San Giovanni Calabria: “zero e miseria” vince il diavolo

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San Giovanni Calabria: “zero e miseria” vince il diavolo[1]

  di Alberto Castaldini[2]

L’intera esistenza di Don Giovanni Calabria ci conferma che il santo, e, potremmo aggiungere, l’uomo e il sacerdote, è colui che fa dell’umiltà il tratto costitutivo della sua vocazione e la cifra principale della sua azione. Questa genuinità dello spirito, accompagnata a un animo sensibile e introspettivo, porta non solo a consolare i sofferenti, ma a farsi concretamente carico del loro dolore, ispirandosi a tal punto a Cristo da completare, giorno dopo giorno, quello che manca ai suoi patimenti “a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24).

San Giovanni Calabria (Verona 1873-1954), santo della Provvidenza e dell’Umiltà, che amava definirsi “zero e miseria”, beatificato nel 1988 e canonizzato nel 1999 da Papa Giovanni Paolo II, figura significativa nella vita ecclesiale italiana della prima metà del Novecento, sino alla fine della sua esistenza terrena fu consapevole che – come scrive san Paolo – “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno”, tanto che “li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8, 28-29). Proprio in ragione della sua conformità a Cristo, molte furono le prove e le sofferenze da lui sopportate in vita, inizialmente contrastato nella vocazione sacerdotale poiché i superiori non lo ritenevano di sufficiente ingegno (possedendo in realtà un’intelligenza intuitiva che nella maturità si manifestò fornendo risposte profonde e risolutive ai quesiti anche di intellettuali), e che invece si rivelò non solo zelante e ispirato fondatore della Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza (1932), come del suo ramo femminile, ma profetico esempio per la Chiesa italiana e universale (“apostolo dalle vedute sconfinate”, lo definì il gesuita P. Domenico Mondrone), stimato da protagonisti della vita ecclesiale del suo tempo, come il cardinale Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano, o Padre Pio da Pietrelcina; fu inoltre pioniere nel dialogo ecumenico con i cosiddetti fratelli cristiani separati: come lo scrittore anglicano inglese Clive Staples Lewis e il metropolita ortodosso romeno Visarion Puiu. Don Calabria fu anche in speciale comunione fraterna con il mondo ebraico, che sempre stimò e amò dopo che da bambino aveva assistito alle cerimonie di culto nella sinagoga di Verona. Durante l’ultima guerra mondiale portò concreto conforto agli ebrei perseguitati e il rabbino di Verona, memore di questa vicinanza, partecipò al suo funerale cui concorse l’intera cittadinanza.

La sua multiforme dedizione apostolica, il primato della carità e l’abbandono alla Provvidenza divina, l’intuizione verace e lo slancio che animavano ogni suo gesto, la purezza della sua testimonianza spirituale non potevano perciò che unirlo nelle sofferenze a Cristo, supremo modello della sua missione sacerdotale, perché la strada di Gesù verso la gloria è la stessa dei suoi figli (Rm 8,17) e passa attraverso una porta stretta che non esclude il sacrificio. Di ciò il santo sacerdote veronese fu sempre consapevole, tanto da affermare che le nostre sofferenze, in unione a quelle di Gesù, impreziosiscono le nostre anime e vivificano le opere di Dio. Eppure, con la sua innata umiltà, assimilata nella modesta abitazione natale di Vicolo Disciplina a Verona, nella centralissima Contrada Santi Apostoli, dove vide la luce l’8 ottobre 1873, battezzato il giorno di Ognissanti, figlio di Luigi, calzolaio, e di Angela Foschio, sarta e stiratrice, Don Giovanni, già anziano, chiedeva ai confratelli di pregare affinché potesse comprendere il “dono della sofferenza”. Nel maggio del 1930 proprio lui aveva dato inizio alla sezione italiana dell’“Apostolato infermi”. I suoi furono dolori non solo fisici ma soprattutto spirituali, che, nonostante i frutti copiosi della sua Opera, gli cagionarono angoscia e disperazione, sia in ragione del male così diffuso nella società, culminato nelle due guerre mondiali le cui privazioni egli sperimentò personalmente, sia per una misteriosa prova interiore, un’offerta di sé per la riparazione dei peccati che lo accompagnò fin dalla giovinezza, e si perfezionò in modo esplicito e per un misterioso disegno pochi anni prima della morte.

A undici anni si ammalò gravemente, gettando nello sconforto la madre che aveva perso già quattro figli, ma guarì provvidenzialmente dopo essere stato in pericolo di morte. La sua vocazione sacerdotale fu a lungo osteggiata in modo a tratti incomprensibile, forse perché grande sarebbe stato il bene da essa scaturito per il riscatto degli orfani e dei giovani in difficoltà attraverso la Casa Buoni Fanciulli da lui fondata nel 1907. Ma la volontà di Dio non si ferma agli ostacoli umani o spirituali, col tempo sapientamente li aggira, e Giovanni venne infine ordinato nel 1901 dal cardinal Bartolomeo Bacilieri, vescovo di Verona. In compenso la sua missione non fu mai disgiunta da un personale calvario. Il cardinale Schuster, che con il sacerdote veronese scambiò – come vedremo – un folto epistolario, ebbe a dire: “Mi pare che in queste sofferenze di Don Calabria ci sia la mano di Dio. Quando vuole adoperare un’anima, la stritola”.

