazione Internazionale Esorcisti

 

Saluti

Porgo un caro e fraterno saluto agli organizzatori di questo Convegno sui fondamenti teologici e aspetti pratici di demonologia e li ringrazio di avermi invitato a offrirvi una relazione che, a motivo dei miei numerosi impegni di questi giorni, vi presenterò tramite questo collegamento via Skype.

Porgo un caro e fraterno saluto anche al Cardinale Lucian Muresan, al Vescovo Claudio Lucian Pop, ai relatori e a ciascuno di voi, che siete intervenuti a questo Convegno. Auspico che questo evento possa contribuire efficacemente a ripristinare un vero interesse per le tematiche proposte, la cui esclusione, dal programma degli studi teologici, ha provocato gravi ripercussioni anche sul piano pastorale.

Presentazione dell’Associazione Internazionale Esorcisti

Come concordato con il professor Alberto Castaldini e il professor William Bleizzifer, prima di descrivere la mia esperienza mariana nel ministero degli esorcismi, vi presento l’Associazione Internazionale Esorcisti [A.I.E.] che è stata fondata a Roma il 30 giugno 1994 da don Gabriele Amorth in collaborazione con il Sacerdote esorcista francese padre René Chenessau. Configuratasi nella Chiesa come associazione di fatto sin dalla fondazione, dopo venti anni di cammino, il 13 giugno 2014, con Decreto della Congregazione per il Clero, l’Associazione Internazionale Esorcisti, ha ricevuto l’approvazione degli Statuti e il riconoscimento ufficiale da parte della Santa Sede come associazione privata internazionale di fedeli con personalità giuridica, a norma del can. 322 § 2 del Codice di Diritto Canonico.

Come riportato all’Art. 3 degli Statuti, gli obiettivi dell’Associazione Internazionale Esorcisti, sono:

  • 1 promuovere la prima formazione di base e la successiva formazione permanente degli esorcisti;
  • 2 favorire gli incontri tra gli esorcisti soprattutto a livello nazionale e internazionale, perché condividano le proprie esperienze e riflettano insieme sul ministero loro conferito;
  • 3 favorire l’inserimento del ministero dell’esorcista nella dimensione comunitaria e nella pastorale ordinaria della chiesa locale;
  • 4 promuovere la retta conoscenza di questo ministero nel popolo di Dio;
  • 5 promuovere studi sull’esorcismo nei suoi aspetti dogmatici, biblici, liturgici, storici, pastorali e spirituali;
  • 6 promuovere una collaborazione con persone esperte in medicina e psichiatria che siano competenti anche nelle realtà spirituali.

La formazione iniziale e permanente dei Sacerdoti esorcisti, viene realizzata dall’Associazione Internazionale Esorcisti, mediante:

  1. un «Corso fondamentale iniziale sul ministero dell’esorcismo»;
  2. un «Convegno» annuale (nazionale negli anni dispari e internazionale negli anni pari);
  3. un sussidio formativo quadrimestrale: “Quaderni AIE” che riporta approfondimenti, aggiornamenti, studi e articoli sul ministero degli esorcismi, nei suoi vari aspetti;
  4. una “Lettera Circolare” a cura del Presidente, trasmessa varie volte durante l’anno con informazioni e avvisi vari riguardanti la vita dell’Associazione;
  5. gli Atti dei Convegni annuali.

 

Circa la formazione iniziale per i nuovi Sacerdoti esorcisti e per i Sacerdoti candidati al ministero degli esorcismi, l’Associazione Internazionale Esorcisti organizza un Corso che ha lo scopo di:

  • offrire loro principi ben fondati e degli indirizzi sicuri di comportamento nell’esercizio del loro ministero preservandoli da errori di teoria e di prassi;
  • conseguire una capacità di discernimento accurato dei casi in esame;
  • imparare a soccorrere adeguatamente con il ministero dell’esorcistato, coloro che sono soggetti all’azione straordinaria del demonio e guidarli ad acquisire le disposizioni necessarie per conseguire la liberazione.

L’Associazione Internazionale Esorcisti ha concluso nell’aprile 2019 l’iter di preparazione di un importantissimo testo dal titolo «Linee Guida per il ministero dell’esorcismo». Data la vastità e la delicatezza della materia trattata, la redazione del testo ha richiesto molto tempo e parecchio lavoro.

Il Dicastero della Congregazione per il Clero, al quale avevamo sottoposto il testo, lo ha esaminato, avvalendosi anche dell’apporto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e della Congregazione per la Dottrina della Fede, sulla base delle rispettive competenze.

Le «Linee Guida» potranno contribuire alla formazione iniziale dei candidati al ministero di esorcista tutte le volte che i loro Ordinari riterranno bene servirsi della nostra Associazione per assicurare loro principi ben fondati e indirizzi sicuri di comportamento nell’attuazione di questo delicato e difficile servizio ecclesiale che non consiste solo nell’azione liturgica dell’esorcismo, ma anche nell’apprendere quei criteri di discernimento fondamentali, per capire se i disturbi, i fenomeni, i sintomi, le manifestazioni, i disagi e le sofferenze esposte da alcuni fedeli necessitano del ministero dell’esorcismo, sia per accompagnarli – qualora essi avessero effettivamente bisogno dell’intervento degli esorcismi – con i consigli necessari ad acquisire quelle disposizioni interiori necessarie per giungere alla liberazione.

L’Associazione Internazionale Esorcisti Durante organizza il «Convegno internazionale degli esorcisti» che si svolge ogni due anni in Italia, a Roma, negli anni pari. I sacerdoti esorcisti possono così approfondire la loro formazione personale ascoltando relatori di grande esperienza nel campo pastorale dell’esorcismo, condividere le proprie esperienze, chiedere consiglio ai più esperti fra di loro, scambiarsi notizie, stringere una più stretta fraternità sacerdotale nel loro specifico ministero e vivere momenti di preghiera in comune, tutto con il fine di aiutarsi e sostenersi l’un l’altro nel ministero esorcistico e per andare incontro in maniera adeguata ai fratelli e sorelle afflitti da una particolare azione del maligno.

Un aspetto rilevante che l’Associazione Internazionale Esorcisti si impegna a promuovere è il consolidamento e la crescita di un sano e doveroso rapporto di dipendenza dell’esorcista dal proprio Vescovo e dalla Gerarchia episcopale.

Nessun ministero, come quello dell’esorcistato, richiede di essere svolto nella piena comunione ecclesiale. Questa comunione si esprime soprattutto in un rapporto fiducioso e sereno con il proprio Vescovo diocesano.

Un altro ambito che l’Associazione Internazionale Esorcisti promuove è quello di favorire le condizioni necessarie affinché l’esorcista trovi nei propri confronti un Presbiterio solidale, amorevole e comprensivo, così che egli non si senta isolato e si possa realizzare una collaborazione fruttuosa tra lui e gli altri confratelli Sacerdoti della diocesi.

L’Associazione Internazionale Esorcisti ha tra i suoi scopi, secondo l’Art. 3 § 4, quello di promuovere la retta conoscenza del ministero dell’esorcismo nel popolo di Dio, curando un blog destinato sia ai comunicati ufficiali alla stampa sia a catechesi e articoli che -fra tante pubblicazioni dubbie e inattendibili presenti sull’argomento in internet- offrano ai fedeli cattolici riferimenti sicuri sui temi correlati al contenuto della Rivelazione e della dottrina della Chiesa riguardo il confronto tra la fede cristiana e il mistero del male nel mondo e nella vita dell’uomo. L’indirizzo è: aiepressoffice.com

Stiamo anche curando la realizzazione di un film-documentario che mostri il vero volto del ministero esorcistico, inteso e praticato nell’ambito della Chiesa Cattolica. Si tratta di un’opera che, contribuirà a restituire dignità al delicato e difficile servizio di esorcisti, fugando malintesi, preconcetti ed errori, che troppo spesso circolano su di esso perfino in campo ecclesiale, e, insieme, a mostrarne tutta la validità e necessità per il nostro tempo così tribolato.

Aprendo il link, https://www.sinesolecinema.com/portfolio-item/libera-nos/

oltre a una descrizione del progetto, si può anche prendere visione del Trailer ufficiale del film-documentario.

La mia esperienza mariana di esorcista

Secondo l’elenco del programma di questo Convegno che mi è stato inviato, dopo la mia relazione don Matteo De Meo parlerà dell’esorcismo nel rito latino e don William Bleizferr parlerà dell’esorcista e dell’esorcismo nella disciplina canonica della Chiesa. A me è stato chiesto di parlarvi invece di quel particolare e affascinante aspetto dell’esorcismo che è la presenza e l’intervento materno della Vergine Maria durante il ministero degli esorcismi.