Don Calabria fu sempre consapevole che questo era il prezzo per accedere al Regno di Dio (Quaerite primum regnum Dei! fu il motto e impegno suo e dell’Opera, di cui era custode, casante, come ancora oggi si definisce il superiore generale della congregazione). Se la sofferenza – affermava cosciente Don Calabria – è “moneta di Dio”, ciò significa solamente che essa può essere elargita a garanzia dei percorsi misteriosi del suo provvidente disegno. Resta il fatto che ogni croce genera anche angoscia, abbandono, esclusione, e negli ultimi anni il santo veronese non temette di affermare che l’ora “terribile” da lui vissuta era “l’ora di Satana”, che induceva a tornare urgentemente al Vangelo nella consapevolezza che l’ora del dolore fisico e spirituale “è anche l’ora di Gesù: è l’ora delle grandi decisioni…Gesù non verrà meno alla sua parola”.

Nonostante le promesse divine, molte ore buie segnarono infatti l’esistenza del santo veronese fino al suo tramonto ed egli ne fu anche scosso, impaurito, nel suo animo così profondamente sensibile che conviveva, alimentandolo, con lo zelo apostolico del fondatore.  Fu lunga la sua “notte oscura”, segnata da stati ansiosi, depressivi e ossessivi, ma Don Calabria trovava la forza di affermare: “Accetto tutto in espiazione dei miei peccati, per l’Opera, per il mondo…”. Alla mente del sacerdote, anziano e fragile, si riaffacciavano forse le parole del suo direttore spirituale, il carmelitano Padre Natale di Gesù del convento veronese degli Scalzi: “Si ricordi che il demonio è uno dei più terribili avversari di Lei, e se potesse precipitarla nell’Adige, sarebbe per lui una grande vittoria e trionfo”. Quindi, egli fu sempre pronto a combattere la sua buona battaglia, sopportandone i colpi violentissimi, rivestito “dell’armatura di Dio” (Ef 6,11). Come san Paolo, Don Calabria comprese di essere stato “afferrato” da Gesù, ma in questa sua chiamata che presentava gioie e dolori non fu mai un alienato bensì un uomo in costante relazione con Dio e i fratelli.

L’antico Avversario di Genesi, lo spirito negatore e distruttore – Padre Natale ne era certo – fu sempre il suo “acerrimo nemico”, poiché Don Giovanni era “tanto amato da Gesù” in quanto “istrumento nelle mani di Dio per compiere opere a bene della Chiesa di Dio”. La purezza di Don Calabria, il profumo della sua santità già in vita (Padre Pio ai fedeli veneti che a lui si rivolgevano nel Gargano consigliava di recarsi dal sacerdote veronese), la genuinità della sua testimonianza scatenavano certamente la furia distruttiva del Maligno, a tal punto che la sua azione persecutoria non gli risparmiò le pene interiori più laceranti, angosciandolo per la temuta inutilità dell’intera sua vita. Come il Curato d’Ars egli non fu esorcista, ma con le sue opere e le sue sofferenze strappò molte anime al diavolo, che in ogni momento “come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare” (1Pt 5,8). Come Giobbe, anch’egli levò il suo grido a Dio, soffrendo ingiustamente ma rimanendo fedele nella speranza della consolazione, infine morendo “vecchio e sazio di giorni” (Gb 42,17). Non a caso, il carmelitano p. Cherubino della Vergine del Carmelo, che divenne suo confessore dopo la morte di p. Natale di Gesù, lo paragonò proprio a Giobbe.

Il citato scambio epistolare intercorso tra il beato Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano, e san Giovanni Calabria, ci rivela non solo la comunanza di intenti pastorali fra questi due uomini di Dio (Schuster ebbe a cuore e promosse la presenza calabriana a Milano nel borgo periferico di Cimiano), ma sottolinea la condivisa consapevolezza verso l’azione del Maligno, soprattutto nell’ultima fase della vita del veronese, segnata da profonda, quasi inconsolabile sofferenza. Don Calabria cercò il conforto spirituale dell’arcivescovo, che condivise con lui un senso di smarrimento, di incertezza sullo stesso futuro della Chiesa, consapevole però che la disperazione è generata dall’inganno diabolico, dal verbo di falsità che ferisce e indebolisce l’animo dell’uomo. E Schuster non temeva di confidare al sacerdote veronese le sue timorose fragilità, anche nei confronti dell’azione di Satana, nel solco di quella humilitas che gli derivava dalla formazione benedettina (Regula Sancti Benedicti VII) ma che fu anche il motto di un suo illustre predecessore sulla cattedra ambrosiana: San Carlo Borromeo. Non fu solo stima amicale a unirli ma anche partecipazione alla passione del Signore, come esorta l’apostolo Paolo, in anni in cui entrambi vedevano maturare “l’ora di Satana” (complice la complessa situazione geopolitica) e, nel contempo, “l’ora di Gesù” per la divina volontà di purificare il presente e il futuro. Schuster ribadì spesso al suo corrispondente che l’unica arma efficace contro il demonio è la santità, che Satana “non potrà essere vinto che con armi soprannaturali. Egli è intangibile a tutto il resto. Ha paura solo della santità della Chiesa” (lettera del 7/7/1951). Soprende la sensibilissima attenzione del porporato al presbitero e alle sue sofferenze, tanto che l’arcivescovo gli consigliò, nel luglio del 1949, di indossare la medaglia di san Benedetto. Attenzione umana così significata da Don Calabria in un appunto scritto con mano malferma, quasi cieco: “Nella mia croce come sento la predilezione di Gesù per Lei. Per questo Satana freme” (lettera del 18/12/1950). L’anno successivo Don Giovanni confiderà al card. Schuster che dopo avergli spedito una lettera ebbe “grandi prove fisiche e spirituali”, ma a un certo punto gli parve di udire una voce dire “basta per ora”, cui seguirono pace e serenità interiori. Un concomitante dettaglio, il primo, molto significativo per cogliere le eventuali strategie vessatorie del Nemico (lettera del 10/12/1951).