La prima cosa che mi colpisce, nell’esercizio del ministero dell’esorcismo, è il confronto tra l’azione del demonio, da una parte e quella di Dio dall’altra. Il demonio è prepotente, la sua furia distruttiva lo rende appariscente e sembra assorbire tutta la nostra attenzione; l’azione di Dio, invece, è nascosta, silenziosa, risanante, ma è quella che, alla fine, se si persevera, risulta efficace e vigorosa, imponendosi in modo invincibile. Mi consola grandemente, all’interno di questa esperienza, toccare quasi con mano l’intervento e l’azione materna della Madonna, la sua incessante e quasi tangibile presenza e protezione, ulteriore prova dell’insanabile conflitto tra Lei e le forze avverse del male. Gli atteggiamenti  e le reazioni dei demoni attestano la verità delle parole che Dio rivolse a Satana: «Porrò inimicizia tra te e la Donna tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Gen 3,15) e confermano la materna intercessione  della Vergine, che, con amorevole e speciale sollecitudine e con immensa tenerezza di Madre, interviene accanto ai suoi figli sofferenti, lottando per essi e con essi contro Satana[1].

Preservata da ogni macchia di peccato sin dal primo momento della sua esistenza, la Vergine Maria è stata, è e sarà sino alla fine dei tempi la prima alleata di Dio e dell’uomo contro Satana e il male, coinvolta come nessun’altra creatura umana e angelica in tale lotta. Il suo è un ruolo unico, singolare e speciale.

Questo ruolo emerge in tutta la sua portata proprio durante il ministero degli esorcismi quando i demoni, urlando, si rivolgono a Lei con odio indicibile e, senza osare chiamarla per nome, se non rarissime volte, la apostrofano con tono sprezzante, dicendo: «quella», oppure «lei» aggiungendo un cumulo di volgarità e d’ingiurie contro la sua persona. Ma la santità e lo splendore di Maria la pongono così in alto tra tutte le creature, umane e angeliche, che spesso i demoni sono costretti a elogiarla per la grandezza, la potenza e il fulgore divino che splende in Lei. Questi momenti sono straordinariamente toccanti, perché i demoni, trovandosi accecati da così tanto splendore, che per essi è dolorosissimo, sono obbligati a testimoniare la dignità straordinaria della Madre di Dio tra tutte le creature umane e angeliche, ad affermare tutta la verità su di Lei e ad ammettere la loro completa impotenza di fronte ai voleri di Colei che, Dio, onnipotente per natura, avendola proclamata Regina dell’universo, ha reso onnipotente per grazia. C’è allora un curioso alternarsi di espressioni sprezzanti e volgari e di catechesi e lodi, che loro malgrado, i demoni sono costretti a pronunciare sulla Vergine Maria, con grandissimo disgusto.

Naturalmente, questo non aggiunge nulla a quello che già sappiamo e crediamo; tuttavia, per noi è estremamente consolante ed edificante constatare, in maniera così evidente, la validità e la forza delle verità della nostra fede a proposito della Vergine Maria, della sua santità incommensurabile e dei dogmi che la riguardano e riconoscere come Ella vince i demoni non con la violenza, né con discorsi persuasivi, ma con la sua umiltà e santità, con il suo essere tutta di Dio, e quindi in netto e assoluto contrasto al loro essere e al loro agire malefico.

Un giorno, durante un esorcismo il demonio disse urlando: «Io odio l’umiltà e odio tutti coloro che lo sono, Lei per prima! La sua umiltà mi umilia più che la potenza di Lui» (dicendo “Lui” si riferiva a Dio e dicendo “Lei” si riferiva alla Madonna). E aggiunse: «Lei non ha smesso un attimo di essere così stupidamente umile. Quanto non la sopporto! Quanto non la sopporto! Anche ora che è stata incoronata, che è la regina e ha intorno a sé angeli, arcangeli, serafini, è tra tutti sempre la più umile!».

Molti santi c’insegnano che la preghiera mariana è un’arma potente contro il demonio. Anche la nostra esperienza di esorcisti testimonia ad esempio che quando tra un esorcismo e l’altro preghiamo il Santo Rosario, il demonio inveisce violentemente persino contro la corona che abbiamo fra le mani, che definisce «catena maledetta, con la Croce in fondo» e io invece ripeto ogni volta la bella espressione del beato Bartolo Longo: «O catena dolce che ci unisci a Dio». Una volta, mentre il demonio -tramite la persona da lui posseduta- cercava di strapparmi dalle mani la corona del Rosario, esclamò con rabbia: “Chi si aggrappa a questa catena non si perderà mai”. Il demonio sa benissimo che il Rosario è una efficace pregheria che ci affida all’intercessione potente di Maria e ottiene la grazia che ci salva.

Un’altra volta, mentre stavo mettendo la corona del Rosario al collo di una persona posseduta, il demonio gridò, tentando di fermarmi: «Togli quelle rose: puzzano, puzzano quelle rose!». E io istintivamente ho detto: «Dove sono quelle rose?». E il demonio: «Le hai buttate sopra di lei! (si riferiva alla persona posseduta)». Quella persona, dopo l’esorcismo, mi ha riferito di non ricordare nulla di quello che le era accaduto, eccetto che, a un certo momento, si era sentita come avvolta da una corona di rose.

Un altro aspetto mariano che mi colpisce, durante gli esorcismi, negli atteggiamenti e nelle espressioni dei demoni, è il loro temere e odiare terribilmente l’offerta che facciamo di tutto noi stessi a Dio, per amore, in particolare se fatta in spirito di riparazione dei nostri peccati e dei peccati degli altri, porgendo previamente questa offerta nelle mani di Maria, affinché sia Lei stessa a presentarla a Dio. Ho sperimentato frequentemente la forza di tale offerta. Mi è capitato spesso, infatti, sia nel corso degli esorcismi, sia nel mio ministero sacerdotale, mentre ero a colloquio con la persona posseduta e le insegnavo come si vive l’offerta di sé a Dio, che il demonio, fino a quel momento nascosto, all’improvviso si manifestasse infuriato, poiché non sopportava che facessi tale catechesi. La stessa cosa accade quando, durante l’esorcismo, invito la persona – se è in grado di sentirmi – di offrire nel suo cuore a Dio, per le mani della Vergine, ciò che sta soffrendo: sempre, il demonio, a questo punto, s’infuria grandemente. Non sopporta questa offerta, che è per lui una grande sconfitta, perché quel male che lui ha fatto si trasforma in un bene per quella persona e per tante altre. Questa esperienza conferma dunque, con chiarezza, che tale offerta a Dio è un mezzo efficacissimo, non solo per sottrarre ai demoni i corpi da loro posseduti, ma anche – e soprattutto – per strappare ai loro artigli tante anime che vivono nel peccato.

Ho descritto diffusamente la mia esperienza personale sull’aspetto mariano degli esorcismi nel volume: “La Vergine Maria e il diavolo negli esorcismi” che ho pubblicato nel 2010 ed è stato successivamente tradotto in varie lingue tra cui il rumeno. Quindi rimando alla lettura di quel volume chi vorrà conoscere più ampiamente questa mia esperienza che in questa sede del Convegno, per motivi di tempo ho potuto descrivervi brevemente.

Con questo libro ho voluto unirmi al corteo delle anime di ogni tempo, innamorate della Vergine Maria, e spronare tutti a ricorrere con grande fiducia alla sua intercessione materna, in particolare mediante la conoscenza e l’esperienza dell’affidamento al suo Cuore Immacolato, al fine di cooperare con Lei, nella lotta che conduce con Cristo suo Figlio contro Satana e gli angeli ribelli, per il trionfo del Regno di Dio.

Ho inteso, inoltre, contribuire con questo testo a promuovere nei credenti una sempre più viva devozione mariana, animata dalla consapevolezza dell’inscindibile legame tra Cristo e la sua Madre Santissima nell’opera della Redenzione e ho cercato di favorire una esperienza personale sempre più viva della maternità della Madonna nei nostri confronti, incoraggiando ciascuno a rafforzare il proprio rapporto filiale verso di Lei chiedendo a Gesù di renderlo partecipe del suo stesso amore filiale per la Madre.

Auguro a tutti un buon proseguimento del Convegno. Dio vi benedica e la Vergine Maria vi custodisca sempre nel suo Cuore Materno.

[1] Ho riportato ampiamente la mia testimonianza su questo particolare e affascinante aspetto degli esorcismi in un volume, pubblicato con le Paoline Editoriali Libri, dal titolo: «La Vergine Maria e il diavolo negli esorcismi».