La desolazione morale, la notte oscura dell’anima, una melanconia infinita, rivelarono i tratti della persecuzione spirituale protrattasi fino agli ultimi giorni terreni di Don Calabria, allorché una serenità interiore lo pervase a tal punto da indurlo a offrire la sua vita per la guarigione di Papa Pio XII gravemente ammalato (e ricordiamo per inciso come anche a Schuster stesse a cuore la salute del Pontefice, e che l’arcivescovo precedette nella morte Don Calabria, spirando il 30 agosto del 1954). I medici e i collaboratori di Don Calabria testimoniano come il sacerdote soffrisse nella persuasione di aver commesso gravi peccati, di essere lontano dal pentimento, ritenendosi perciò ancor più colpevole e meritevole di castigo. A ciò si aggiungeva anche la frequente impossibilità a pregare, con la mente deturpata da pensieri avversi al Signore e alla fede, come nel cosiddetto “delirio di colpa”, grave stato di melanconia che tormenta le anime, spesso le più elette, tanto da far supporre l’azione straordinaria di uno spirito infernale. Non sorprende il fatto che in questi casi la mente della persona (anche del sacerdote) può essere angustiata persino da imprecazioni blasfeme, come avvenne per Don Calabria. Non per caso, Don Gabriele Amorth, chiedendo al passionista Padre Candido Amantini, l’esorcista della Scala Santa e suo maestro, che nome avrebbe dato al demonio, si sentì rispondere: “Il suo nome è bestemmia”.

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Veniamo ora a illustrare la vicenda calabriana anche sotto il profilo fenomenologico. Don Giovanni Calabria patì duramente come molti altri santi. Tornano alla mente episodi della vita del Santo Curato d’Ars o di Padre Pio, di Santa Veronica Giuliani o di Santa Mariam Baouardy, ma le esperienze vissute dal sacerdote veronese sono forse assimilabili a quelle di Santa Gemma Galgani (1878-1903), la giovane passionista lucchese che abbracciò la croce assegnando alla propria esistenza un significato reale che mutasse il dolore sofferto nell’amore assoluto e incondizionato per Cristo. Non si trattò in entrambi di una conformazione ideale, ma di un patire concreto, che comprendeva pesantissime vessazioni spirituali e fisiche, culminanti in un’ossessione dello spirito che spingeva al dubbio insanabile, al senso di fallimento, alla disperazione, accompagnando Gesù in un doloroso Getsemani quotidiano al punto di superare persino il confine dell’insanabile smarrimento, sperimentando l’angoscia del non-ritorno.

L’esperienza di Santa Gemma può pertanto essere accostata a quella di San Giovanni Calabria (peraltro si vedrà come un filo passionista unisca le due figure), e ci aiuta a farlo il filosofo e teologo Cornelio Fabro, autore di un denso saggio sulla giovane lucchese. Un realismo costante attraversa la sperimentazione della sofferenza in Gemma, e lo stesso possiamo cogliere in Don Calabria. Esso, ha scritto Fabro, è nella sua crudezza tale “da porre problemi gravi di teologia”, ai quali, almeno sotto il profilo “esistenziale”, non è facile dare una risposta. Possiamo in tal senso cogliere una specularità tra le sofferenze di Gemma, quella del sacerdote veronese e la Passione di Cristo, in cui però il soprannaturale, sperimentato da una creatura umana e non da Dio che si è fatto carne, è – scrive Fabro – fonte di sofferenze per certi versi più intense. Le vessazioni cui fu sottoposto Don Calabria non furono accompagnate come nel caso della santa lucchese da locuzioni interiori con Gesù, che consolarono la giovane nei momenti di maggiore travaglio. Ma il rapporto di Don Calabria con Cristo non fu meno intenso per il tramite sacramentale dell’Eucarestia nella sua condizione sacerdotale (tanto che l’azione vessatoria nei suoi confronti era diretta ad impedirgli di celebrare la Messa).

La vessazione in entrambi i casi, allorché intaccava l’esercizio della libertà interiore sul piano psicologico, con un grave riflesso nella prostrazione fisica, preparò il terreno a un’ossessione pesante (altrimenti definibile vessazione demoniaca mentale o interna) che si manifestava come premessa o financo anticamera della possessione, giungendo sulla sua soglia, ma che, ad avviso di Fabro, in Gemma, e per quanto ci consta anche in Don Calabria, non ha mai intaccato la piena e duratura unione della libertà interiore con Dio, quantunque culminando in pensieri e gesti di disperazione oltre che in moti verbali di avversione al sacro. Così riporta la Positio super Virtutibus del sacerdote veronese, ampiamente citata dai suoi biografi: “La coscienza di don Giovanni rimase costantemente identica sia nel suo aspetto positivo di promozione della vita di fede e di morale, sia nel suo comportamento critico di ogni idea… Il profondo della sua personalità non fu mai compromesso e la sua attività raziocinante non scomparve mai”.