Chi giustifica la blasfemia aiuta il diavolo

da: IN TERRIS, 5 marzo 2020

Il capo mondiale degli esorcisti, padre Francesco Bamonte, mette in guardia dalle giustificazioni e dagli elogi di certi uomini di fede al video choc di Achile Lauro

di padre Francesco Bamonte

 

In un momento critico per la nostra collettività è fondamentale poter contare su radici e valori granitici. Mentre la salute pubblica è messa a repentaglio da un virus ancora sconosciuto e quindi temibile, addolora dover registrare una grave legittimazione di condotte blasfeme e distruttive per l’identità religiosa e la dignità culturale di una bimillenaria civiltà cristiana come l’Italia.

All’Angelus, Papa Francesco ha messo in guardia dalla tentazione di dialogare con il male, chiarendo che l’argomento esclusivo del Vangelo è la Parola di Dio. Guai perciò a chi confonde l’opinione pubblica scandalizzando la sensibilità dei fedeli attraverso un inverecondo insulto a quanto esiste di più sacro. Proprio perché “Gesù non dialoga con il diavolo” va respinta fermamente “l’ebbrezza della tentazione”, come ha ribadito il Pontefice, quindi sconcerta e rattrista quando, addirittura tra coloro dai quali è doveroso attendersi parole di verità, si sparano pubblicamente elogi vergognosi per chi calpesta la dignità del credente.

E c’è anche chi si permette malignamente di raffigurare in un video musicale la Vergine Maria come un’invasata discinta che sembra presiedere a condotte orgiastiche in un mucchio di corpi nudi e allucinati come in una messa nera. Ettore Petrolini, un secolo fa, fulminò ironicamente con una battuta uno scalmanato che tra il pubblico disturbava il suo avanspettacolo: “io non ce l’ho con te, ma con quello accanto a te che non ti butta di sotto”. Insomma il problema non è un improvvisato imitatore di rockstar sataniste e neppure il successo commerciale che incontra, bensì l’incredibile e scandaloso avallo ottenuto a sorpresa da chi istituzionalmente è tenuto a difendere e tramandare il “depositum fidei”.

Indossare il sacro abito (oggi persino deriso da chi dovrebbe farne la propria carta d’identità) comporta responsabilità sostanziali ma anche formali. Gesù condanna senza mezze misure chi suscita scandalo ai semplici, perciò non si riesce a capire come possa essere spacciata per “opera d’arte” una blasfema, volgare e gratuita offesa alla religione. Un vilipendio innanzitutto alla vera cultura e poi al senso religioso della vita che soprattutto in un momento collettivo così difficile rappresenta il collante morale della società. Non si adduca a pretesto la libertà di espressione artistica proprio nell’istante in cui si rade al suolo il significato più umano e personale della coscienza individuale e condivisa.

Viene da chiedersi quale sia la finalità di un’azione di sistematico elogio e di strumentale protezione nei confronti di un’operazione di marketing che ridicolizza, sporca e banalizza la caratura salvifica del sacrificio di un Figlio pianto da una Madre che da sola è rimasta ai piedi della Croce quando tutti gli altri erano scappati per viltà e ignavia. Ecco il punto: l’artista non è chi sfregia il sacro ma chi sa farlo emergere da un blocco di marmo fino a farne il proprio testamento spirituale divenuto l’emblema di un’umanità debitrice a Cristo del sacrificio da cui tutto è scaturito.

Il vero problema non sono i corpi nudi (ce ne sono ovunque nell’arte più sublime) bensì l’uso satanico di simboli religiosi per farsi notare, persino con l’ipocrisia di richiamare, fuori da ogni contesto plausibile, esempi altissimi di santità come quella del Poverello di Assisi. E non si venga a dire che giustificare ambiguamente, quando si è consacrata la propria vita al Signore, spudorate campagne autopromozionali, serva a redimere o ad avvicinare i giovani e i lontani.

Perché mai dovrebbe essere credibile chi svende quelli che dovrebbero essere i propri valori di riferimento? Un ex-baby detenuto al quale è stato chiesto il motivo dei propri crimini giovanili ha risposto: “Lo facevo per mancanza di adulti meritevoli di essere ascoltati”. Per questo nobilitare l’ignominia significa uccidere il sacro che è dentro ognuno di noi.