Tutto ciò ci conferma come la presenza oscura del Male non impedisca la misteriosa cooperazione delle anime al piano di salvezza, pur generando eventuali perplessità circa il prezzo di tale sofferenza. Ma il Dio vivente è ineffabile e la sua trascendenza calata nell’immanenza non ci rivela sempre chiaramente l’economia della sua strategia salvifica. Ogni spiegazione diviene in tal senso impossibile alla mente umana e ci riconduce al tema dell’umiltà creaturale. La semplicità d’animo di Don Calabria, che coesisteva con la progettualità profetica del fondatore, dell’infaticabile costruttore di opere, rappresentava un modello di vita per quanti lo conoscevano, e si accompagnava a un cuore introspettivo che si esprimeva nella relazione col prossimo. Questo atteggiamento, come accadde in altri santi, perfezionava una profonda empatia che sfociava nel comune soffrire, conformandosi a Cristo nell’atto della riparazione, camminando lungo quel percorso che conduce alla gloria futura ma che per tutti passa inevitabilmente dal Golgota. Don Calabria fece proprio un carico di sofferenza intimamente lacerante che giunse nei momenti di maggiore disperazione a offuscare persino quella prospettiva d’eternità che si colloca al centro delle promesse divine per l’uomo.

L’aneddotica calabriana riporta molti episodi in cui il confine tra il mondo spirituale e la dimensione terrena appare labile. Anche la documentazione del processo canonico, che elevò il prete veronese agli altari, ne reca puntuale testimonianza, a conferma di come – pur nella sofferenza – in Don Calabria rimanesse la vigilante responsabilità verso le macchinazioni del Maligno (2Cor 2,11) nella fedele adesione a Gesù Cristo.

Allorché all’avvio del suo ministero fu vicario cooperatore a Santo Stefano, antica chiesa di Verona nei pressi dell’Adige, nella casa in cui viveva con la madre e la nipote, dopo un periodo di iniziale tranquillità, seguirono inspiegabili fenomeni fisici. Oggetti e mobili si muovevano da soli, il campanello della porta non dava tregua senza che nessuno lo toccasse e invano si cercò di fissarne il tirante. Lo si avvolse persino con degli stracci, ma fu inutile. Testimoni oculari di questi eventi furono notabili cittadini come il marchese Da Lisca, il prof. Grancelli e Don Pietro Scapini, professore di matematica al Seminario. Anche mons. Luigi Peloso, vicario generale della diocesi, che abitava nei pressi, udì quegli strani rumori e frastuoni. Il parroco di Santo Stefano cercò di bloccare la corda metallica del campanello, avvolgendosi le mani con delle pezze. Mollò la presa prima che la corda gli ferisse i palmi. Anche Padre Natale di Gesù volle assistere ai fenomeni nella casa di Vicolo Fontanelle. Essi durarono alcuni mesi per poi cessare del tutto.

Pochi anni dopo i fatti di Santo Stefano, quando l’Opera dei Buoni Fanciulli, grazie alla generosità del conte Francesco Perez, era già stata avviata e il progetto iniziava a dare i frutti sperati, ecco che l’ansia, lo scoraggiamento, iniziarono a tormentare Don Calabria. Padre Natale di Gesù in una lettera del 21 settembre 1913 gli scrisse: “Per obbedienza poi Le comando e Le impongo di mettersi in pace, quieto e tranquillo e tutta la sua responsabilità, tutti i suoi peccati, lasci tutto a carico della mia coscienza, perché io devo rispondere della Sua anima dinanzi a Dio. Per carità, non la dia vinta al demonio…”. Ma notte e giorno non c’era pace per il giovane prete. Notti lunghissime, disperanti, l’impossibilità di raccogliersi nella preghiera, di lavorare per la Casa dell’Opera. In una missiva del 1914 p. Natale significò al presbitero la ragione ultima delle sue sofferenze: “Non dimentichi mai che S. Zeno in Monte [sede dell’Opera, ndr] è il suo Calvario, sopra il quale Gesù lo vuole immolato, a gloria Sua, a salute di tante anime, di milioni di anime, e per la santificazione dell’anima della Reverenza Vostra”.

In una notte del 1934 Don Calabria si rifugiò nel Convento degli Scalzi, presso P. Natale di Gesù, per trovare un po’ di pace. Ciò si era verificato già agli inizi dell’Opera, ma il suo confessore quella volta lo aveva rimandato a casa. Dopo averlo ospitato in una delle celle, i carmelitani udirono nella quiete notturna rumori e gemiti. Entrati nella stanza trovarono il prete tremante e pieno di lividi, tanto da indurli a benedirlo. L’episodio si ripeté quella stessa notte e la benedizione fu rinnovata. Poi Don Calabria si addormentò.

Le vessazioni fisiche di Don Calabria, così simili a quelle che patì Padre Pio, sorprendono, ma nello stesso tempo inducono a quella cautela che non è espressione di incredulità, ma di ponderata attenzione verso analoghi episodi straordinari, indizi di una vita intensamente spirituale, di una sensibilità certamente fuori dall’ordinario, nella consapevolezza che nulla, nemmeno il più feroce persecutore, “potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8, 39), giacché – per citare Papa Leone Magno –  “colui che è in noi è più forte di colui che è contro di noi, il nostro vigore è in lui, nel confidare nella sua forza. Per questo infatti il Signore ha voluto subire l’attacco del tentatore: per istruirci con il suo esempio e insieme difenderci con il suo aiuto” (Leo I, Homilia XXXIX, 3).

Una testimonianza contenuta nella Positio parrebbe indicare in Don Calabria anche la presenza di uno stato dissociativo grave. Racconta fratel Oliviero Prospero: “Ad un certo punto si divincolava, gesticolava, digrignava i denti, faceva boccacce”. Il fratello coadiutore cercava di portargli conforto, rinfrescando il viso e le mani infiammate dal calore con una pezzuola bagnata. Don Calabria in dialetto e con una voce alterata allora esclamava: “Cópelo (uccidilo) ‘sto prete, questo saco de carbon, questo assassino che mi ruba tante anime. Quando è che muore? Brucialo!”. Passata qualche ora Don Calabria tornava quieto, e talvolta capitava che predicesse l’ora in cui sarebbero cessati questi fenomeni. Questi eventi si verificarono a Villa Ugolini, sulle Torricelle – le colline alle spalle di Verona – dove il sacerdote visse negli anni della Prima guerra mondiale. In un’altra occasione preannunciò un prossimo attacco, ingiungendo al confratello di non interloquire in alcun modo con quella presenza. Verificatosi quanto previsto, quella voce che lo pervadeva chiese perentoria: “Cosa fa Don Calabria? Mi porta via tanti giovani…sarebbero tutti miei”. Consapevole di queste improvvise e pesanti vessazioni, il sacerdote ripeteva spesso giaculatorie e invocazioni.

Di fenomeni apparentemente inspiegabili, ma noti alla letteratura demonologica, fu testimone diretta anche una delle religiose della casa dell’Opera a San Pancrazio, rione nei pressi della città, la quale, ricevuta una telefonata da una voce minacciosa ma simile a quella del Fondatore, pochi istanti dopo trovò alla porta Don Calabria in visita che ascoltò profondamente scosso il racconto. Il sacerdote all’udire i dettagli si turbò in viso, e fu persino colto da un tremito, accasciandosi.

Pare di scorgere in tutte queste prove il “pungiglione nella carne” evocato da san Paolo nella Seconda lettera ai Corinzi (12,7), che lo tormentò per non indurlo in superbia. Tali gravi vessazioni, culminanti come già detto in pensieri ossessivi e fenomeni talora dissociativi, di profonda prostrazione psicologica, non furono comunque in grado di minare totalmente, in modo continuato e prolungato, le basi della volontà di Don Calabria, nemmeno quando gli assalti lo colpivano nel corso della Messa a tal punto da indurlo a sospenderla per poi riprenderla. Infatti, la personalità di Don Calabria univa a una spiccata sensibilità verso l’altro, il prossimo, i poveri della città, una convinta determinazione nella sua azione apostolica. Come riporta la Positio super Virtutibus: “Aveva ottime capacità di dominio… Sapeva anche andare contro corrente con un rifiuto od un “no” se non vedeva chiaramente”. Così in essa si sintetizza efficacemente la personalità calabriana: “Animo percettivo e volontà solida”. Certamente nell’ultima fase della sua esistenza questi tratti riconoscibili ebbero a mutare in ragione delle sofferenze quotidiane. Nel contempo, e la Positio lo attesta, nella sua emotività “potevano determinarsi, al di fuori delle intenzioni di don Giovanni, manifestazioni contrarie alla sua coscienza”. Che esse possano essere culminate in uno sdoppiamento temporaneo della personalità, in quello che si definisce momento della crisi nella possessione per l’azione straordinaria del maligno, va dimostrato, giacché “non necessariamente chi ha vessazioni od ossessioni demoniache è anche posseduto”, ha scritto P. Francesco Bamonte nel suo volume Possessioni diaboliche ed esorcismo. La vicenda calabriana presenta a tratti questa ambiguità e, va detto che, a quanto risulta, Don Calabria non fu mai sottoposto ad esorcismo.

Negli anni della vecchiaia si fece più profondo e radicato il senso di disperazione e abbandono nell’anziano sacerdote: “Non credo più a niente…ho le mani vuote…sono zero e miseria…cosa vuole Gesù da me?”. Egli inoltre lamentava che un “muro di divisione” lo separava da Cristo, tanto da credere di essere da Lui rifiutato per sempre, senza alcuna speranza. “Dio el me leva la presenza”, affermava sconsolato Don Calabria nel suo amato dialetto. L’inganno operava sull’umore e le ideazioni più fosche lo affliggevano, facendogli paventare lo smarrimento della ragione. Ma la vicinanza delle anime, la comunione dei santi lo confortavano: di ciò egli rimase sempre consapevole. Che Don Calabria abbia sperimentato tutto ciò per così molti anni non deve sorprendere, perché il dato della sofferenza umana per causa del Maligno è parte dell’annuncio cristiano, tanto che – come ha scritto Don Renzo Lavatori nel suo saggio Satana, l’angelo del male  – “non si può togliere tale aspetto dal vangelo, senza, con questo, cambiare il senso dell’essere e dell’opera di Cristo”. Gli esorcismi operati da Gesù e descritti dagli evangelisti non costituiscono un racconto simbolico, ma una battaglia personale, tanto che il Redentore ordina ai demoni di rivelare il loro nome, dopo che loro hanno osato fare il suo. Il nome nella Scrittura ha, come sappiamo, un significato profondo, che tocca l’essenza della persona.

Non si deve però considerare che Don Calabria attribuisse con facilità queste prove all’azione del demonio. Uomo e prete di antica quanto solida formazione, ragionava e si esprimeva con innato discernimento, e da queste esperienze sapeva trarre ammaestramenti che condivideva per il bene delle anime, affinché la sua palestra personale potesse irrobustire i fratelli. Per questo affermava che “il demonio tenta in modo speciale con lo scoraggiamento”, ma che proprio per questo occorreva farsi santi a suo dispetto. Ciò non significa demonizzare ogni fenomeno incomprensibile che coinvolge l’uomo (e che la scienza potrebbe un giorno spiegare), ma raccomandare criterio nel giudizio, non escludendo nel contempo le indicazioni di quella sensibilità spirituale che proviene solo dall’esercizio assiduo della vita cristiana e dalla pratica della preghiera. Padre Candido Amantini dal canto suo, nella presentazione del volume di Don Amorth Un esorcista racconta, osservò: “noi non neghiamo minimamente i progressi della scienza; ma è contro la realtà, da noi continuamente sperimentata, illudersi che la scienza possa spiegare tutto e voler ridurre ogni male alle sole cause naturali”.

Dunque, nulla di sorprendentemente “paranormale” nella vita del santo prete veronese, piuttosto molto di autenticamente spirituale e perciò non sempre spiegabile con categorie umane, ma comprensibile con quelle evangeliche e teologiche o grazie a metafore efficaci perché imbevute di quella saggezza popolare che Don Giovanni Calabria aveva respirato alla scuola domestica di mamma Angela: “Satana è in catena – amava dire il nostro santo – ma bisogna stare attenti, perché la catena è lunga”. Don Calabria, osservando e benedicendo come soleva fare al termine del giorno la sua città dal colle di San Zeno in Monte, era convinto che quella catena fosse in grado di imprigionare il mondo intero e con sensibilità escatologica visse le prove più tragiche dell’umanità nel Novecento. Uno scenario questo che viene riaffermato nei documenti del Concilio Vaticano II: “Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, destinata a durare, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l’uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l’aiuto della grazia di Dio” (Cost. Gaudium et Spes, 37).

Tutte queste prove rientrarono comunque in un progetto divino a cui il santo veronese aveva più volte aderito consapevole. Sin dai primi anni di ministero Don Calabria – come ha scritto Don Luciano Squizzato – ebbe del suo sacerdozio una precisa concezione, quella del sacerdos alter Christus, ovvero a suo avviso il sacerdote doveva offrirsi come vittima perché il Signore è per lui “eredità” e “calice”. Giovane prete, egli si offrì da subito come vittima per la crescita dell’Opera, da poco fondata e nella quale aveva infuso tutto il suo zelo, intendendo questa offerta non come qualcosa di temporaneo ma come una scelta definitiva. Il 27 novembre 1907, il giorno seguente all’apertura della prima “Casa Buoni Fanciulli” nell’antico borgo di San Giovanni in Valle, Don Calabria scrisse in chiusura a una lettera indirizzata all’amico Don Pio Vesentini: “Prega perché possa amare il patire”. Naturalmente l’oblazione – che verrà ripetuta nel corso degli anni – implicava una conformazione radicale, financo una identificazione con il modello supremo della vittima, e la conseguente partecipazione al disegno di redenzione salvifica. Il prezzo non poteva che essere elevato: il Golgota personale di Don Calabria fu soprattutto la notte oscura iniziata nel 1949 e conclusasi nell’anno della morte del santo, il 1954. Nel suo diario, il 12 luglio 1950, nel pieno di quella quotidiana sofferenza – come ricorda Don Luigi Piovan, postulatore della Congregazione –, l’anziano sacerdote ribadì la sua offerta personale: “Io, povero ed ultimo servo, da alcuni mesi ho sofferto e soffro ciò che mente umana, così mi pare, non possa capire. […] Offro la mia povera anima alla divina misericordia”.

Squizzato ha sviluppato un raffronto tra l’esperienza calabriana e quella descritta con vertici di mistico afflato nonché di razionale consapevolezza, da san Giovanni della Croce (carmelitano come P. Natale di Gesù). Il quadro di sofferenze interiori che le testimonianze, rese nella Positio, delineano è dettagliato, confermando certe pagine del mistico spagnolo: tentazioni contro la fede, contro la speranza, prove cagionate dalla calunnia degli uomini o dall’incomprensione del mondo. Don Calabria, l’abbiamo già accennato, sperimentò anche la tentazione blasfema, come confidò al suo successore Don Luigi Pedrollo nel giorno dell’Addolorata del 1950 (“[…] ebbe l’ossessione di avere sulla punta della lingua parolacce, bestemmie; temette di essere abbandonato da Dio e di non essere compreso dai suoi stessi figli”). Tali sofferenze lo tormentarono sino alla fine della sua esistenza terrena, assieme a un conseguente senso di colpa e di oppressione della coscienza che non temeva di rivelare ai suoi collaboratori con atto di estrema umiltà.

Nell’ultima annotazione sul suo diario, il 29 maggio 1954, sei mesi prima della morte causata da emorragia cerebrale, Don Calabria ribadì la continua lotta interiore di fronte all’instancabile e pervicace azione diabolica: “Ora sono alla fine. Satana mi vuole nello scoraggiamento e miseria”. Nondimeno il vecchio sacerdote si affidava alla divina misericordia. Nel febbraio di quello stesso anno mariano, Don Pedrollo aveva registrato il suo smarrimento e la disperazione per l’indifferenza avvertita di fronte alla Messa: “Mi pare di essere perduto, sulla porta dell’Inferno!”.

Nel santo veronese non venne meno la cognizione che tutto quanto gli accadeva si collocava nella sequela di Cristo, quale intima offerta di sé per il suo piano redentivo e in opposizione al suo ministero. Proprio per la sua esperienza personale, a un prete conterraneo, il venerabile Don Giovanni Ciresola, suo figlio spirituale che aveva gettato le basi del Cenacolo della Carità, raccomandava perseveranza di fronte alle molte difficoltà patite perché gli ostacoli frapposti dal demonio erano il segno che l’opera era voluta dal Cielo.

Nonostante ciò in Don Calabria ci fu il desiderio di essere aiutato, supportato da “uomini di Dio”, da quelli che lui stesso chiamava “angeli del conforto”. Il card. Schuster fu certamente uno di loro. Agli inizi degli anni Cinquanta le sofferenze in lui si acuirono a tal punto che attraverso un medico di fiducia chiese aiuto a Padre Pio da Pietrelcina, il quale assicurò che avrebbe pregato “con tutta l’anima” per il prete veronese, aggiungendo però che Don Calabria era giunto, “vicino al Signore”, “sulla via della grazia”, a tali altezze difficilmente raggiungibili dalla scienza medica. Ad analoghe conclusioni giunse un illustre clinico che lo ebbe in cura, il prof. Cherubino Trabucchi, direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Verona, il quale diasgnosticò una “melanconia con associata una psiconevrosi ossessiva”, allorché nella testimonianza resa nella Positio definì Don Calabria “un martire dell’amore attraverso una sofferenza tragica di ordine psichico, potenziata spiritualmente”. Trabucchi, nella dichiarazione citata da Squizzato, osservò che in Don Calabria non riteneva “giustificate” le “drastiche cure, e ormonali e di elettroshock che gli furono applicate” e che mai vide soffrire un paziente come lui, in quanto – continuò – “i mali del mondo e soprattutto il peccato del mondo lo accasciavano tremendamente e lo facevano soffrire indicibilmente”. Pertanto, affermare, com’è accaduto anche di recente, che il santo veronese fosse affetto sostanzialmente da episodio depressivo maggiore e da nevrosi ossessiva, cui sarebbe stata di beneficio la terapia elettroconvulsivante, denota forse una prospettiva limitata sia della vicenda personale di Don Calabria, sia della stessa dimensione umana nella sua complessità antropologica.

Nella vicenda personale di Don Calabria si riscontrano i sintomi della cosiddetta depressione maggiore, con un persistente senso di colpa che generava autorecriminazioni di tipo morale e spirituale, con persistenti ideazioni ossessive che lo prostravano. Ma i sintomi non sembravano risolversi con le terapie, anzi parevano peggiorare, mentre il conforto della preghiera come della relazione/direzione spirituale ne attutiva gli effetti, sollevandolo temporaneamente. Si manifestavano inoltre i segni di un disturbo ossessivo:  una condizione di sofferenza che genera un senso di fallimento totale di sé, arrivando a includere impulsi autodistruttivi e al suicidio, blocco della preghiera e improvvisa avversione al sacro (oggetti, pratiche devozionali). Nella Positio si può ritrovare manifestazione di tutti questi sintomi. Che quella descritta dalla letteratura demonologica come “azione straordinaria del Maligno” abbia perciò trovato una breccia nella spiccata sensibilità, come nella sofferente fragilità, di Don Calabria («Diceva di se stesso di essere “una pianta sensitiva” che sente tutto», si afferma nella Positio) è più che probabile, ma appare semplicistico ricondurre a fattori esclusivamente organici o psichici episodi dolorosi così ricorrenti e radicati, nonché avvalorarne il loro rimedio attraverso terapie invasive. All’indagine scientifica – le parole del prof. Trabucchi lo confermano – non è possibile stabilire con argomentazioni teorico-empiriche che le ossessioni o le possessioni siano, ad esempio, problemi di scissione o proiezione. Essa può certamente fare luce, indagando, su queste fenomenologie, ma non può spiegarle in modo definitivo o generalizzato. La soggettività del caso, nella sua complessità interiorizzata, costituisce e resta un dato centrale.

In questi termini si espresse dal canto suo il card. Pietro Palazzini, prefetto della Congregazione dei Santi, nel corso  della plenaria del 1° dicembre 1985 alla presenza dei cardinali riunitisi per il voto sull’eroicità delle Virtù di don Calabria, e riportata da Don Piovan: “Il Suo scontro con Satana durò tutta la vita, ma sempre nell’ombra. L’affermazione che un influsso malefico demoniaco sia stato esercitato su Don Calabria, tenuta presente la sua personalità, non può essere considerata pretestuosa o diminutiva della sua grandezza spirituale. Per chi non accettasse l’influsso malefico del diavolo, rimane vero, ipoteticamente, che nel quadro psicofisico del Servo di Dio le sue convinzioni religiose abbiano raggiunto apici cosi alti da determinare momenti drammatici di sofferenza e di angoscia, nei quali l’idea satanica personificava tutte le difficoltà che si opponevano alla realizzazione dell’Opera che egli si sforzava di portare avanti. […] Se poi si tien presente che Don Calabria, pur non avendo avuto visioni di figure e simboli demoniaci (un dato però che alcune testimonianze sembrerebbero disconfermare, ndr), ebbe esperienze sensibili di realtà sataniche, l’interpretazione più ragionevole e maggiormente nella logica della fede è che l’intervento del maligno abbia accentuato i processi di alterazione fisica e psichica del Servo di Dio per gli stessi motivi per cui nell’ora delle tenebre si avvicinò a Cristo a rendergli più difficile il suo sacrificio”.

Concludendo, lungo la sofferenza di ogni uomo si snoda un sentiero di purificazione che introduce a una piena dimensione di grazia. Un vissuto come quello calabriano sotto il profilo teologico rappresenta una sintesi di dimensione antropologica, psicologia umana e tensione mistica. Esso costituisce un paradigma umano, creaturale, prima che un caso clinico e dovrebbe essere interpretato anche in questa arricchente prospettiva. Persino il Vangelo ci attesta lo stato di melanconia che assalì gli apostoli alla vigilia della Passione, esponendoli all’influsso dell’Iniquo, cui seguì però immediata l’esortazione liberatoria di Gesù: «Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: “Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione”» (Lc 22, 45-46).

La sofferente e nel contempo gioiosa santità di Don Giovanni, che in vita ebbe sì a soffrire, ma di cui si ricorda anche l’arguzia nelle espressioni (e Mons. Franco Costa, vescovo di Crema, citato da Piovan, affermò: “Quando si usciva da don Calabria, si sentiva la gioia grande del santo, ma si sentiva il mistero della sofferenza”), va riconosciuta anche e soprattutto nella sua dedizione paterna verso l’uomo povero, il tutto svolto in quella piena consapevolezza della quale il Maligno è acerrimo nemico. Egli stesso ammonì che “il nemico si oppone a quello che domanda Gesù”, e “se ne ride dei nostri piani e delle nostre industrie separate dalla santità”, rimanendo consapevole che “il grande conduttore della grazia di Dio è il dolore”.

Negli ultimi anni della sua esistenza, a partire dal 1947, il santo ricevette una serie di lettere confortanti scritte da P. Adalberto Cerusico, un religioso passionista a conoscenza del suo stato, simili nello stile a quelle di P. Natale di Gesù, morto nel 1941. Una delle missive, riportate da Ottorino Foffano nella sua biografia calabriana, così recitava, spronandolo: “tutto ciò che l’opprime, sia che venga dai demoni, dagli uomini, dal Cielo: tutto è opera dell’Amore. Amore di Dio, Amore di Maria, per un disegno di amore salvifico, a gloria di Dio”. Padre Cerusico visitò di persona Don Calabria solo nel settembre del 1954, dopo essere stato a san Giovanni Rotondo da Padre Pio, il quale in quell’occasione gli disse che le sofferenze del prete veronese presto sarebbero cessate e che avrebbe ricevuto consolazione. Don Calabria morì il 4 dicembre di quello stesso anno, ultimo primo sabato del mese dell’Anno Mariano.

Si è detto come Don Calabria vivesse queste esperienze fuori dall’ordinario con grande sofferenza, ma come nel contempo conservasse il necessario discernimento verso ogni fenomeno soprasensibile di natura religiosa. Egli visse un’epoca segnata da due conflitti mondiali con immense rovine, animata da grandi aspettative dopo i molti patimenti, e caratterizzata da frequenti episodi di misticismo. A Verona nell’immediato secondo dopoguerra si segnalarono ripetuti fenomeni mistici che Don Calabria osservò con scetticismo, tanto da dire: “trucco, isterismo e il demonio concorrono bene spesso in questi casi di pseudomisticismo e il demonio lavora sovente sulla povera natura malata”. Sulla “Rivista del Clero Italiano” (marzo 1953) intervenne infatti con un articolo contro il falso misticismo. Ma di fronte ai celebri fatti della Madonna delle lacrime di Siracusa (agosto-settembre 1953) il suo atteggiamento dubbioso scomparve.

Nel suo cuore – vogliamo così pensare – Don Calabria comprese, di fronte alle straordinarie manifestazioni della Madre di Dio, Mediatrice universale di grazie, l’importanza del sacrificio personale, delle proprie lacrime, sempre credendo, nonostante le molte traversìe patite, nel sacerdozio che tanto aveva desiderato, restando perciò, sino alla fine, saldo nelle parole accorate contenute nella Prima lettera di Pietro: “non siate sorpresi per l’incendio di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. Ma nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare” (1Pt 4, 12-13).

 

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[1] Questo intervento riprende il testo della relazione tenuta su invito al Convegno Nazionale 2019 dell’Associazione Internazionale Esorcisti AIE, Sacrofano – Roma, Fraterna Domus, 16-20 settembre 2019.

[2] Professore nella Facoltà di Teologia Greco-Cattolica dell’Università Babes-Bolyai di Cluj (Romania).

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